sabato 18 settembre 2010

Eolico negli Alburni. La storia di Antonio Aquara

ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com

CAPITOLO 1

Per le strade di Ottati, il paese degli Alburni dove è nato cinquant'anni fa, sono sbalorditi: "Antonio Aquara è uno scienziato incompreso, un bravo ragazzo, un pezzo di pane", giurano i suoi compaesani. Le cronache di oggi lo portano in Sicilia, a Mazara del Vallo, complice, come sostiene la Procura antimafia di Palermo, con l'operazione "Eolo", che ha coinvolto più di cento carabinieri e agenti di polizia, di un gruppo imprenditoriale che con l'aiuto dell'imprendibile boss della mafia Matteo Messina Denaro, decideva chi poteva impiantare le pale eoliche che producono energia elettrica con la sola forza del vento. Antonio Aquara, subito messo agli arresti domiciliari,  è la mente "tecnologica" della Sud Wind srl, che fa a capo all'imprenditore di Trento, Luigi Franzinelli, arrestato per corruzione aggravata.  La Sud Wind srl ha presentato nel trapanese progetti per la realizzazione di parchi eolici e per questi impianti secondo l'accusa avrebbe versato somme di denaro e "regalato" automobili a politici e impiegati comunali. In ballo c'erano degli ingenti finanziamenti pubblici ed un'impresa, che aveva il benestare del boss Messina Denaro, voleva avere la meglio su di un'altra. La vicenda nasce da una denuncia di Vittorio Sgarbi, oggi sindaco di Salemi. Antonio Aquara aveva un diploma di ragioniere che aveva non aveva mai attaccato ad un muro preferendo fare il pioniere, in tutto il sud d'Italia, delle energie rinnovabili. Antesignano vero, perché già adolescente era un esperto della materia. La storia di Aquara, mamma proprietaria della salumeria del paese e padre pastore sugli Alburni, è caratterizzata della vecchia centrale idroelettrica sul fiume Auso, ad Ottati, che dai baroni Ricco passò poi in mano alla "Lucania" e poi all'Enel. Ne è talmenteaffascinato, che comincia a studiarsi da solo tutto quello che trova sull'argomento. "Vai appresso ai muli a vento", lo canzonano nel paese. "Siete peggio delle capre, non migliorerete mai", ribatte lui. Ai primi accenni di "liberalizzazione" del mercato elettrico è fra coloro che rimetteranno in piedi la centrale idroelettrica di S. Angelo a Fasanella. I soci però lo estromettono dalla società e lui tenta di riprovarci più a valle a Castelcivita. Niente da fare con il comune, è troppo vicino alle Grotte. Si sposta così a Serre, dove mette in piedi le prime due pale eoliche della Campania. Gli ostacoli che si troverà davanti gli compromettono la situazione finanziaria e così allarga il suo orizzonte al riciclaggio ed allo smaltimento del siero prodotto dai caseifici e dei pneumatici usati.  Attività che non vanno come ci si attendeva, tanto da recargli serie noie giudiziarie, e così Aquara torna al vecchio amore delle pale eoliche. In Sardegna riesce a costruirne parecchie per poi cederle alla Saras di Moratti. Poi sulla sua strada arriva il trentino Franzinelli e l'avventura siciliana. Il resto è cronaca di queste ore.

CAPITOLO 2

Serre, Postiglione e Sicignano degli Alburni
Trentaquattro pale eoliche su 3mila ettari, il campo dell’energia è qui
ORESTE MOTTOLA
“Fusione per incorporazione”,  questa è la formula con la quale l’Ecoint srl, la società fondata da Antonio Aquara diventa Acea Electrabel Spa e così la presidenza viene assunta dall’ingegnere Marco Cavalleggeri.  E’ il novembre del 2004 quando l’imprenditore di Ottati viene estromesso dalla gestione societaria. L’Acea Electrabel fa subito le cose in grande ed avvia l'entrata in esercizio del parco eolico al quale verrà dato il nome di  “Monte della Difesa”. Ad aver intuito le potenzialità della zona è Aquara ma non i soldi per avviare l’investimento. Il parco eolico sorge nei comuni di Postiglione, Serre e Sicignano degli Alburni, con una potenza installata di 28,9 MW.  L'impianto è costituito da 34 generatori eolici da 850 kW disposti secondo una configurazione "a grappolo" su un'area di incidenza pari a circa 3.000 ettari, connessi mediante feeder di media tensione in cavo alla stazione elettrica 20/150 kV di Sicignano degli Alburni, di proprietà di Terna, che costituisce l'interfaccia di connessione della centrale eolica alla Rete di Trasmissione Nazionale lungo la tratta di collegamento AT 150 kV Campagna-Contursi Terme. Monte della Difesa è entrato in esercizio commerciale il 20 ottobre 2008. Contestualmente, è stato riconosciuto alla Società il diritto all'esercizio per la produzione dei certificati verdi. Le zone interessate sono per Postiglione quelle di Zonzo, Taverne Vecchie e Duchessa, per Serre è la zona di Peragineta,  e per Sicignano degli Alburni quel “Monte della Difesa” che viene usato per la denominazione generale.  La maggior parte delle proteste popolari si registrano nelle campagne di Postiglione dove accanto a chi ha i benefici  dell’aver fittato un terreno ad Acea Electrabel c’è il vicino a carico del quale sono scattate le relative “servitù” e i vincoli di in edificabilità. La questione è stata oggetto di accese discussioni nel corso dell’ultima campagna elettorale.  

CAPITOLO 3
Io annuso il vento, la mafia non so cosa sia
L’imprenditore degli Alburni racconta la sua avventura siciliana
ORESTE MOTTOLA  orestemottola@gmail.com
Nel 1996 innalza le prime tre pale eoliche. “Di quella potenza, erano le prime d’Italia”, racconta compiaciuto.  Nascono a “Costa dei Preti”, proprio ad un tiro di schioppo dal centro di Serre, catturano l’energia dal vento,  un’utopia che con lui diventa concreta.  Attira l’attenzione dei turisti e degli inviati dei giornali. Per un anno i due alberghetti più vicini faranno registrare il tutto esaurito. Le ultime cronache dicono  che è stato condannato ad un anno e 10 mesi per aver contrattato con la cosca di Messina Denaro ed alcuni politici locali di Mazara del Vallo la concessione di finanziamenti pubblici per la realizzazione dei parchi eolici. Vicino a Salemi dove il sindaco è Vittorio Sgarbi, nemico giurato delle pale che catturano l’energia dal vento.  Aquara ci arriva al seguito di Gigi Franzinelli, già segretario della Cgil del Trentino e fondatore di un partito autonomista. In mezzo ci sono altre disavventure imprenditoriali consumate tra Postiglione, dove riciclava il siero dei caseifici, e poi Buccino, con pneumatici da recuperare.  “I giudici siciliani hanno preso una svista. In Sicilia – racconta Antonio Aquara, 52 anni, originario di Ottati, ma residente a Serre - ci manco dal giugno del 2004 e non sono più socio della Sudwind di Luigi Franzinelli, la società sotto accusa”.  Figlio di un pastore e di una salumiera, diploma da ragioniere,  è uno dei pionieri dell’energia eolica in Italia, grazie ai suoi studi da autodidatta aveva messo su delle piccole aziende tutte specializzate nel settore delle energie alternative. “Tutto crollato sotto quel timbro infamante che dalla Sicilia mi è stato messo addosso”, dice sospirando.
 “Vento di mafia. La criminalità organizzata all’assalto dell’energia pulita”, è la copertina del settimanale l’Espresso .  Si racconta di contatti e favori con gli uomini del boss Messina Denaro. C’è anche il suo nome”…
Messina Denaro? E chi è? Mai conosciuto.  Io dalla Sicilia manco dal giugno 2004. Dalla Sudwind, la società che è all’origine della vicenda, mi sono ritirato dal novembre del 2004. I fatti, ritenuti oggetto di reati, sono avvenuti nel periodo successivo. Di cosa devo rispondere? Io lì studiavo la ventosità delle zone, parlavo con i contadini e dei sindaci della convenienza di avere una rendita facendo mettere le pale nei propri terreni in cambio di un affitto. Mai chiesto fondi pubblici…”.
L’hanno però condannata…
Mi hanno messo nel calderone. Prima della condanna il conto che mi hanno già fatto pagare è crudele. Messo agli arresti domiciliari per 102 giorni, non ho potuto assistere gli ultimi mesi di vita di mio padre già gravemente ammalato. Io stesso ho contratto un tumore che sono riuscito a debellare. Le mie aziende sono andate a gambe all’aria. Con la condanna che ho avuto sono condannato alla morte civile perché non posso accostarmi all’Enel ed alla pubblica amministrazione… E nessuno mi ha interrogato, nell’istruttoria e nemmeno nel processo ”.
In Sicilia come ci arriva? Non certo da turista…
 La Sicilia? Mi notano perché avevo un sito Internet dove spiegavo come fare per realizzare parchi eolici. Un architetto siciliano lo vede e mi chiede di andare lì. Qui ero  bloccato, non riuscivo ad andare avanti. Poi mi scippano il grande parco eolico di Serre- Campagna- Teora e Caposele.  Con un aumento di capitale sociale scalano la mia società l’ Ecoint. Mi buttano praticamente fuori. A quel punto sono costretto a cercare fortuna altrove… Puglia, Sicilia, Sardegna e Calabria…”.
Regioni non facili…
“E’ qui c’è molto vento. Io che il vento lo “annuso”,  piazzo oltre 70 anemometri nei punti maggiormente strategici. Ho un patrimonio di conoscenza ragguardevole. Gli altri sono  costretti a venirmi appresso. I soldi però non si vedono e gli investimenti non rientrano. Nel frattempo a Postiglione  apro la “Biancaneve” che ricicla il siero che mi portano i caseifici, con 12 posti di lavoro, e nei recupero dei pneumatici usati. Mi metto a fare l’imprenditore, insomma. Già dall’estate del 2004 io chiudo i miei rapporti societari con Sudwind.  Lo faccio perché devo rientrare a casa, nei miei Alburni…”.
  

Altavilla e Pollica andata e ritorno. L'Angelo Vassallo che io ho conosciuto

Ci aveva fatto avvicinare di più Hemingway. Io avevo trovato quei nuovi elementi che permettevano di poter rilanciare l’idea di un soggiorno cilentano, nell’Acciaroli dei primi anni Cinquanta, dell’autore di “Fiesta”.
Al telefono gli anticipai la notizia: “Veramente dici? E falla uscire!”, non mi disse più di tanto.
Era di poche parole, Angelo Vassallo. Ma capace di impuntature a viso aperto. Come nella serata nella quale vennero presentate queste nuove ricerche sulla presenza del premio Nobel. Arrivò al limite dello scontro fisico con degli ascoltatori che rumoreggiarono, da “destra”, in seguito ad alcune parole di un relatore.
Molto pragmatico nell’agire politico quotidiano, tuttavia mai dimenticava il suo essere un uomo “di sinistra” ma mai genericamente “della sinistra”.
La sinistra di Angelo Vassallo era fatta di rigore e di originalità nel portare avanti un modello di sviluppo molto semplice: duplicare nel Cilento costiero le cose migliori che erano state realizzate nella Costiera amalfitana. Lui ci aggiungeva l’anima ambientalista, la cura dei particolari, una forte spinta etica, “al bar non accettava nemmeno un caffè”, e tutti i suggerimenti di quell’élite socio–culturale che già da diversi decenni aveva scoperto Acciaroli.
A Galdo, che è un’altra delle frazioni di Pollica, lontana però dal mare, avevo visto un caffè letterario. Libri e giornali, sigarette, la ricevitoria del lotto ed il banco solo con i libri di autori locali. Poco distante un gruppo teatrale animava serate nelle quali disseminavano tanti indizi e tutti gli spettatori erano chiamati ad individuare il colpevole. “Quel negozietto chiudeva, invece così tanti turisti ci vanno. Funziona sai…”, mi raccontava.
Questo era Angelo, uno straordinario catalogo di soluzioni, idee e provocazioni. Di pragmatismo ed utopia. E poi nessuna indulgenza al “piacionismo”. Cortesia e rispetto. Considerazione per tutto e tutti.
La serata hemingwayana andava per lunghe, lo spettacolo musicale cubano si protraeva, dovevo rientrare. Mi alzo. Vassallo mi ferma. “Sai, io sono di Altavilla”, aggiungo. “Lontanuccio, eh”, commenta.
Con orgoglio ho però visto molti miei compaesani marciare ad Acciaroli con la torcia in mano: Aldo, Lorenzo, Gianni ed altri dei quali non ricordo i nomi.
L’idea che la ferocia del malaffare anche nel Cilento abbia superato tutti i limiti è intollerabile e c’è chi ha sentito dentro di sé l’imperativo a muoversi. A dire la propria, a testimoniare di non volerci stare. C’era tanta gente comune che stava lì certo per “dovere”.
A chi oggi mi chiede: “noi cosa facciamo?” io rispondo che occorre tenere duro, indignarsi, guardarsi attorno.
Cito sempre un libro di Bruno Arpaia: “ Il passato davanti a noi”, storia di un gruppo di ragazzi che nella Ottaviano a cavallo degli anni Settanta ed Ottanta si occupano delle grandi questioni del mondo e non si accorgono che i coetanei con i quali vivono gomito a gomito, un nome a caso è quello di Raffaele Cutolo, sono diventati la nuova camorra organizzata.
Nel numero speciale che ad “Unico” abbiamo voluto dedicare ad Angelo Vassallo la tesi centrale la esprime Luciano Pignataro: nell’omologazione crescente del Cilento al resto della Campania c’è la chiave di lettura del crimine. Non vi sembri patetica la mia richiesta di stare sempre con gli occhi aperti di fronte al luccichio di diversi imprenditori. Soprattutto negli ultimi anni, Salerno e la sua provincia sono diventate silenziosamente una lavatrice del denaro sporco. Una macchina che centrifuga sempre più velocemente in ristorazione, alberghi, negozi, attività per il tempo libero, immobili e terreni. L’avamposto per gli investimenti futuri che la bellezza dell’area inevitabilmente richiamano e che le tradizionali zone campane non sono più in grado di investire. Di fronte a questi pericoli ci servono amministratori locali che non alzino solo belle bandiere e dicano parole di miele ma siano d’esempio per tutti. Come il sindaco Vassallo.
Che davvero ti sia lieve la terra, Angelo.

A sostegno di Matteo Cosenza, promotore di una grande mobilitazione civile in Calabria

E' colui che nel 1995 decise di chiamarmi a collaborare a "Il Mattino" e per qualche anno ho avuto modo di apprezzarne personalmente la grande professionalità ed umanità. Ora è in Calabria e sta facendo un grande lavoro. Forza Matteo!  

Ne abbiamo viste tante, nello strano paese in cui viviamo, e crediamo di sapere come vanno le cose. Eppure la realtà a volte supera la nostra immaginazione. In questa stagione confusa, in cui si irride la libertà, si piegano ad personam principi e valori, si discute di persecuzione di esseri umani come se fosse una materia opinabile, io non immaginavo che i giornalisti potessero debuttare come capipopolo di successo. Non immaginavo che nel vuoto di iniziativa politica e mentre si rimpiangono i leader carismatici d’altri tempi, toccasse proprio a loro trasformarsi in trascinatori di folle. Era impensabile che questa categoria vituperata, che gode di scarsa credibilità pubblica, potesse chiamare i cittadini alla mobilitazione civile per salvare i pilastri della democrazia e della giustizia e trovare ascolto anche fra coloro che eravamo abituati a vedere ispiratori di queste proteste.

 Non lo immaginavo, ma è avvenuto diverse volte negli ultimi mesi, e il miracolo si ripeterà il 25 settembre prossimo a Reggio Calabria, con la manifestazione “No ‘ndrangheta’’ che si annuncia grandiosa, avendo  ottenuto in pochi giorni oltre cento adesioni collettive:  sindacati, movimenti, associazioni, università, amministrazioni provinciali e numerosi comuni che porteranno in piazza i gonfaloni. La manifestazione  è nata, chi l’avrebbe detto, dall’appello di un giornalista campano che si è fatto calabrese: Matteo Cosenza, direttore del Quotidiano della Calabria, un piccolo giornale che negli ultimi mesi, nell’indifferenza generale, ha visto minacciati una decina di suoi giornalisti, più o meno lo stesso numero del concorrente diretto Calabria Ora.  I

l 27 agosto Matteo ha lanciato l’ appello con un lucido editoriale condivisibile parola per parola. Un articolo accorato, velato di amarezza. Un articolo che poteva rivelarsi nient’altro che uno sfogo, un pugno a vuoto,  e invece, insperatamente, ha colpito nel segno, ha scosso la rassegnazione, ha fatto apparire insensato l’ immobilismo.  Di fronte allo sgomento per le bombe intimidatorie contro i magistrati  e a “un’escalation che lascia immaginare prossime azioni ben più eclatanti”, ha scritto Cosenza, “ ben venga finalmente un sussulto delle coscienze come si vide a Palermo dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio e come non ci fu in Calabria dopo l’uccisione altrettanto esemplare di un magistrato come Scopelliti”. Un sussulto necessario “per far sentire meno soli i magistrati, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri e tutti i servitori dello Stato che rischiano per conto nostro la loro vita”.

Proprio un bel pugno nello stomaco. E qual è stata la reazione? All’inizio i sindacati ed altri possibili compagni di strada non l’hanno presa bene. C’è stata qualche reazione risentita, poi però, quando ci si è messi attorno a un tavolo, Matteo Cosenza ha spiegato qual è la sua obiezione principale: che le attestazioni di solidarietà, fredde e ripetitive, non hanno più efficacia, servono a qualcuno per mettersi la  coscienza a posto e offrono una passerella di visbilità agli esponenti politici e delle istituzioni locali. I sindacalisti hanno riconosciuto che Matteo aveva proprio ragione e non era il caso di offendersi, e hanno indetto la manifestazione per sabato 25 settembre. Poi sono arrivate le altre adesioni… Insomma è avvenuto l’impossibile. E a questo punto è lecito immaginare che, con la loro semplice presenza, le migliaia di manifestanti che saranno in quella piazza spingeranno a partecipare gli altri, gli incerti, gli attendisti, coloro che di solito si limitano a guardare i cortei dalle finestre socchiuse, quelli che accampano scuse, chi dice che le sfilate non servono a niente, coloro che non riescono a vincere la paura, chi prova sfiducia, rassegnazione, diffidenza, chi si nasconde dietro  pretestuosi distinguo, chi si giustifica aggredendo, scagliando gratuite invettive contro i “professionisti dell’antimafia”, veri e propri insulti che, in questo come in altri casi, feriscono ma soprattutto squalificano chi li lancia.

Mi chiedo come ha fatto Matteo Cosenza a sfuggire al rogo a cui vengono trascinati di solito i giornalisti petulanti, e a trascinare tanti indecisi. Forse il punto di forza del suo appello è il tempismo con cui è stato lanciato in un momento di grave disorientamento. Un altro punto di forza a me pare la credibilità personale di chi lo ha firmato, un giornalista che si è rimboccato le maniche insieme ai suoi cronisti e si è immedesimato nel dramma che stanno vivendo non solo i magistrati chiusi nella procura-bunker, ma tutti i calabresi e con loro decine di giornalisti calabresi,soprattutto quelli del suo giornale e quelli del giornale concorrente, Calabria Ora. Due giornali che da qualche anno, con ostinazione e coraggio cercano di illuminare gli angoli bui della società calabrese, cercano di dissolvere il vasto buio informativo imposto con le minacce e alimentato dall’autocensura. Illuminano la scena come devono fare i giornalisti: orientando la bussola sui fatti, riferendoli, raccontandoli, inquadrandoli sia pure con le connotazioni ambigue e incerte con cui si manifestano.

Come dicevo, l’adesione di massa all’appello di un giornalista è una novità, ma non lo è in assoluto. Qualcosa di simile era già avvenuto. Un anno fa, fu la Federazione Nazionale della Stampa,il suo vertice composto rigorosamente da giornalisti, a indire una manifestazione di piazza contro la “legge bavaglio”, per difendere, diceva lo slogan, una informazione “senza guinzaglio”. A quella manifestazione, il 3 ottobre 2009, a Roma in Piazza del Popolo, insperatamente parteciparono centomila persone, chiamate a raccolta da sindacati, partiti, movimenti, associazioni che raccolsero e fecero proprio l’appello dei giornalisti della FNSI. Dunque anche quella volta furono i giornalisti a mettersi alla testa della lotta, a interpretare il ruolo insolito di capipopolo. E’ un segno dei tempi, e saranno i sociologi a spiegarci il fenomeno.

 Ma una notazione possiamo farla: quella manifestazione, non dobbiamo dimenticarlo, ha ridato fiato e speranza a un popolo sfiancato dalle delusioni e sfiduciato, a cittadini convinti che ormai, con la televisione che detta legge, non fosse più possibile una così ampia mobilitazione a sostegno di grandi battaglie di civiltà. Quella manifestazione rimane perciò una pietra miliare. E non dobbiamo dimenticare che ha dato il via ad una campagna coronata da successo, perché alla fine il ddl sulle intercettazioni, che conteneva odiose norme liberticide, dopo tanti roboanti proclami dei suoi sostenitori, è finito sul binario morto, come volevamo noi, come ha certificato il presidente Giorgio Napolitano. Se è stato accantonato, molto dobbiamo a quella mobilitazione del 3 ottobre e alle iniziative che ne hanno seguito la scia:  “Rai per una notte” di Michele Santoro, che radunò una folla immensa a Bologna ed fu rilanciata da una miriade di tv locali, il talk show itinerante di Giovanni Floris, la notte bianca di Conselice, e via elencando.

In un certo senso anche la manifestazione del 25 settembre prossimo, che richiamerà in piazza cittadini esigenti, affamati di diritti, di libertà e di giustizia, è nata su quella scia. 

* Alberto Spampinato – Consigliere della FNSI, direttore di Ossigeno per l’informazione

giovedì 16 settembre 2010

STORIE DI PANE E DI GRANO - Regia di Piero Cannizzaro

“Tra le valli del Monte Gelbison, e del Monte Cervati in uno dei luoghi più suggestivi del Cilento vive una coppia molto particolare: Angelo e Donatella. Angelo dopo aver studiato Sociologia all’Università di Salerno, si è trasferito con Donatella in uno dei punti più suggestivi del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano). Dalla città alla campagna per ricominciare una vita a contatto con i ritmi e i tempi della natura, dedicandosi alla coltivazione di un’antica qualità di grano conosciuto sin dai tempi dei Romani: l’antico carosella. Una testimonianza scritta di questo antico cereale si trova in alcuni documenti pubblicati a Parigi nel ’700.I nuovi contadini, istruiti e consapevoli del loro lavoro, hanno riscoperto l’emozione del far nascere la vita, prendendosi il gusto di farlo integralmente, governando tutto il processo, dalla semina fino al prodotto pronto per il consumo.In alcuni giorni particolari con la farina del carosella preparano il pane in forme artistiche che vende ad alcuni estimatori e clienti affezionati. Grazie al loro lavoro adesso sono in molti a conoscere questo antico cereale che viene sempre più apprezzato dai clienti di trattorie e ristoranti dove si cucinano e propongono i piatti della tradizione locale.Ma cè di più. La biodiversità ricreata da Angelo non si lega solo ai metodi di coltivazione e all’architettura.La sua è una battaglia di tutela per salvaguardare soprattutto una biodiversità di tipo culturale.Le trasformazioni della società contemporanea, anche nella zona del Pruno, hanno infatti portato i contadini, i pastori e in generale gli abitanti locali, a rimuovere le loro conoscenze culturali millenarie.Angelo, invece, cerca di recuperarle.

Tra le tante iniziative, ha invitato dei vecchi musicisti della zona a suonare nel suo casale, non solo con lo scopo di aggregare, come accadeva una volta, gli anziani con i giovani, ma soprattutto per far conoscere a quelle nuove generazioni i suoni della loro terra.

Alcuni, infatti, dopo averli ascoltati, si appassionano e diventano dei nuovi testimoni ( e futuri guardiani) delle musiche tradizionali del Cilento. Senza questo interesse, quel patrimonio di conoscenze andrebbe inevitabilmente perso”

Il saluto al giornalista Gennardino Alfano

Cià professore Alfano…

La morte: strano evento. La cupa mietitrice non ha risparmiato nemmeno il solitario ma solare professore Gennardino Alfano, l’uomo che amava la gioventù e che se ne andato in punta di piedi, non creando altri disturbi al rumoroso mondo, che amava descrivere nei suoi articoli di politica, di costume e di varia umanità. I giornali sono come gli almanacchi, riportano parole scritte e incolonnate che devono necessariamente durare l’arco di un giorno. Gennardino amava invece rendere vivo ogni rigo di quelle parole profondendo lo stesso amore che nutriva per i suoi piccoli alunni, che erano forse più amici che alunni.
Ogni articolo somigliava ad un acquerello di parole. Gennardino seppe trasmettere lo stesso amore per il giornalismo alla sua primogenita Antonella, che oltre a regalargli due bei nipotini gli allargò immensamente l’orgoglio di essere approdata alla Rai dove conobbe e sposò Ettore Giovannelli, volto familiare per i trepidanti tifosi della rossa Ferrari. Un mondo che Gennardino incarnava. Gennardino amava i bolidi e le auto sportive. Un giorno Gennardino mi raccontò le sue emozioni a contatto con quei bolidi che sfrecciavano a trecento orari, il rombo della Ferrari, l’odore della gomma degli pneumatici, del grasso dei motori e del coraggio.
Sapeva descrivere con semplicità la vita, allevare con amore galline ovaiole e coltivare i buoni ortaggi della Nostra feconda terra, era buono, era il professore che amava fare il giornalista e dedicarsi alla grande passione per la terra. Ieri volgendo lo sguardo verso il cielo avrà pensato che forse c’era un necessario bisogno di un professore della “Scuola Media Opromolla”. Forse lassù si sono ricordati delle sue grandi doti di organizzatore delle memorabili estati angresi dei primi anni novanta e hanno deciso di chiamarlo. Tutti vogliamo credere che il professore Alfano sia andato a compiere un’altra importante missione che lo renderà eterno nella memoria. Lieve voglia essere la terra caro professore.
Luciano Verdoliva

La riscoperta della carne di bufalo

Si fa sempre più strada tra le carni alternative: oltre lo struzzo, la carne equina, l'agnello e il coniglio si è scoperta, anzi ri-scoperta la carne di bufalo. Rispetto a quella vaccina, contiene meno grasso tra le fibre (ha invece una grande quantità di "grasso di copertura", facilmente separabile dal magro) e addirittura il 50 per cento di colesterolo in meno, è più tenera e più succosa, per una maggiore capacità di ritenzione idrica. La carne bufalina proveniente può vantare inoltre, rispetto a quella di manzo e vitello, un contenuto di lipidi bassissimo (1.5 %  contro il 19 % bovino) e una quantità maggiore di vitamine B6, B12 e K e di proteine. Ma quello che sorprende è la percentuale di ferro, addirittura doppia.

Eppure non è radicata nelle abitudini quotidiane a causa di un vecchio pregiudizio: anche chi non l'ha mai mangiata crede che si tratti di un alimento duro, dall'odore troppo forte e dal sapore invadente. Il motivo va ricercato nei metodi di allevamento di una volta. In primo luogo i bufali erano sfruttati, se femmine, per la produzione del meraviglioso latte da cui da sempre si ottengono mozzarelle e formaggi; se maschi, per il lavoro nei campi. Insomma, quando arrivavano sulla tavola erano ormai bestioni a fine carriera dalla carne assai poco invitante.

Ma anche chi li allevava per la produzione carnea aveva un brutto vizio: se ottenuta da capi giovani e di buona fibra, veniva spacciata per carne di vitellone. Solo quando la carne non era di gran qualità era effettivamente venduta per bufalina. Ecco come è nato nei consumatori un falso - ma giustificato - preconcetto. (Sarà per questo che si dice "è una bufala" per intendere un piccolo raggiro?)

Comunque, gli scambi di identità sono acqua passata. Oggi un gruppo di imprenditori coscienziosi riuniti nell'
Anasb (Associazione nazionale allevatori specie bufalina) si è dato regole rigide a garanzia del consumatore. Dando di nuovo valore a una risorsa carnea preziosa e soprattutto gustosa. Molti chef infatti sempre più si cimentano nella creazione di ricette che rendano giustizia alla tenerezza e aromaticità della carne bufalina, primo tra tutti Gianfranco Vissani con delizie come gli Gnocchi di patate al limone con ragù di lingua di bufalo al profumo di timo o i Ravioli di salsiccia di bufalo e melanzane.


Ma anche piatti più classici sono da leccarsi le dita, come semplici arrosti o stufati. L'importante che sia il pregiato bufalo mediterraneo italiano, di cui si è anche chiesto il riconoscimento europeo della Igp, indicazione geografica protetta. Nati e cresciuti nelle aree di produzione tipiche della mozzarella di bufala campana (Campania, basso Lazio, Puglia e Molise), i bufalotti da carne, che per loro natura vivono quasi allo stato brado e liberi di pascolare, non vengono sottoposti a metodi di allevamento intensivo, bensì passano la giornata all'aria aperta e sono alimentati con mangimi a base di fieno e mais di produzione locale.

Si rispettano così i ritmi che hanno da secoli e secoli. Infatti la loro collaborazione con l'uomo si perde nella notte dei tempi. In Italia se ne trovano tracce nei documenti fin dall'anno Mille. Nonostante la confusione di fonti bibliografiche (dovuta anche al fatto che col termine "bubalus" la lingua latina indicava buoi, alci e altri ruminanti) la presenza di allevamenti bufalini in Italia può collocarsi, in modo certo tra il XII e XIII secolo. Furono i Re Normanni a portare il bufalo nel continente dalla Sicilia, dove era stato introdotto dagli Arabi. All'inizio del secondo millennio, l'allevamento bufalino si sviluppò principalmente all'interno dei grandi ordini monastici, che durante il Medioevo operarono attivamente nel campo agricolo e dell'allevamento. A partire dal 1300 in molte zone costiere della penisola si crearono le condizioni favorevoli alla diffusione dell'allevamento bufalino, perchéciò che era un ambiente impervio per i bovini era invece un paradiso per i bufali: amano stare a mollo neitonzi o caramoni, le pozzanghere che scavano nel terreno.

Il ritorno dei bufali

Per esempio in Campania nel Basso Volturno e nella Piana del Sele, i bufali si diffusero con rapidità, sfruttando pascoli non altrimenti utilizzabili a causa delle continue inondazioni dei due fiumi. Nella zona esistono ancora le antiche "bufalare", costruzioni circolari in muratura con al centro un camino per la lavorazione del latte e con piccoli ambienti addossati alle pareti destinati all'alloggio dei pastori.

Nella regione oggi si contano circa 200.000 capi allevati per la produzione del latte e il settore carne mostra buone potenzialità produttive perché il clima mite e il terreno fertile creano l'habitat perfetto per il pascolo degli annutoli (i piccoli di bufalo). Con la giusta alimentazione e uno stile di vita naturale, all'età di 15-16 mesi sono pronti per fornire carni tenere, succose, saporite e facilmente digeribili. Anche sottoforma di prelibati salumi, come la bresaola, da condire con un filo di olio al limone.

In libreria per Coniglio "Brigante se more" di Eugenio Bennato (con Carlo D’Angiò).

Il libro è la storia di una ballata: "La ballata era semplice, efficace ed emozionante ed ha acceso l’interesse per una vicenda storica che era praticamente sconosciuta: la ribellione della gente meridionale all’invasione piemontese del 1860. Qualcuno ha cominciato confusamente ad affermare che quella ballata, nata a Napoli una sera della primavera 1979, sarebbe stata scritta un secolo prima non si sa dove non si sa da chi. Qualcuno, folgorato come tanti di quella composizione, ha cominciato a sognare che i briganti dell’Ottocento l’avessero potuta cantare, magari prima della battaglia. E ha cominciato ad insultare noi che l’avevamo scritta (purtroppo solo 120 anni dopo). Nel frattempo la nostra ballata si è diffusa sempre più, aprendo una rinnovata attenzione per la storia del brigantaggio e dell’emigrazione e per una diversa interpretazione della secolare “questione meridionale” . Quei versi e quella musica nati dalla nostra fantasia e dalla nostra sensibilità erano evidentemente l’inno che il sud aspettava da più di un secolo. Un coro di centinaia di migliaia di voci ha cantato in questi trent’anni quell’inno e la celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia dovrà fare i conti con le masse di giovani e di intellettuali che non ci stanno più a subire passivamente la retorica risorgimentale. Alle feste popolari di musica dei sud del mondo si vendono magliette con la scritta “Ommo se nasce brigante se more”».
Eugenio Bennato
Eugenio Bennato
L’AUTORE - Eugenio Bennato fonda nel 1969 la Nuova Compagnia di Canto Popolare, all’epoca il primo e più
importante gruppo di ricerca etnica e revival della musica popolare dell’Italia del Sud. Negli anni 70, la NCCP conquista i giovani e influenza considerevolmente gli artisti italiani che formano la famosa “Scuola Napoletana”. Con la NCCP registra 6 LP e dopo l’esordio al Festival dei Due Mondi di Spoleto (’72) realizza tournée di grande successo in Italia e all’estero. Nel 1976 fonda MUSICANOVA e inizia un’attività autonoma di compositore con costante riferimento allo stile popolare. Realizza numerosi LP di successo, fra cui Brigante se more (1979), contenente brani sul brigantaggio meridionale ancora oggi estremamente popolari tra il pubblico giovanile, veicolati anche da centinaia di “cantori di strada” che li ripetono di continuo nelle loro performances.

A rischio chiusura l'Arac di Eboli. In 12 tengono aggiornati i libri genealogici

EBOLI - Continua l’odissea dei 12 lavoratori della sede di Eboli dell’Arac - 10 lavoratori di campagna e 2 addetti alle pratiche d’ufficio - l’associazione regionale degli allevatori della Campania, non percepiscono lo stipendio dal mese di maggio. A denunciare, per l’ennesima volta, la grave situazione è il segretario provinciale della Fai Cisl, Carmine Santese. L’Arac, associazione fondata per l’istituzione e la tenuta dei libri genealogici a servizio della zootecnia, ha sedi in tutta Italia e, in Campania, quello di Eboli è il centro d’eccellenza per la provincia di Salerno. “Stiamo affrontando un caso a dir poco paradossale”, ha affermato il numero del sindacato di categoria cislino. “Dallo scorso mese di maggio la nuova giunta regionale ha bloccato tutte le delibere in precedenza e le ha rispedite agli assessorati di competenza. Qui stiamo parlando di un servizio per le associazioni come la Coldiretti e che presta la propria assistenza a circa 800 aziende in provincia di Salerno, ma nessuno sembra preoccuparsi di questa vicenda. Senza l’albo genealogico sarebbe impossibile avere la certificazione di qualità dei prodotti lattiero-caseari del nostro territorio, in particolare la mozzarella di bufala. Questi lavoratori non prendono lo stipendio e tutti i giorni prestano la loro opera per dieci ore al giorno e non possono neanche scioperare, altrimenti rischiano di essere denunciati”, afferma Santese della Fai Cisl salernitana. “Nonostante il prezioso servizio offerto alle aziende della provincia e all’intera filiera produttiva la Regione continua a mortificare questi lavoratori, che da tempo non godono di una tranquillità economica e lavorano in condizioni disumane. La struttura ebolitana della località Cioffi, di proprietà dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, è sprovvista di condizionatori, riscaldamenti ed è a rischio infiltrazioni”. L’Arac, nonostante sia un ente nato e finanziato dal ministero dell’Agricoltura, è legato ai fondi stanziati dalla giunta di Palazzo Santa Lucia che, secondo l’esponente della Cisl, non ha mai garantito una continuità per le attività di sviluppo e controllo del centro di Eboli. “I costi dell’Arac vengono sostenuti direttamente dal ministero dell’Agricoltura, che ogni hanno sborsa per l’ente 1.500.000 euro, di cui 800mila sono destinati al personale”, afferma indignato il segretario Santese. “Questi soldi da Roma vanno a Napoli e da maggio sono blocco. La cosa assurda è che la Regione in questa vicenda dovrebbe fungere solo da organo di controllo ed erogare il contributo ministeriale. Ma misteriosamente i fondi restano bloccati e non possono essere spesi neanche in altro modo”. Quello all’Arac di Eboli è solo l’ultimo colpo inflitto dalle istituzioni politiche - nazionale e regionale - al mondo del lavoro salernitano che - dopo la Ssica di Angri, l’Ense di Battipaglia, la crisi del settore forestale, il momento negativo della comunità montane e dei vari consorzi di bonifica - vede a rischio anche i lavoratori del centro ebolitano. “Anche se si tratta di pochi posti di lavoro (in Campania sono 32 i lavoratori dell’Arac) ci mobiliteremo ugualmente per scongiurare il rischio chiusura”, dichiara il leader provinciale della Fai Cisl. “Domani a Napoli saremo a piazza Matteotti per protestare contro l’annullamento dei finanziamenti al settore forestale con 5000 persone. A questi si aggiungeranno anche i lavoratori dell’Arac di Eboli che faranno sentire la propria voce”, dichiarano i vertici di categoria delle organizzazioni sindacali confederali. “Nei prossimi giorni chiederemo spiegazioni in merito alla vicenda dell’Arac all’assessore regionale all’Agricoltura, Vito Amendolara, per sbloccare gli stipendi di questi lavoratori che sotto il profilo umano e professionale stanno gestendo la situazione in maniera dignitosa ed esemplare”.

martedì 13 gennaio 2009

Alla Stazione di Paestum

Alla Stazione di Paestum

 di ORESTE MOTTOLA

"La Stazione ha scritto la storia. Ci sembrava di vivere come nel West o meglio ancora in un bel film d'avventura. Non ci annoiavamo tra i contrabbandieri, gli Indiana Jones, simpatici imbroglioni che arrivavano dal napoletano, i più grandi archeologi del tempo, Maiuri e Sestieri, Zanotti Bianco e Mario Napoli. O un folksinger ai suoi primi tentativi come Otello Profazio, anche lui figlio di un ferroviere, le sartine che venivano a piedi da Agropoli, le belle ragazze tedesche che facevano sognare e i ragazzi del nord Europa che poi sono diventati presidenti della Repubblica tedesca", così Michele Paradiso, figlio di "don Nicola", storico capostazione dal cuore grande, che pagava di tasca sua gli abbonamenti ad alcuni ragazzi che andavano a scuola ad Agropoli, e di Irma, che offriva un caffè a tutti, racconta gli anni Cinquanta e Sessanta vissuti tra Porta Sirena, la Cirio e l'area degli scavi che era tutta aperta e circondata solo da rigogliose siepi di rose rosse. A poche decine di metri dalla Stazione di Paestum c’è la casa natale di Sergio Vecchio. Scendi dal treno e, se sei attento, puoi già vedere. Però ti devi fermare. Guardare oltre le porte, farti prendere dalla curiosità. Ad un primo sguardo vedi un grande tavolo, delle sedie. E’ rivestita con i preziosi marmi di Calacatta, più pregiati del Carrara, ed ha i mobili in ricercatissimo stile classico. La più bella sala d’attesa di prima classe di una stazione ferroviaria italiana è a Paestum, nella Magna Graecia. Costruita nel 1936, per la visita del Re e di Mussolini , è stata più aperta solo ai viaggiatori d’altissimo rango. Le eccezioni, come vedremo, era quelle che faceva Nicola Paradiso, capostazione comunista che queste discriminazioni di censo e di portafoglio non le sopportava. Il salottino è delizioso. I viaggiatori passano distratti e non colgono il tesoro di gusto che è appena appena velato alla loro vista.

Non vi fecero certo accomodare Cesare Pavese che pure si fermò una notte prima di proseguire per il suo confino calabrese. Vi si sedettero Zanotti Bianco, alto due metri e magrissimo, e la Zancani Montuoro che l’accompagnava. Così come il principino Umberto. Questa è una delle meraviglie di questo luogo incantato che è la stazione ferroviaria a servizio dell’area archeologica. [1] Imbocchi l’ uscita e, dopo un viale alberato, a poco più di cinquanta metri si entra dentro a Porta Sirena. Settecento metri a piedi, dentro alla città antica in mano agli abitatori del Sette – Ottocento, toccando le antiche stalle e gettando uno sguardo a Villa Salati, eccoci davanti ai templi. A fare da angolo è “La Taverna delle Rose”, ieri vecchia taverna che rifocillava i carrettieri che dal Cilento si portavano a Salerno.

“I terreni davanti alla Basilica, a Nettuno ed al tempio di Cerere si sono coltivati a pomodori e carciofi fino all’ultima guerra” raccontano i vecchi pestani. "È come se un dio, qui, avesse costruito con enormi blocchi di pietra la sua casa": queste sono le parole di stupore misto ad ammirazione di Friedrich Nietzsche davanti ai templi dorici di Paestum. Centinaia di migliaia di visitatori ogni ogni anno hanno lo stesso pensiero. Voi però dovete comprare il biglietto. Girate a destra e camminate. Perchè in questa Stazione di oggi non si vendono più ticket ferroviari. Si trovano al “Bar Anna”. Tagliando alla mano possiamo tornare indietro. Passeggiata nella storia offerta da Trenitalia. Nella stazione c’è una mappa del percorso da fare, a cura della biro un viaggiatore che l’ha riprodotta, con il corredo di parole di rabbia.

 Da Porta Sirena c’è il collegamento ideale tra l’antica Paestum e la medioevale Capaccio. Ce lo spiegano gli studiosi locali. Dalla Stazione, guardando verso il monte, è bello vedere la trama del primo insediamento umano dopo l’abbandono della poderosa città dove greci, lucani e romani trovarono il modo, nonostante tutto, di avviare una convivenza.

Alla Stazione, nella vicina Sala buffet, quella delle “mense sibaritiche”, c’è tanto cemento, buttato anche a getti successivi. Grida proprio vendetta l’orrenda la ristrutturazione, databile a non più di una decina di anni fa, tentata dell’interno del buffet della stazione ferroviaria della più bella e meglio conservata città della Magna Graecia. Un cappotto di fattezze moderne messo a coprire, gli interni del primo approdo della migliore intellettualità europea ed americana che negli ultimi 120 anni. Attempati signori e signore, belle fanciulle vennero qui per ritrovare le suggestioni della classicità dell’antica Poseidonia. E delle rose pestane cantate dai poeti. Lo scempio è a cura di imprenditori malaccorti che avevano “comprato” da un ex ferroviere che, per ultimo, aveva la gestione di questo straordinario bene culturale.

Lo strazio fu fermato una decina di anni fa. Parzialmente in salvo sono le cantine sotterranee con le belle prese d’aria a bocca di lupo. In piena area 220, ovvero protetta dalla legge voluta da Umberto Zanotti Bianco per proteggere dall’ombra del “sacco edilizio” il cuore della città protetta dalle mura mastodontiche e, soprattutto, preservare, per una circonferenza di un chilometro attorno alle mura, i templi, le colonne, i santuarietti, i sepolcreti e quant’altro oggi, se non è stato asportato dai tombaroli, è ancora sotto terra.

A Paestum antica dove le costruzioni sono maestose, incombenti, gigantesche, elegantissime nella loro sobrietà ed essenzialità: suggeriscono il senso del misterioso, dell'imponderabile, del divino. A Santa Venere, alla Licinella, a Borgonuovo e Torre di Mare c’è invece l’edilizia dei condomini del turismo di massa. Un passo indietro e siamo di nuovo davanti al buffet della stazione ferroviaria dove negli anni ’30 arrivavano “gli innamorati” Umberto Zanotti Bianco, alto e secco, un Fassino del tempo, ed una distinta e claudicante signora napoletana, Paola Montuori. “Gettati” ad un lato ci sono due pezzi dell’antico acquedotto che da Trentinara portava l’acqua a Paestum. [2]

Turisti elegantemente vestiti, ferrovieri dalla divisa impeccabile si fanno fotografare davanti all’allora prestigiosa stazione di Pesto. L’immagine è degli anni Trenta, le finestre si aprono a “botte”. Sono storie degli anni Venti, Trenta.

Nel resto della piana di Capaccio – Eboli vanno avanti i lavori della Bonifica. Grandi e modernissime aziende agricole convivono con il latifondo. Poco lontano dalla Stazione, al Cafasso, i Bonvicino portano avanti un’avanzatissimo esperimento di capitalismo agricolo e di trasformazione dei prodotti. Le prime pesche sciroppate escono da qui. Straordinaria epoca gli anni Trenta per Paestum. Le rappresentazioni classiche che si svolsero a Paestum negli anni 1932, 1936 e 1938 conferiscono un tocco di mondanità al luogo. [3]Dal 1938 in poi la storia ha delle accelerazioni. C’è la guerra. L’8 settembre 1943 a Torre di Mare c’è il gruppo di soldati che daranno vita ad Operation Avalanche.

E dopo l’otto settembre a dirigere la Stazione arriva Nicola Paradiso. “Mio padre, fu licenziato per motivi politici nel 1936, quando il fascismo cadde fu riammesso al lavoro e venne spedito in una località allora classificata come "altamente malarica". Una Stazione punitiva. Ma la fine della Guerra segnò anche il riavvio del grande flusso turistico verso Paestum degli studiosi e degli appassionati e poi la grande invasione delle dattilografe teutoniche. A poche centinaia di metri di distanza si producevano le rinomate salse di pomodoro “super Cirio”. Fu un momento economico importante, costruttore di reddito per i contadini e di posti di lavoro per gli operai e che faceva immaginare le potenzialità economiche di un territorio dalla straordinaria feracità. “Mio padre, il capostazione – racconta Michele Paradiso - era "don Nicola" per il suo altruismo, quando non c'era ancora l'Ostello della Gioventù, ci faceva dormire anche i giovani studenti che arrivavano dall'Europa. Molti di loro sono diventati poi delle grosse personalità nei loro paesi e si sono ricordati dell'ospitalità ricevuta. Ci hanno poi mandato delle lettere di ringraziamento”.

C’è l’esempio di un presidente della Germania che venuto qui in visita ufficiale che volle rivedere il capostazione che l’aveva alloggiato e Giovanni Wilkens Desiderio che l’aveva accompagnato durante il suo soggiorno pestano. Perchè su quelle poltrone di pelle della prima classe ci potevano dormire in tre - quattro, stendendosi... “Mio padre, contravvenendo alle regole severe, apriva e metteva tutto a disposizione.”, testimonia Michele Paradiso. Il capostazione andava oltre: "Venivano dall'Agro Nocerino. Erano dei poveri disgraziati che per sopravvivere raccoglievano lumache dai nostri campi. Per raccogliere il loro quintale e mezzo di "maruzze" dovevano restare anche una settimana. La notte dormivano nella sala d'aspetto della seconda classe ed utilizzavano i bagni della Stazione. Mio padre consentiva tutto ciò perchè s'immedesimava nella loro condizione e mia madre, la mattina, gli portava il caffè”. Prima ancora c’è il lungo capitolo della “borsa nera” post – bellica: "Tutta la storia del contrabbando è passato attraverso la ferrovia. Loro si servivano dei vagoni bestiame. Dal sud si portava al nord l'olio d'oliva per averne in cambio della farina. I bidoni – aggiunge Michele Paradiso - li nascondevano sotto i respingenti dei treni. Era una guerra continua coi carabinieri e gli agenti daziari. Poi c'era uno scambio continuo con chi abitava attorno alla ferrovia. Non si scialava: "Agropoli aveva una vita economica grama. Oltre alla pesca, c'era solo un poco di terziario legato a scuole e pretura. Gravitava molto su Paestum. C'erano molte donne che venivano a piedi, camminando lungo i binari, da Agropoli con una cesta in testa. Dentro c'era ago, filo per cucire, pezzi di stoffa, bottoni, cerniere. E poi le alici sotto sale. Le chiamavano le "femminelle" perchè erano minute, basse di statura e camminavano sempre insieme. Si chiamavano Fiorina e Fiorinda. Una delle due aveva un figlio che faceva il palombaro e lavorava al recupero dei mezzi navali affondati durante lo sbarco del 1943. Il ragazzo morì all'altezza del "Raggio Verde" per l'esplosione di una mina.

Anche Angelina e Teresina, sempre di Agropoli, facevano la spola tra Paestum ed Agropoli. Un giorno, tra il 1960 ed il 1961, stavano tornando a casa, sempre camminando a piedi lungo la tratta ferroviarie. Anziane, erano stanche e non sentirono il treno che stava arrivando, all'altezza del ponte sul Solofrone finirono sotto tutte e due. Morirono. L'emozione fu grande perchè tutti le conoscevano”. Oltre alle “femmenelle” di Agropoli c’era poi Nunzio con la sua mappatella. Arrivava da Pompei.

Il personaggio andrebbe inserito di diritto nella nostra storia della mercanzia. Lui faceva il baratto con le famiglie dei contadini che la Riforma Fondiaria aveva da poco portato qui dal Cilento, da Pontecagnano e Montecorvino. Lui prendeva uova, olio, formaggi, grano ed in cambio vendeva i suoi tessuti”. Il “sindaco” di questo universo era “don Nicola Paradiso”.



[1] L‘ex Sala Buffet della Stazione dove Umberto Zanotti Bianco e la Paola Montuoro cenavano nelle serate d’inverno e la Stazione dove arrivavano, in treno, Giuseppe Ungaretti, Albert Camus, Rocco Scotellaro, Amedeo Maiuri e altri per visitare i templi, potrebbero divenire, con l’aiuto delle Istituzioni, un Archivio/Laboratorio della memoria del territorio, un’Officina d’Arte per la conservazione dei materiali di ieri e la costruzione del dorico di domani. La Stazione di Paestum come Ostello/Foresteria per artisti di tutto il mondo e come accoglienza e visibilità per l’eteroclita e parziale raccolta di materiali di Sergio Vecchio: foto dell’800 e dei più grandi maestri del novecento, incisioni, libri e documenti, artisti moderni e le più significative opere della sua produzione. Ed infine, un laboratorio di incisione e di ceramica presso il Casello 21, ora, come la stazione, in abbandono, e da restituire a nuova vita e destinazione d’uso.

[2] La “belle èpoque” c’era quando Rocco Barrella era il proprietario “Restaurant de la gare de Paestum” e nel “service de buffet tous le jours” si serviva “eaux de Nocera Umbra e di Serino” e c’era quel tocco di mondanità che s’addice alla meglio conservata città archeologica della Magna Graecia. “Nell’ampia ed ariosa sala del Buffet della Stazione di Paestum, vengono servite “mense sibaritiche” a tariffa veramente ragionevole, ed il viaggiatore, tra i discendenti dei Pestani che dirigono il Buffet, crederà di riconoscere la decantata ospitalità della Magna Graecia”, come leggiamo su una guida degli anni ’30.

[3] Il manifesto che pubblicizza gli eventi punta le luci sul tempio di Nettuno, l’esastilo più conservato dei templi pestani, posto in secondo piano rispetto ad un basolato e alle celebri rose; siglato Alicandri, è stampato presso le Industrie Grafiche Moneta di Milano. Nel 1932 visita Paestum Corrado Cagli. E’ l’epoca delle Panatenee. Paestum, registrò alcuni fra i più suggestivi rappresentazione mista, formata di diversi elementi, con grandi coreografie e musiche composte da Ildebrando Pizzetti. Non sono durate a lungo ma il loro simbolo è stato ripreso da alcuni anni a Pompei e Agrigento con un festival di musica e balletto di alta qualità, con cui ci si richiama alla squisita tradizione di una festa che attorno all’acropoli ateniese vedeva gare poetiche, musicali e di danza. A giudizio di quanti nel 1938 hanno assistito alle rappresentazioni di Paestum, l’impianto scenico fu vario e perfettamente adatto al grandioso e magico scenario naturale, mentre il sole, nell’ora del tramonto, arrossava con stranissimi riflessi la sommità delle immense colonne doriche e le trabeazioni dei due templi, accendendoli fantasticamente come fari giganteschi.

Alla Stazione di Paestum

oreste mottola

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orestemottola@gmail.com

 

"La Stazione ha scritto la storia. Ci sembrava di vivere come nel West o meglio ancora in un bel film d'avventura. Non ci annoiavamo tra i contrabbandieri, gli Indiana Jones, simpatici imbroglioni che arrivavano dal napoletano, i più grandi archeologi del tempo, Maiuri e Sestieri, Zanotti Bianco e Mario Napoli. O un folksinger ai suoi primi tentativi come Otello Profazio, anche lui figlio di un ferroviere, le sartine che venivano a piedi da Agropoli, le belle ragazze tedesche che facevano sognare e i ragazzi del nord Europa che poi sono diventati presidenti della Repubblica tedesca", così Michele Paradiso, figlio di "don Nicola", storico capostazione dal cuore grande, che pagava di tasca sua gli abbonamenti ad alcuni ragazzi che andavano a scuola ad Agropoli, e di Irma, che offriva un caffè a tutti, racconta gli anni Cinquanta e Sessanta vissuti tra Porta Sirena, la Cirio e l'area degli scavi che era tutta aperta e circondata solo da rigogliose siepi di rose rosse. A poche decine di metri dalla Stazione di Paestum c’è la casa natale di Sergio Vecchio. Scendi dal treno e, se sei attento, puoi già vedere. Però ti devi fermare. Guardare oltre le porte, farti prendere dalla curiosità. Ad un primo sguardo vedi un grande tavolo, delle sedie. E’ rivestita con i preziosi marmi di Calacatta, più pregiati del Carrara, ed ha i mobili in ricercatissimo stile classico. La più bella sala d’attesa di prima classe di una stazione ferroviaria italiana è a Paestum, nella Magna Graecia. Costruita nel 1936, per la visita del Re e di Mussolini , è stata più aperta solo ai viaggiatori d’altissimo rango. Le eccezioni, come vedremo, era quelle che faceva Nicola Paradiso, capostazione comunista che queste discriminazioni di censo e di portafoglio non le sopportava. Il salottino è delizioso. I viaggiatori passano distratti e non colgono il tesoro di gusto che è appena appena velato alla loro vista.

Non vi fecero certo accomodare Cesare Pavese che pure si fermò una notte prima di proseguire per il suo confino calabrese. Vi si sedettero Zanotti Bianco, alto due metri e magrissimo, e la Zancani Montuoro che l’accompagnava. Così come il principino Umberto. Questa è una delle meraviglie di questo luogo incantato che è la stazione ferroviaria a servizio dell’area archeologica. [1] Imbocchi l’ uscita e, dopo un viale alberato, a poco più di cinquanta metri si entra dentro a Porta Sirena. Settecento metri a piedi, dentro alla città antica in mano agli abitatori del Sette – Ottocento, toccando le antiche stalle e gettando uno sguardo a Villa Salati, eccoci davanti ai templi. A fare da angolo è “La Taverna delle Rose”, ieri vecchia taverna che rifocillava i carrettieri che dal Cilento si portavano a Salerno.

“I terreni davanti alla Basilica, a Nettuno ed al tempio di Cerere si sono coltivati a pomodori e carciofi fino all’ultima guerra” raccontano i vecchi pestani. "È come se un dio, qui, avesse costruito con enormi blocchi di pietra la sua casa": queste sono le parole di stupore misto ad ammirazione di Friedrich Nietzsche davanti ai templi dorici di Paestum. Centinaia di migliaia di visitatori ogni ogni anno hanno lo stesso pensiero. Voi però dovete comprare il biglietto. Girate a destra e camminate. Perchè in questa Stazione di oggi non si vendono più ticket ferroviari. Si trovano al “Bar Anna”. Tagliando alla mano possiamo tornare indietro. Passeggiata nella storia offerta da Trenitalia. Nella stazione c’è una mappa del percorso da fare, a cura della biro un viaggiatore che l’ha riprodotta, con il corredo di parole di rabbia.

 Da Porta Sirena c’è il collegamento ideale tra l’antica Paestum e la medioevale Capaccio. Ce lo spiegano gli studiosi locali. Dalla Stazione, guardando verso il monte, è bello vedere la trama del primo insediamento umano dopo l’abbandono della poderosa città dove greci, lucani e romani trovarono il modo, nonostante tutto, di avviare una convivenza.

Alla Stazione, nella vicina Sala buffet, quella delle “mense sibaritiche”, c’è tanto cemento, buttato anche a getti successivi. Grida proprio vendetta l’orrenda la ristrutturazione, databile a non più di una decina di anni fa, tentata dell’interno del buffet della stazione ferroviaria della più bella e meglio conservata città della Magna Graecia. Un cappotto di fattezze moderne messo a coprire, gli interni del primo approdo della migliore intellettualità europea ed americana che negli ultimi 120 anni. Attempati signori e signore, belle fanciulle vennero qui per ritrovare le suggestioni della classicità dell’antica Poseidonia. E delle rose pestane cantate dai poeti. Lo scempio è a cura di imprenditori malaccorti che avevano “comprato” da un ex ferroviere che, per ultimo, aveva la gestione di questo straordinario bene culturale.

Lo strazio fu fermato una decina di anni fa. Parzialmente in salvo sono le cantine sotterranee con le belle prese d’aria a bocca di lupo. In piena area 220, ovvero protetta dalla legge voluta da Umberto Zanotti Bianco per proteggere dall’ombra del “sacco edilizio” il cuore della città protetta dalle mura mastodontiche e, soprattutto, preservare, per una circonferenza di un chilometro attorno alle mura, i templi, le colonne, i santuarietti, i sepolcreti e quant’altro oggi, se non è stato asportato dai tombaroli, è ancora sotto terra.

A Paestum antica dove le costruzioni sono maestose, incombenti, gigantesche, elegantissime nella loro sobrietà ed essenzialità: suggeriscono il senso del misterioso, dell'imponderabile, del divino. A Santa Venere, alla Licinella, a Borgonuovo e Torre di Mare c’è invece l’edilizia dei condomini del turismo di massa. Un passo indietro e siamo di nuovo davanti al buffet della stazione ferroviaria dove negli anni ’30 arrivavano “gli innamorati” Umberto Zanotti Bianco, alto e secco, un Fassino del tempo, ed una distinta e claudicante signora napoletana, Paola Montuori. “Gettati” ad un lato ci sono due pezzi dell’antico acquedotto che da Trentinara portava l’acqua a Paestum. [2]

Turisti elegantemente vestiti, ferrovieri dalla divisa impeccabile si fanno fotografare davanti all’allora prestigiosa stazione di Pesto. L’immagine è degli anni Trenta, le finestre si aprono a “botte”. Sono storie degli anni Venti, Trenta.

Nel resto della piana di Capaccio – Eboli vanno avanti i lavori della Bonifica. Grandi e modernissime aziende agricole convivono con il latifondo. Poco lontano dalla Stazione, al Cafasso, i Bonvicino portano avanti un’avanzatissimo esperimento di capitalismo agricolo e di trasformazione dei prodotti. Le prime pesche sciroppate escono da qui. Straordinaria epoca gli anni Trenta per Paestum. Le rappresentazioni classiche che si svolsero a Paestum negli anni 1932, 1936 e 1938 conferiscono un tocco di mondanità al luogo. [3]Dal 1938 in poi la storia ha delle accelerazioni. C’è la guerra. L’8 settembre 1943 a Torre di Mare c’è il gruppo di soldati che daranno vita ad Operation Avalanche.

E dopo l’otto settembre a dirigere la Stazione arriva Nicola Paradiso. “Mio padre, fu licenziato per motivi politici nel 1936, quando il fascismo cadde fu riammesso al lavoro e venne spedito in una località allora classificata come "altamente malarica". Una Stazione punitiva. Ma la fine della Guerra segnò anche il riavvio del grande flusso turistico verso Paestum degli studiosi e degli appassionati e poi la grande invasione delle dattilografe teutoniche. A poche centinaia di metri di distanza si producevano le rinomate salse di pomodoro “super Cirio”. Fu un momento economico importante, costruttore di reddito per i contadini e di posti di lavoro per gli operai e che faceva immaginare le potenzialità economiche di un territorio dalla straordinaria feracità. “Mio padre, il capostazione – racconta Michele Paradiso - era "don Nicola" per il suo altruismo, quando non c'era ancora l'Ostello della Gioventù, ci faceva dormire anche i giovani studenti che arrivavano dall'Europa. Molti di loro sono diventati poi delle grosse personalità nei loro paesi e si sono ricordati dell'ospitalità ricevuta. Ci hanno poi mandato delle lettere di ringraziamento”.

C’è l’esempio di un presidente della Germania che venuto qui in visita ufficiale che volle rivedere il capostazione che l’aveva alloggiato e Giovanni Wilkens Desiderio che l’aveva accompagnato durante il suo soggiorno pestano. Perchè su quelle poltrone di pelle della prima classe ci potevano dormire in tre - quattro, stendendosi... “Mio padre, contravvenendo alle regole severe, apriva e metteva tutto a disposizione.”, testimonia Michele Paradiso. Il capostazione andava oltre: "Venivano dall'Agro Nocerino. Erano dei poveri disgraziati che per sopravvivere raccoglievano lumache dai nostri campi. Per raccogliere il loro quintale e mezzo di "maruzze" dovevano restare anche una settimana. La notte dormivano nella sala d'aspetto della seconda classe ed utilizzavano i bagni della Stazione. Mio padre consentiva tutto ciò perchè s'immedesimava nella loro condizione e mia madre, la mattina, gli portava il caffè”. Prima ancora c’è il lungo capitolo della “borsa nera” post – bellica: "Tutta la storia del contrabbando è passato attraverso la ferrovia. Loro si servivano dei vagoni bestiame. Dal sud si portava al nord l'olio d'oliva per averne in cambio della farina. I bidoni – aggiunge Michele Paradiso - li nascondevano sotto i respingenti dei treni. Era una guerra continua coi carabinieri e gli agenti daziari. Poi c'era uno scambio continuo con chi abitava attorno alla ferrovia. Non si scialava: "Agropoli aveva una vita economica grama. Oltre alla pesca, c'era solo un poco di terziario legato a scuole e pretura. Gravitava molto su Paestum. C'erano molte donne che venivano a piedi, camminando lungo i binari, da Agropoli con una cesta in testa. Dentro c'era ago, filo per cucire, pezzi di stoffa, bottoni, cerniere. E poi le alici sotto sale. Le chiamavano le "femminelle" perchè erano minute, basse di statura e camminavano sempre insieme. Si chiamavano Fiorina e Fiorinda. Una delle due aveva un figlio che faceva il palombaro e lavorava al recupero dei mezzi navali affondati durante lo sbarco del 1943. Il ragazzo morì all'altezza del "Raggio Verde" per l'esplosione di una mina.

Anche Angelina e Teresina, sempre di Agropoli, facevano la spola tra Paestum ed Agropoli. Un giorno, tra il 1960 ed il 1961, stavano tornando a casa, sempre camminando a piedi lungo la tratta ferroviarie. Anziane, erano stanche e non sentirono il treno che stava arrivando, all'altezza del ponte sul Solofrone finirono sotto tutte e due. Morirono. L'emozione fu grande perchè tutti le conoscevano”. Oltre alle “femmenelle” di Agropoli c’era poi Nunzio con la sua mappatella. Arrivava da Pompei.

Il personaggio andrebbe inserito di diritto nella nostra storia della mercanzia. Lui faceva il baratto con le famiglie dei contadini che la Riforma Fondiaria aveva da poco portato qui dal Cilento, da Pontecagnano e Montecorvino. Lui prendeva uova, olio, formaggi, grano ed in cambio vendeva i suoi tessuti”. Il “sindaco” di questo universo era “don Nicola Paradiso”.



[1] L‘ex Sala Buffet della Stazione dove Umberto Zanotti Bianco e la Paola Montuoro cenavano nelle serate d’inverno e la Stazione dove arrivavano, in treno, Giuseppe Ungaretti, Albert Camus, Rocco Scotellaro, Amedeo Maiuri e altri per visitare i templi, potrebbero divenire, con l’aiuto delle Istituzioni, un Archivio/Laboratorio della memoria del territorio, un’Officina d’Arte per la conservazione dei materiali di ieri e la costruzione del dorico di domani. La Stazione di Paestum come Ostello/Foresteria per artisti di tutto il mondo e come accoglienza e visibilità per l’eteroclita e parziale raccolta di materiali di Sergio Vecchio: foto dell’800 e dei più grandi maestri del novecento, incisioni, libri e documenti, artisti moderni e le più significative opere della sua produzione. Ed infine, un laboratorio di incisione e di ceramica presso il Casello 21, ora, come la stazione, in abbandono, e da restituire a nuova vita e destinazione d’uso.

[2] La “belle èpoque” c’era quando Rocco Barrella era il proprietario “Restaurant de la gare de Paestum” e nel “service de buffet tous le jours” si serviva “eaux de Nocera Umbra e di Serino” e c’era quel tocco di mondanità che s’addice alla meglio conservata città archeologica della Magna Graecia. “Nell’ampia ed ariosa sala del Buffet della Stazione di Paestum, vengono servite “mense sibaritiche” a tariffa veramente ragionevole, ed il viaggiatore, tra i discendenti dei Pestani che dirigono il Buffet, crederà di riconoscere la decantata ospitalità della Magna Graecia”, come leggiamo su una guida degli anni ’30.

[3] Il manifesto che pubblicizza gli eventi punta le luci sul tempio di Nettuno, l’esastilo più conservato dei templi pestani, posto in secondo piano rispetto ad un basolato e alle celebri rose; siglato Alicandri, è stampato presso le Industrie Grafiche Moneta di Milano. Nel 1932 visita Paestum Corrado Cagli. E’ l’epoca delle Panatenee. Paestum, registrò alcuni fra i più suggestivi rappresentazione mista, formata di diversi elementi, con grandi coreografie e musiche composte da Ildebrando Pizzetti. Non sono durate a lungo ma il loro simbolo è stato ripreso da alcuni anni a Pompei e Agrigento con un festival di musica e balletto di alta qualità, con cui ci si richiama alla squisita tradizione di una festa che attorno all’acropoli ateniese vedeva gare poetiche, musicali e di danza. A giudizio di quanti nel 1938 hanno assistito alle rappresentazioni di Paestum, l’impianto scenico fu vario e perfettamente adatto al grandioso e magico scenario naturale, mentre il sole, nell’ora del tramonto, arrossava con stranissimi riflessi la sommità delle immense colonne doriche e le trabeazioni dei due templi, accendendoli fantasticamente come fari giganteschi.

L'autore è ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com 

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Storia economica della moderna Capaccio vista attraverso gli uomini della sua Banca

 

Manlio De Maria, il notaio

 

"Pensiamo al grande, perché al piccolo già ci siamo", questo motto era la regola di vita del notaio Manlio De Maria. Proprio questa sua filosofia rese possibile la nascita della prima Cassa Rurale ed Artigiana di Capaccio, proprio quella che è, adesso, la Banca di Credito Cooperativo. Ma già diversi decenni prima, come si legge in libretto del giudice Baldassarre Coccorullo: "Il notar De Maria con la sua intelligente operosità, donò a Capaccio ([1]) i benefici dell'energia elettrica, foriera di benessere e progresso". In via S. Agostino, 36, nel cuore della vecchia Capaccio, De Maria cominciò a dare le fondamenta ad uno dei più importanti istituti creditizi campani. In quella grande e moderna casa c'era anche il suo studio notarile. Ex podestà, ispettore onorario delle belle arti, frequentatore del bel mondo aristocratico che girava intorno a Paestum, fu uomo di cultura (praticò il teatro e suonava molto bene il pianoforte), il notaio De Maria aveva anche uno spiccato ingegno pratico. "Mio padre fu sempre un precursore, in perenne anticipo sui tempi. Aveva grande dimestichezza finanche con l'ingegneria", racconta la figlia Giuseppina. "Aveva ideato un citofono senza fili per collegare lo studio con la casa, così come aveva adattato una radio che aveva reso potente come quella che usavano i grandi esploratori. Da Roma, fece venire l'ingegner Tanzarella, per costruire una modernissima concimaia brevettata". Poi venne la guerra. E l'episodio centrale fu lo sbarco alleato dell'8 settembre 1943, sulle spiagge di Paestum, quasi sotto casa. L'Italietta fascista si sfalda. Finisce così l'epoca dei balletti tra i templi, delle Panatenee, le rappresentazioni di tragedie antiche, delle visite del principe Umberto e delle sfilate delle giovani contadinotte abbigliate col costume tradizionale. Nella storia di Capaccio adesso entrano, di prepotenza, le lotte contadine e bracciantili, che ebbero come epicentro proprio quella stessa campagna pestana dove erano arrivati i soldati del generale Alexander. Furono anche, per dirla con le parole del poeta Giuseppe Liuccio: "storie belle di battaglie antiche". Il notaio De Maria, che pure votò per la monarchia, s'adattò subito ai tempi nuovi. "Era molto amico di Gaetano Paolino, il padre di Salvatore Paolino. L'aiutò a costituire le cooperative dei contadini che andarono all'assalto dei latifondi. Ed al movimento cooperativo guardò sempre con favore". I vasti territori nei dintorni di Paestum diventarono, dopo le operazioni di bonifica, così testimonia lo scrittore Guido Piovene: "una campagna divenuta fertile. Un misto di remota dolcezza virgiliana e di dolcezza tropicale". Ma solo pochi anni prima il "Lago Pestano" o "palude lucana" erano vicino alle mura di Paestum, poco oltre c'era il "Lago Grande". La regolazione del flusso, e del ristagno delle acque, creò un mondo nuovo. Le necessità finanziarie del mondo dei contadini e degli artigiani del tempo si fecero ancora di più pressanti. "Mio padre attraverso la gestione delle cambiali se ne rendeva conto. Quante volte - racconta la figlia - si sentì chiedere aiuto e non potette adoperarsi! E, com'era suo costume, si mise a studiare il problema. Arrivò alla conclusione che urgeva dare vita ad una piccola banca locale che potesse sopperire, nella trasparenza, a quei bisogni". Lo scrisse nel manifesto con il quale annunciò il suo proposito: "Ho fiducia che non mancherà alla presente iniziativa l'appoggio dell'operosa classe degli agricoltori e degli artigiani della nostra fiorente città". E così fu. Per portare a termine questo suo proposito mobilitò tutte le sue amicizie. "Ebbe tutte le complesse autorizzazioni necessarie per l'apertura della Banca, semplicemente, servendosi dei suoi ex compagni di studi alla Badia di Cava". In questa fase pionieristica tutto si svolse all'interno del suo studio notarile. Accanto a lui ebbe uomini come Giovanni Di Sirio, Candido Arenella, Antonio Nicodemo e Attilio Fasano. Alla presidenza fu allora chiamato l'avvocato Granato. Il notaio rimase nell'ombra, non avendo voluto rivestire alcuna carica. Il primo sportello fu collocato in un negozietto di via Costabile Carducci e poi si passò proprio nel palazzo dei Granato. L'esplosione produttiva della pianura pestana determinò la necessità di spostare l'attività verso il piano. De Maria credette sempre allo sviluppo agricolo, turistico e culturale della nostra pianura. Per questo volle salvare dalle mani degli speculatori la vecchia residenza dei vescovi pestani. E' quel grande edificio tardo - settecentesco, con qualche eco vanvitelliana, posto accanto alla chiesa paleocristiana, dove ha anche sede l'azienda di soggiorno, che oggi tutti conoscono come Palazzo De Maria. Qui, ma è un'altra storia, dove è cominciata l'avventura della cristianità tra Sele e Cilento.

La banca si consolida con Enrico Granato

La presidenza del notaio De Maria durò un giorno solo. Il suo compito fu quello di dare l'avvio alle attività della Cassa Rurale. Il bastone del comando, o meglio, l'onere della ciclopica azione di dare, ogni giorno, testa e gambe all'impresa che si proponeva di riscattare contadini ed artigiani di Capaccio e Paestum da una condizione assai difficile, passò subito sulle spalle dell'avvocato Enrico Granato. Sei figli, di modi cordiali, d'indole assai pratica, dalla ricca inventiva, Granato faceva il civilista ma era anche attivo nell'industria boschiva e nell'edilizia. E' ancora ricordato per la sua battaglia affinché Capaccio abbia una scuola media. Gli fu sempre chiaro come, senza lo sviluppo dell'istruzione, non ci potesse essere avanzamento economico. "De Maria era un'autorità morale indiscussa ma senza l'impegno di Granato la banca non si sarebbe avviata", racconta il figlio. La prima sede era a Capaccio capoluogo, nel Palazzo dei Granato, tra le vie Vaudano e Guazzo. Alla direzione c'era Roberto Ferrentino, colui che successe a Salvatore Paolino come sindaco di Capaccio. L'unico impiegato era il giovanissimo Amodio Francesco Patella, che gli anni successivi diventerà un apprezzato veterinario e poi sarà sindaco del paese. "Le nostre uniche attrezzature erano una calcolatrice a mano, che funzionava con delle sfere", ricorda Patella. I primi anni d’attività della Cassa Rurale furono molto difficili. "Si trattava di misurarsi con le esigenze di una stentata economia post bellica che faticava ad ingranare", ricorda. L'istituto bancario non aveva ancora una propria sufficiente capitalizzazione. Il primo punto di svolta fu nell'assistenza ai tanti piccoli proprietari pestani che vennero espropriati dei pezzi di terreno necessari al passaggio del secondo binario della Ferrovia. "Non so come fece e quali leve usò. Ma si dette talmente da fare che i pagamenti per gli indennizzi degli espropri passarono quasi tutti attraverso di noi. E quella raccolta - dice ancora Patella - ci diede una marcia in più...". Ma dopo due, tre anni arriverà un brusco stop. Nei dintorni di Paestum due clienti importanti, noti commercianti d’elettrodomestici, lasciano uno "scoperto" da cinque milioni di lire. Eccessiva fiducia? Gestione malaccorta? La cifra, per i tempi e per le dimensioni che aveva allora la banca, ne appanna la credibilità, genera apprensione e determina le dimissioni di qualche dipendente. Urgeva chiudere il buco, in gioco c'era la sopravvivenza stessa dell'impresa. "Mio padre ci rimise anche dei soldi suoi", rivela oggi il figlio, ed un'altra parte fu recuperata attraverso la provvidenziale maturazione di buoni fruttiferi che erano stati "accesi" negli anni precedenti. Fu una storia che si trascinò per anni ma che non impedì l'ascesa della Cassa Rurale. Negli anni Sessanta la società e l'economia si mettono a correre in maniera tumultuosa. La svolta storica della liberazione del latifondo, è la tesi dell'economista Luigi Gorga, fa da propulsore al successivo boom dell'economia turistico - alberghiera. "Più case, più alberghi, più commercio, più produzione agricola. Lo sviluppo dell'economia locale - spiega Gorga - si è sempre caratterizzato in termini quantitativi". Comincia l'era dei campeggi nei quindici chilometri della zona litoranea e ci si mette alle spalle la gloriosa storia dell'osteria di Ciccio D'Anzilio a Foce Sele e dell'Autostello dell'Aci vicino alle mura di Paestum. Il pioniere di quella fase è "Nonna Sceppa", successivamente verranno il "Clorinda" di Giovanni Di Sirio ed il "Nettuno" di Lucio Capo. Da quel momento in poi Capaccio - Paestum diventa una delle principali piazze economiche della Campania. Diventa anche una "città nuova", di quelle dove è prevalente l'arrivo di genti provenienti da diversi luoghi, e qui, com’evidenziano i sociologi, c'è il dato comune del carattere particolare degli abitanti, con la prevalenza delle personalità sveglie ed operose. Ed il fulcro di questa vera e propria nuova frontiera è la "vecchia" Cassa Rurale fondata dal notaio De Maria e guidata dall'avvocato Granato. Diventano clienti della Banca anche alcuni noti vip dell’economia provinciale. Ci sarà Gagliardi, presidente della Salernitano Calcio, il figlio di Filippo Gagliardi, l’emigrante di Montesano sulla Marcellana, che partito da semplice muratore aveva fatto fortuna in Venezuela. Arricchitosi con il petrolio, la lottizzazione e la vendita dei terreni in Sud America è pronto a riscattare la sua misera condizione di un tempo con azioni eclatanti. Fondamentale è l'apporto dato, in questa fase, da Rosario Pingaro, don Rosario per tutti, riconoscimento all'imprenditore che fonda, non lontano dall'area archeologica, la fabbrica che poi cederà a Cirio. Finisce la fase eroica della banca ed inizia quella del consolidamento di una delle più importanti realtà creditizie campane.

Il pioniere, Rosario Pingaro

Un vero pioniere, un grande imprenditore, sempre in anticipo sui tempi. Questo è stato Rosario Pingaro, presidente della Cassa Rurale di Capaccio dal 1965 al 1985. Gran parte delle realizzazioni edilizie di Capaccio Scalo portano la sua firma. "Era un vulcano, non stava mai fermo, difficilissimo stargli dietro", ricorda il figlio Vincenzo, ingegnere. "La sua religione era il lavoro. All'infuori di questo non vedeva altro". Fu anche un vero e proprio self made man, un uomo che si era fatto tutto da solo. Nato a Fonte di Roccadaspide nel 1911, era l'ultimo figlio di otto fratelli e sorelle. Il padre fu emigrante in Argentina, ma ritornava spesso a casa, ed appena l'età lo permetteva si prendeva un figlio e lo portava con sè fino a sistemarlo adeguatamente nella fertile terra argentina. Le due femmine, con il piccolo Rosario, rimasero in Italia. Il ragazzo ebbe un'istruzione sommaria, fino alla terza elementare. "Per la mentalità del tempo - racconta il figlio Vincenzo - bastava saper leggere, fare la propria firma e cavarsela con le quattro operazioni aritmetiche". Sotto le armi il giovane Rosario s'accorge che non ha un'istruzione sufficiente. Fu così si rimise a studiare da privatista, per corrispondenza, e sostenne tutti i vari esami. Alle soglie delle superiori dovette però arrendersi. Quando tornò a casa il lavoro dei campi lo riassorbì e non ci fu il tempo di tornare ad applicarsi sui libri. I problemi ora erano altri e così cominciò a prendere altro terreno in fitto per coltivarlo. L'obiettivo era quello di avere un'azienda agricola più grande. Andrà, come vedremo, molto più lontano. Nel 1957, a causa delle grandi difficoltà nel vendere il latte prodotto nell'azienda Pingaro ebbe l'intuizione di impiantare una piccola centrale per pastorizzare ed imbottigliare il latte per uso alimentare. Nel 1963 Pingaro trasferì la sua attività a Capaccio Scalo, l'ampliò e cominciò ad usare anche le buste di cartone. Alle soddisfazioni economiche fecero da contrappeso le amarezze dei due figli persi, in poco più di un decennio, in circostanze tragiche. Nel 1970 costruì lo stabilimento che è stato poi ceduto alla Parmalat. "In quel periodo ebbe un serio incidente automobilistico. L'azienda aveva, a seguito degli investimenti per la costruzione, qualche difficoltà finanziaria e dalle stalle non arrivava latte di buona qualità per i tempi lunghi di trasporto. I refrigeranti non c'erano. La concorrenza era troppo spietata e preferimmo passare la mano", racconta l'ingegnere Vincenzo. Ma l'uscita dal settore alimentare non frena la voglia d'imprenditoria di Rosario Pingaro. Fonda la Later Cap (Laterizi Capaccio) che si impianta a Campagna (in società con la Rdb) solo perchè non troverà a Capaccio un suolo a prezzi abbordabili. Nel dopoterremoto altra iniziativa ad Oliveto Citra, dove fonda le "Terrecotte del Sele". Nel 1986 passa a Battipaglia dove avvia l'Aristea, piatti e bicchieri monouso in plastica, oltre 260 addetti tra diretti ed indotto. "E' una delle prime cinque aziende del settore a livello nazionale", sottolinea il figlio.

Il gioco di squadra. "Nessuno più di lui ha mai creduto tanto nell'importanza della cooperazione. Anche nelle sue aziende ha sempre voluto altri soci. Ha sempre predicato per avere associazioni, cooperative, società. Non ha mai creduto all'utopia della tradizione cilentana che vede col fumo negli occhi ogni forma di cooperazione tra pari. L'individualismo non gli ha mai appartenuto. La sua soddisfazione era quella di dare il via ad iniziative che fossero poi capaci di camminare da sole".

Nella banca. Rosario Pingaro approda all'interno della Cassa Rurale: "Voluto dall'avvocato Granato, che lo fece diventare suo vice", racconta il figlio. C'è un'intera comunità in movimento. La bonifica è finita, l'agricoltura capaccese comincia a diventare redditizia, sullo sfondo c'è lo straordinario boom economico italiano degli anni Sessanta e a Paestum il turismo diventa un'altra voce importante dell'economia locale. La sua ricetta era semplice: "La banca doveva aiutare chi aveva buone idee e dimostrava serietà d'intenti e non dare i soldi a chi già ce li aveva. Sulla consistenza del patrimonio prevalevano le valutazioni sulle capacità imprenditoriali. Tante solide realtà aziendali di oggi sono state alimentate dai primi soldi avuti in prestito dalla Cassa Rurale gestita con questa sua idea". Anche per questo la nostra banca è diventata la maggiore delle banche di credito cooperativo campane.

Antonio Palmieri: la nuova sede a Pagliara e la svolta manageriale

Antonio Palmieri è un protagonista delle vicende della Banca di Credito Cooperativo di Capaccio da quasi quarant'anni: aveva da poco compiuto 21 anni, la maggiore età d'allora, quando venne eletto, nel 1965, nel consiglio d'amministrazione, nell'ultimo anno di presidenza Granato. "Un'esperienza breve. Solo una prima presa di contatto con la realtà del credito locale. Lasciai, a causa della mia inesperienza, dopo pochi mesi".

Antonio Palmieri, classe 1945, dal 1988 ha rivoluzionato l'economia rurale della Piana del Sele mettendo il turbo alla produzione bufalina. La svolta nella produzione della mozzarella di qualità, quella che sta sulle tavole dei vip dello spettacolo e dei potenti della terra, è iniziata partendo dalle terre di Vannulo, tra il Rettifilo, la ferrovia e la Statale 18. Sono i suoi titoli di merito, insieme con il grande pregio ambientale e culturale della sua attività aziendale. La sua carriera pubblica comincia dal Consorzio di Bonifica di Paestum, l'istituzione che ha guidato la rivoluzione agricola della zona, già a partire dai primi anni Sessanta. Il successivo ingresso negli organismi direzionali della banca è naturale. Alla presidenza è eletto nel 1987, succedendo a Rosario Pingaro. "Avevo cominciato stando nel consiglio d'amministrazione con l'animare la battaglia affinché la Banca avesse una sede propria, da costruire vicino al Consorzio di Bonifica. Questo mi mise in contrasto con Pingaro, che voleva una sede più modesta, magari in un edificio già pronto. Si crearono così dei gruppi, una vera e propria divisione".

Il braccio di ferro va avanti per quasi tre anni e fu Palmieri a spuntarla. La nuova sede sarebbe nata vicina al Consorzio e a progettarla sarebbe stato un grande architetto: Nicola Pagliara. "L'intento era di dare alla nuova sede un forte valore simbolico. Il risparmiatore doveva - dice Palmieri - percepire la grande solidità della banca". Come fu scelto Pagliara? "Pagliara aveva costruito già a Santa Venere la bella casa di Nino Salati. E fu proprio quest'ultimo a proporlo. Ci informammo su chi fosse e tutte le referenze furono più che lusinghiere. Nella delibera d'incarico decidemmo pure di lasciargli la massima libertà progettuale". La costruzione cominciò nei primi anni Ottanta. Alla presidenza c'è ancora Rosario Pingaro. "I lavori andavano però a rilento", constata Palmieri. L'ascesa alla presidenza di Palmieri fu favorita da questo? "La questione della sede ruppe degli equilibri consolidati. Si erano ormai formati - ricorda Palmieri - due gruppi distinti". Un'altra discussione si accese sulla richiesta di Palmieri di avere una direzione più"professionalizzata" della Banca. "Si procedeva, quando si doveva concedere il credito, sulla base della conoscenza ad personam. Non avevo niente contro il direttore Arenella, persona di specchiata onestà. Io sostenevo però che la crescita della banca, come la crescente complessità dell'economia locale, c'imponesse di dotarci di un professionista esterno con competenze più diversificate". Fu così che Pietro Vecchione, già all'ufficio fidi della sede centrale del Banco di Napoli, fu prima affiancato ad Arenella e successivamente ne prese il posto. Nel 1987 c'è l'avvento alla presidenza di Antonio Palmieri e con l'allora direttore Pietro Vecchione venne dato il via alla svolta gestionale. "Abbandonammo la gestione familiare e paternalistica che fino a quel momento aveva permeato la banca. Pur permettendogli di crescere in maniera sana quella strategia aziendale era inadeguata ai tempi. Introducemmo così anche la valutazione sulle potenzialità del cliente guardando al patrimonio ed al fatturato. Il tempo ci ha dato ragione. La svolta manageriale, allora d'avanguardia, ha poi caratterizzato tutta l'attività della Banca". Nel 1991 Antonio Palmieri lascerà volontariamente la presidenza della Banca. "Durante il mio primo anno di presidenza avevo costruito il caseificio Vannulo. L'azienda cresceva a vista d'occhio e già reclamava tutto il mio tempo. Avevo i figli piccoli e non gli stavo vicino. Raramente potevo mangiare insieme a loro. Così scelsi: andai via dalla Banca. Io poi sono che alle poltrone non ci tiene: anche al Consorzio di Bonifica lasciai anzitempo. Sono stato oggetto di molte dietrologie, ma voglio rassicurare tutti: mi è bastato vedere le mie idee diventare realtà".

 



[1] La città di Capaccio,  appartiene alla provincia di Salerno e dista 52 chilometri da Salerno, capoluogo della omonima provincia. Conta 20.238 abitanti (Capaccesi) e ha una superficie di 112,0 chilometri quadrati per una densità abitativa di 180,70 abitanti per chilometro quadrato. Sorge a 419 metri sopra il livello del mare. Demografia: Il comune di Capaccio ha fatto registrare nel censimento del 1991 una popolazione pari a 18.503 abitanti. Nel censimento del 2001 ha fatto registrare una popolazione pari a 20.238 abitanti, mostrando quindi nel decennio 1991 - 2001 una variazione percentuale di abitanti pari al 9,38%. Gli abitanti sono distribuiti in 6.109 nuclei familiari con una media per nucleo familiare di 3,31 componenti. Geografia: Il territorio del comune risulta compreso tra i 0 e i 1.087 metri sul livello del mare. L'escursione altimetrica complessiva risulta essere pari a 1.087 metri. Cenni occupazionali: Risultano insistere sul territorio del comune 386 attività industriali con 1.191 addetti pari al 25,38% della forza lavoro occupata, 659 attività di servizio con 1.245 addetti pari al 26,53% della forza lavoro occupata, altre 603 attività di servizio con 1.545 addetti pari al 32,92% della forza lavoro occupata e 54 attività amministrative con 712 addetti pari al 15,17% della forza lavoro occupata. Risultano occupati complessivamente 4.693 individui, pari al 23,19% del numero complessivo di abitanti del comune.