sabato 2 ottobre 2010

Controne, i fagioli preferiti dagli angeli

Anche i ladri mangiano fagioli ma solo se sono quelli di Controne
Un paniere di cose buone: miele, olio, pane ed ora anche il capretto e l’agnello.

“Vengono da fuori quelli che allungano le mani”. Su cosa? "Ci rubano i fagioli. E sotto i nostri occhi", denunciano i coltivatori di Controne. Fagioli, ma non solo. Anche Hallowen. A Controne ti offrono, a 45 euro, un intero paniere di cose buone. Miele, pane ed ora anche il capretto e l’agnello. E l’olio imbottigliato ed etichettato. L’idea è di Michele Stellavato, della “Taverna degli Antichi Sapori”. L’arca degli ottimi prodotti necessari per il buon mangiare sembra prediligere il piccolo paese stretto tra le grotte di Castelcivita e Postiglione, e tra il fiume Calore e i monti Alburni. Piccolo è bello, è il caso di dire, visto che il territorio comunale è di appena 7,5 Kmq e gli abitanti sono meno di mille. Siamo nella terra dove un alone di leggenda copre le certezze scientifiche sul magnesio che rende più buone le tutte coltivazioni e finanche gli alberi di ulivo si trasformarono in soldati per difendere il paese dall’assalto dei nemici. Nel paese dove il prossimo 31 ottobre ci sarà l'americanata della festa di Hallowen in questi giorni va in onda una storia antica, la lotta dei contadini contro chi vuole appropriarsi, con destrezza, del frutto del loro lavoro. Raccogliere al posto di chi si è spezzato la schiena in campi spesso piccolissimi ed ha aspettato le due o le tre di notte per avere un po' dell'acqua miracolosa che scende dalla fonte dell'Acquaviva. Una volta erano pastori e cacciatori ora sono i predoni che, vengono chissà da dove, arrivano in auto ed in pochi minuti raccolgono e scompaiono lungo la strada che costeggia il fiume Calore e che in un quarto d'ora porta sull'autostrada.
"Attenzione! c'è una Panda rossa al Mascherone", ricorre ai cellulari la difesa dei coltivatori dei piccoli orti. I “barbari” fanno presto a fare man bassa di tutto. Sono le piccole storie del paese che è diventato il sinonimo dei migliori fagioli italiani. Gli uomini che stanno nella bella piazza circolare dove ci sono gli uffici, i negozi ed i bar sono pronti a partire per andare a smascherare i ladri ... dei fagioli che stanno ancora dentro le bacche. Tutta colpa del successo del legume che ha accompagnato i protagonisti di tanti film western dove anche gli angeli mangiavano fagioli. Sono rigorosamente di Controne quelli che vuole Alfonso Iaccarino per il suo celebrato ristorante, così come li ha fatti cercare Romano Prodi per una esclusiva e recente cena bolognese ed il gastronomo Bigazzi tempesta di telefonate il sindaco Gugliemo Storti per avere congrui rifornimenti periodici. Il successo mondiale del legume alburnino prosegue inarrestabile. In Italia, in Europa, nel mondo dopo che qualcuno ha cominciato a dire che, se consumati in modica quantità , hanno perfino virtù ... afrodisiache. Esagerazioni? Questi fagioli sono bianchi, teneri, gustosi e a cottura rapida. Hanno virtù curative giovando ai reni ed alla milza. Nutrono, non fanno ingrassare. Fanno bene alla pelle delle donne. E come scrisse il vescovo Sarpo, nel 1634, "i fagioli si frequentano da molti golosi di donna". Ecco, a patto di prediligere la modica quantità, le proprietà afrodisiache.
Quest'anno, poi, si profila un'annata eccezionale. Tutto ha concorso alla perfetta riuscita delle coltivazioni, Gli intoppi? Negli anni scorsi erano i tentativi di imitazione, di quando sotto le insegne del paese caro a san Donato, qualcuno infilava o meglio rifilava, nella migliore delle ipotesi, fagioli prodotti a Laurino, Stio e a Campagna. Nel 2004 va in scena la lotta ai ladri che armati buste di plastica e di tascapane battono i campi coltivati e raccolgono al posto dei contadini. Con il prezzo ormai assestatosi sui 12 euro al chilo il saccheggio diventa lucroso. Il sindaco Storti e il capo dell'opposizione, Carmine Ferrante, divisi su tante cose su una concordano appassionatamente: "Siamo il paese del migliore buon mangiare tipico". Dopo il successo dei fagioli ora al centro della scena stanno arrivando anche col miele, il pane, l'olio e, anche se andiamo a finire fuori tema, i ricami ed i merletti delle venti donne che organizza Rosa Piecoro.
LA NOVITA’. I FAGIOLI PRONTI DI MICHELE. Quella che ai più può anche sembrare un'ideuzza semplice semplice è venuta a Michele Stellavato che qualche anno fa ha aperto quella "Taverna degli Antichi Sapori" che tanto ha fatto per dare dignità gastronomica al fagiolo anche nella sua terra d'elezione. "Le donne non hanno più il tempo e fors'anche la voglia di aspettare tutto il tempo che ci vuole per cucinare i nostri fagioli. Diamogli allora un prodotto certificato e già precotto che in dieci minuti può stare nella pasta o essere condito con l'olio extravergine". Studi, molte prove, ed ecco che dalla "Desiderio", piccola industria conserviera di Scafati, sono venuti fuori i primi fagioli (provenienti dalle coltivazioni di Mario Ferrante) pronti da mangiare. Sempre da Michele Stellavato è possibile trovare delle ottime confezioni, a 45 euro, con tutte le migliori specialità contronesi.
L'ACETO DI MIELE DI ANGELO. E’ tra i cinque o sei produttori italiani capaci di trarre dal miele l’aceto balsamico. E’ il miracolo che fanno all’Agrimell, l’azienda familiare di Angelo Campagna. Le sue produzioni sono da “Biopeppe”, accorsata erboristeria di Berna.
L’ANTICA MOSCATELLA. “Che peccato. L’antica moscatella contronese, quella ci permetteva di fare un vino moscato di tutto rilievo, è diventata rara. Si trova solo in quattro o cinque vigne”, racconta Nicola Chiaino, già ragioniere al Comune ed ora cultore di antiche storie contronesi.
I POLITICI. "Con un marchio collettivo comunale tuteliamo i consumatori ed i nostri produttori", garantisce il sindaco Guglielmo Storti. Ci tiene a sottolineare come i “suoi” fagioli abbiano virtù curative giovando ai reni ed alla milza. "E' un fagiolo rampicante - recita l'adottando disciplinare comunale - a forma tondeggiante o leggermente ovoidale, di colore bianco, a buccia molto sottile che comporta una facile cottura senza spaccature". I fagioli di Controne sono stati inseriti da Slow Food nell'elenco delle cento specialità italiane da salvare e la regione Campania ha inserito la Sagra di Controne tra le 10 migliori della Regione. “Non basta – annuncia Carmine Ferrante – perché non destinare il 20% dell’introito della sagra alla manutenzione dei corsi d’acqua che servono per irrigare i fagioli? “.
Oreste Mottola

orestemottola@gmail.com

Arruolati in una "Gladio" per controllare gli ambientalisti degli Alburni




Sugli Alburni Mario Scaramella cominciò a muovere i suoi primi passi da 007. Dopo l’avvelenamento al tallio dell’ex colonnello russo Litvinenko, in rotta con i suoi capi, suo commensale in un ristorante londinese, e l’infarto al diplomatico Igor Ponomariov, presogli poco prima d’incontrarlo, ora Mario Scaramella si nasconde. Ha paura di essere ucciso. Napoletano, 36 anni, un curriculum degno di Le Carrè, è il consulente di Paolo Guzzanti alla commissione Mitrokhin. E’ l’autore di una relazione, ricavata proprio dalle confidenze di Litvinenko, sui legami fra Prodi ed il Kgb. Nel 2004 è coinvolto in una mai chiarita sparatoria ad Ercolano e l’anno dopo assurge di nuovo agli onori della cronaca per le sue rivelazioni sui fantomatici "20 siluri nucleari sovietici" che dal 1970 se ne starebbero a bagnomaria nel golfo di Napoli. —-

di ORESTE MOTTOLA
Erano stati arruolati in una sorta di Gladio che doveva controllare gli ambientalisti degli Alburni dalle infiltrazioni dei russi o della delinquenza organizzata e loro non lo sapevano. E non l’hanno mai saputo, per oltre 18 anni. Mario Ferrante (Controne), Mimmo Rosolia (Sicignano degli Alburni), Giuseppe Melchionda (Serre) e Generoso Conforti (Postiglione) erano convinti di essere proprio loro i ligi difensori della sacra montagna bianca e del fiume Calore. Lo erano i "quadri", ma 30 ragazzi furono selezionati per un duro corso simil – marines. Ed invece? "Allora mi fu chiesta una attività informativa dal Sismi sui rapporti fra criminalità e ambiente, ne era a conoscenza l´Alto commissariato antimafia e iniziò lì la mia competenza sul Kgb che cercava spie in Italia fra gli ecologisti, volevano formare una specie di Brigate verdi. Un bel giorno, mi trovai, per questo, sotto inchiesta a Napoli, Santa Maria Capua Vetere e Salerno; prosciolto in tutti e 3 i casi". Traducendo, il compito di Mario Scaramella allora era di "infiltrare" il nascente movimento ambientalista. Sulla vicenda specifica ci torniamo dopo, ma il richiamo era d’obbligo, perchè proprio dagli Alburni comincia la sua brillante carriera E’ uno che più che di un biglietto da visita, ha bisogno di una pergamena. E forse nemmeno quella riuscirebbe a contenere i titoli affastellati nel curriculum, che si fa chiamare professore ma non ha una cattedra universitaria, che fu imputato (e successivamente prosciolto) nella strana storia di "poliziotti ecologici" sugli Alburni con compiti poco chiari ma è stato pure magistrato onorario, collabora con la presidenza della commissione Mitrokhin per approfondire i rapporti fra Kgb e Brigate Rosse ma si occupa di sicurezza ambientale, discetta di "tecnologie spaziali contro il terrorismo" e "mine atomiche" ma nella vita di tutti i giorni s’interessa alla demolizione delle case abusive per conto dell’Ente Parco del Vesuvio. In una subisce un attentato. Credenziali ne ha tante Scaramella, nel bene e nel male basterebbero a sorreggere due o tre carriere ormai al traguardo della pensione. Solo che lui di anni non ne ha che 36, due matrimoni, due figli. L’ultimo capitolo è quello dell’avvelenamento del colonnello russo che indagava sulla morte della giornalista Anna Politkovskaia, sua amica personale, avvelenato con il tallio radioattivo dopo una cena in un ristorante giapponese di Londra proprio con lui. Nelle settimane precedenti il diplomatico russo Igor Ponomariov fu stroncato da un infarto poco prima di una riunione con Mario Scaramella. Negli Alburni molti lo ricordano bene: "Furono sei mesi avventurosi", le imprese dello"baby 007", il "superpoliziotto pataccaro", che a vent’anni, mise sotto sopra mondo giovanile, politici ed imprenditori. Era il 1990, l’anno dopo se lo ritrovano sui giornali, accusato di essere stato "inconsapevole" strumento di politici coinvolti in tangentopoli e clan camorristici. Una storia chiarita dice lui, dalla quale esce subito accampagnando la motivazione che i russi erano interessati ad "infiltrare" gli ambientalisti. Si laurea in giurisprudenza e ricompare in Veneto a fianco del giudice Papalia e poi in America, in qualche servizio segreto che lo spedisce in Colombia, a combattere i narcotrafficanti e a proteggere la sicurezza dei suoi oleodotti. Si segnala perfino in Angola, come "facilitatore" del processo di pace. Ora lo ritroviamo lungo le sponde del Tamigi, e con lui sembra tornare l’epoca tenebrosa delle spy story che ci avevano accompagnato negli anni della guerra fredda. E’ con Aleksandr Litvinenko, 43 anni, ex colonnello dei servizi segreti russi c’è lui. Mangiano il sushi al ristorante, il russo sta male. La denuncia, accompagnata da accuse a Vladimir Putin di essere il mandante del (finora) tentato omicidio, è di un personaggio da prendere con molte molle, quel Boris Berezovski, oligarca russo caduto in disgrazia e dal 2001 esule a Londra. Uno che ha motivi personali per avercela con il presidente russo.Dietro alle spalle Scaramella ha una storia da "Spectre", che comincia dalle nostre parti, su per i monti Alburni. I primi passi li muove fra le grotte di Castelcivita e punta Panormo, la vetta degli Alburni. Fra Sicignano degli Alburni e Postiglione. Mario Scarammella arriva qui che non aveva nemmeno vent’anni. Usa gli agganci trovati fra gli iscritti al Club Alpino per trovare le persone più motivate alla battaglia ambientalista. Per la verità quelli che incontra sulla sua strada pensano già al Parco del Cilento del quale si comincia a parlare. C’è chi s’immagina consulente e dirigente e chi semplice guardiaparco. Si comincia dai "quadri": Mimmo Rosolia, allora vigile urbano di Sicignano, è il primo. Seguiranno l’ingegnere Pasquale Principato, il medico Generoso Conforti, lo scrittore e professore Giuseppe Melchionda, poi c’è Mario Ferrante, oggi assessore a Controne. Conforti e Principato escono di scena subito, fanno troppe domande, non sono convinti. Gli altri dopo qualche mese. "Con la divisa ed il basco rosso, tanto savoir faire ed enciclopedica competenza ambientale. Nelle caserme dei carabinieri è di casa, sindaci ed assessori fanno a gara per accontentarlo", ricorda chi allora lo ha conosciuto bene. Poi è di estrema destra, dice di essere nipote di un noto senatore missino napoletano. Ai suoi compagni di avventura racconta che "occorre fare sul serio", tace dei suoi rapporti internazionali. Stabilisce la sua sede di rappresentanza a Castelcivita, presso il convento di Santa Geltrude che il comune, allora guidato da Ernesto Cantalupo, gli mette a disposizione. La sede operativa è nelle campagne della contrada Serra, in una scuola elementare dismessa. Ed è lì che chi scrive, spericolato cronista a gratis del "Giornale di Napoli, fa irruzione con Elio Perillo, allora corrispondente del "Mattino", il fotoreporter Giovanni Liguori e Stella Cervasio, allora giovane e rampante giornalista di "Repubblica". C’era una finestra aperta, ma l’avemmo l’impressione che quel vero e proprio covo nessun inquirente l’avesse passato al setaccio. Cosa è successo nel frattempo? Ogni opificio: frantoi, macelli, discariche comunali – e nel 1990 ogni paese ne ha – subisce la sua visita ispettiva. Scaramella minaccia denunce e chiusure. I sindaci si allarmano ed allertano il prefetto che, al tempo, è Corrado Catenacci, già allora con fama da duro. Catenacci non crede alle sue credenziali ed alle sue divise e, non si sa cosa gli disse, ma sta di fatto che da quel momento finiscono le velleità da "poliziotto" di Mario Scaramella. Il "corso" con i ragazzi selezionati va invece avanti. Marce forzate, judo, arrampicate in montagna ed altre tecniche di vera e propria sopravvivenza. E nessuna distinzione fra ragazzi e ragazze. Così fra i 30 la selezione diventa implacabile. Chi non regge il ritmo viene mandato via. Gli istruttori Aghi e Mucibello si comportano da ufficiali dei marines. L’addestramento è di tipo strettamente militare con la capacità di leggere le mappe. All’epoca raccolsi i racconti di Angelo, Alfonso, Pina, Donato e Franca.L’altolà di Catenacci arriva così sugli Alburni. E agli inizi di luglio del 1990, dopo sei mesi di corsi teorico – pratici intensi, gli inflessibili Scaramella, Aghi e Mucibello, fanno sapere che ci si può prendere un po’ di riposo: "sì, andatevene un po’ a mare", fanno sapere. E accade che i tre non si facciano più vedere in zona. Non è ancora l’epoca dei cellulari e così nessuno riesce più a trovarli. Tornano alle ribalta delle cronache con l’operazione Adelphi che un paio di anni dopo le forze scatenano nel napoletano e nel casertano. In quella rete ci rimane anche lui. Per Rosaria Capacchione, de "Il Mattino" Scaramella è stato usato: "Contro chiunque potesse essere d’intralcio all’affare della spazzatura sponsorizzato dalla camorra di Casal di Principe e dell’assessore Perrone Capano". E "Repubblica": …Intimidatore delle cosche per conto del camorrista Perrella e del clan dei Casalesi, soci in affare dell’assessore". Scaramella riesce a non farsi arrestare perché gli verrà riconosciuta la buona fede e fors’anche per la bontà delle informazioni che Scaramella passa a Domenico Sica, allora Alto Commissario Antimafia. "Non lo arrestano per il rotto della cuffia", dice chi lo conosce bene. Da "baby 007" come allora fu definito sui giornali oggi Scaramella, sarebbe, stando a quel che dichiara: "un accademico dell’università di Napoli e consulente della commissione Mitrokhin istituita dal Parlamento italiano per indagare sulle attività del Kgb in Italia durante la Guerra Fredda". Le cronache hanno già conosciuto altri "personaggi in cerca d’autore" usati per montare il caso Telekom Serbia, ora i riflettori si illuminano su quest’ultimo protagonista. Proprio Scaramella avrebbe fatto sì che la commissione Mitrokhin interrogasse Litvinenko, fuggito dalla Russia dopo essere stato messo sotto accusa per alto tradimento. Prima dell’avvelenamento londinese, s’imbatte in bombe e kalashnikov al limitare del Vesuvio Sei uomini, con passamontagna e guanti in lattice, strumenti satellitari ed armamento da guerra (pistole, mitra e bombe a mano a frammentazione fabbricate nell’ Est) lo seguono nella giornata del 12 marzo 2005. Mario Scaramella è con un suo consulente dell’ Ecpp (il programma americano per la sicurezza nucleare) . Sono in una località boscata, nel comune di Ercolano, alle sette e mezza del mattino, in una Range Rover blindata, accompagnati da due agenti. Qui vengono intercettati dal commando che fa fuoco su di loro. Reagendo gli agenti scaricano sugli attentatori tutto il munizionamento delle loro pistole di ordinanza e feriscono almeno uno dei killer, il pregiudicato camorrista Vincenzo Spagnuolo, che viene arrestato. La versione fornita dall’ interessato alla stampa e cioè di essere un consulente dell’ Ente Parco Nazionale del Vesuvio, delegato ad effettuare le demolizioni di palazzine costruite dai camorristi nell’ area protetta, non spiega l’ agguato, del tipo di quelli che si vedono solo nei film di guerra, che si è verificato..Ma chi è allora Mario Scaramella?
Oreste Mottola orestemottola@gmail.com

Cronaca di un'esplorazione quasi completa delle Grotte di Castelcivita


“Mettiamoci in fila indiana” suggerisce la guida. “E facciamo attenzione a dove mettiamo i piedi”. Più andiamo avanti e l’aria è sempre più rarefatta ed anche le voci ci tornano ovattate. Il nostro respiro alimenta folate di vapore, come se fossimo nell’inverno più freddo. Non sappiamo a quanti metri sotto la roccia stiamo camminando. Ma andiamo avanti spediti. Quante storie ci scorrono nella mente in questi antri che portano a risalire la grande montagna carsica degli Alburni. All’inizio, nella notte dei tempi, erano le lotte per contendersi la possibilità di vivere nella grotta fra gli uomini e gli orsi, seguirono quelle fra i pipistrelli e l’uomo cavernicolo, in ultimo arrivarono i carri armati nascosti dai tedeschi durante l’ultima guerra mondiale, quelli che salivano fin sul valico di Camerine e sparavano giù verso Paestum. In mezzo ci sono briganti con i loro tesori. Li elenco in ultimo perché tanti li hanno vagheggiati e nessuno li ha ma mai trovati. Ancora più in coda Spartaco e la sua Norce, ma qui siamo direttamente nel mito. Vera o falsa che sia la leggenda di Spartaco, la ricerca archeologica ha dimostrato che in questa gigantesca spelonca, come nelle altre del Cilento, trovò una sistemazione abitativa l'uomo di Neanderthal. E risaliamo indietro di 40 mila anni fa. Un alone di mistero e suggestione l’ha sempre circondato, erano dette Grotte del Diavolo, e se ne ha una prima descrizione tardi, in una pergamena del 1781.Sì, il più grande libro di storia, geografia e chimica delle nostre zone che è davanti a noi. E’ misterioso e sdegnosamente nascosto al mondo della luce. E’ un vero e proprio universo parallelo. Un patrimonio, dal punto di vista naturalistico e geomorfologico, ancora non completamente valorizzato, con notevoli potenzialità inespresse. Una realtà fantastica, in un paesaggio surreale, fatto di concrezioni, stalattiti, stalagmiti, e tante altre migliaia di immagini, che l'occhio umano vede ma non riesce a registrare.
"..E fu un sogno. un sogno di visioni estasianti, di bellezze sempre nuove. E questi tre giovani, ebbri, come avvinti in un incanto, presi tutti da un fascino possente, andarono. Fino alla fine! Fino nell' imo di quelle tenebre profonde che mai luce aveva squarciato, fino a che un laghetto di acqua limpida ed azzurrina loro si paro' davanti”. Queste le prime impressioni di Nicola Zonzi, farmacista di Castelcivita, che con Luigi Perrotta e Davide Giardini, nel novembre del 1927, tentò di penetrare nell'intimo delle visceri di questa spugna gigantesca, per svelarne i suoi plurimillennari segreti. Potremmo sottoscrivere anche noi, moderni emuli di quei coraggiosi, un attimo prima di quando ci troviamo davanti alla prova del buio assoluto. Abbiamo camminato, all’andata, per più di due ore con il casco in testa e le lampadine, sembravamo minatori al lavoro. Ai bordi del Lago Sifone, uno dei grandi pozzi, un orrido da almeno ottanta metri d’acqua che non si sa dove va a finire. Che è pura, va da un verde chiaro all’azzurrino, di quelle tonalità che all’aperto non ne vedrai mai così. Spegniamo le lampadine e facciamo tutti silenzio. Siamo nel ventre degli Alburni. Non c’è il cielo sopra di noi ma concrezioni calcaree che diventano stalattiti e stalagmiti. Le più piccole hanno qualcosa come diciottomila anni. “Se ci girassimo un paio di volte su noi stessi perderemmo sicuramente l’orientamento”, racconta Gaetano Costantino, la nostra guida. Qui non si applica la lezione di Gino Paoli che vedeva il cielo in una stanza. L’esperimento dura pochi attimi. A tutti però sembrano un’enormità. E’ il soffio dei milioni di anni di questa cavità che sentiamo su di noi. Il primo a riaccendere è Giuseppe Verrone: fa plik alla sua lampada all’acetilene e la fiammella ci restituisce al tempo presente. Sulle pareti c’è il rosso delle presenze del ferro, il grigio del carbone o delle sostanze organiche in via di fossilizzazione, i lustrini creati dal carbonato di calcio. Perché la riconquista dell’uomo moderno di queste grotte è cominciata da poco, dal 7 febbraio del 1889 quando dei ragazzini di Controne, i fratelli Ferrara, decisero di calarsi giù dalla piccola entrata (ampliata solo poco il 1930). Giovanni e Francesco Ferrara, con due lucerne ed alcuni fiammiferi, incuriositi dalle dicerie popolari, vi si addentrarono, ma dopo pochi metri, per le esalazioni di acido carbonico, rimasero al buio per sei giorni in attesa dei soccorsi. Purtroppo, Francesco morirà sulla via del ritorno a casa, Giovanni rimarrà segnato per sempre. I veleni erano quelli del guano, i giganteschi depositi del letame dei pipistrelli. Ci misero degli anni gli uomini della Montecatini per toglierlo e trasformarlo in straordinario concime biologico.
L’appuntamento per la nostra gita è per le 14.30 di una domenica. Con un tam tam sono state raccolte poco più di una decina di persone disposte a farsi inghiottire per quattro ore dalle viscere degli Alburni e del fiume Calore: le grotte di Castelcivita. La singolarità dell’impresa è che con scarponcini ai piedi e lampada alla mano percorreremo tutti i 3 chilometri e 300 metri della cavità carsica, e non solo quel poco più di un chilometro del percorso turistico. Quando, e si sono fatte le 18.30, usciamo all’aria aperta stanchi ma in noi c’è l’emozione di aver fatto una straordinaria cavalcata nella storia dell’evoluzione del nostro ambiente naturale. Ed è valsa la pena spendere i 20 euro del biglietto (la normale visita costa 8 euro).
Oreste Mottola
orestemottola@gmail.com

venerdì 1 ottobre 2010

Angelo Vassallo, per un punto della situazione

sabato 25 settembre 2010

Il giorno in cui Vassallo cominciò a morire

Delitto Vassallo, sei scenari per la morte del sindaco
Angelo Vassallo

GIALLO
Appalti, abusivismo, droga: le piste dei magistrati. Gli amici divisi: "La follia di un balordo". "No, la camorra si sta impadronendo del Cilento e Angelo non sapeva mediare"
di PATRIZIA CAPUA e DARIO DEL PORTO

"Qua un sindaco rischia al massimo un diverbio per un cassonetto fuori posto o una lampadina fulminata. Per me può essere stato solo un balordo", dice il commercialista Pietro Di Lorenzo, accomodato su una poltrona del circolo della vela. Vassallo era il suo padrino di cresima. "Angelo era incapace di mediare. Comprensivo, ma non accomodante. Prendeva tutto di petto, inconsapevole del pericolo", ricorda il manager in pensione Erminio Petillo. "Il mio sindaco è morto per situazioni di contesto che si stavano affermando", afferma Stefano Pisani, il più stretto collaboratore di Vassallo.

Pisani non vuol sentire parlare di camorra: "Qui a Pollica non c'è e non ci sarà". Le indagini però sono affidate alla Direzione distrettuale antimafia. Giuseppe Tarallo, per sette anni sindaco a Montecorice, già presidente del Parco del Cilento, è di tutt'altro avviso rispetto a Pisani: "La camorra c'è eccome. Si sta impadronendo di pezzi sempre più vasti del territorio e dell'economia locale. Basta guardarsi intorno per comprenderlo. Seguire le tracce delle compravendite di immobili e locali commerciali con complicità a tutti i livelli. Avevo più volte spronato Angelo a fare fronte comune. Ha sottovalutato il pericolo?".

La droga. L'ossessione di Vassallo, durante l'ultima estate della sua vita, era l'invasione della droga ad Acciaroli. Il sindaco aveva protestato con le forze dell'ordine chiedendo più controlli sullo spaccio. Alla fine, era stato costretto ad affrontare di persona i pusher, accompagnato solo da due vigilesse. Questa è la pista principale seguita dalle indagini. Ma lo scenario appare più complesso.

Il porto. Sta per essere aggiudicata la gara per il secondo lotto del porto turistico: 4 milioni di euro per ampliare la banchina e creare un isolotto di 500 metri quadri riservato ai grandi yacht. I lavori prevedono lo spostamento dei depositi e del distributore di carburante. "Il porto è solo uno dei cardini del giro d'affari che può svilupparsi attorno alla costa e che fa gola a un intreccio di camorra e "colletti bianchi"", dice Giovanni Petillo, per 15 anni consigliere di opposizione a Pollica, proveniente dall'ex Msi. Quest'estate l'approdo ha ospitato 1020 imbarcazioni. La banchina è pubblica, i tre moli sono a gestione privata.

Gli altri appalti. Al Senato il sottosegretario Alfredo Mantovano ha rimarcato la "contrapposizione" di Vassallo ad appalti "non rispettosi delle regole". Quali? La risposta è nell'ufficio di Angelo, sotto sequestro dal giorno del delitto. Sulla porta, accanto ai sigilli, una rosa rossa. L'unico grande progetto conosciuto riguarda il piano energetico del Parco del Cilento di cui Pollica è capofila di 74 Comuni. Un affare da oltre 70 milioni di euro che però è ancora fermo. "Il Capo dello Stato ha detto che il Cilento ha bisogno di prevenzione e sviluppo - sottolinea il vicesindaco Pisani - ma come è possibile se la Regione ha smesso di pagare?".

Gli affari immobiliari. Vassallo aveva colto l'arrivo di nuovi capitali nell'economia immobiliare di Acciaroli. Ed era attento ai passaggi di mano avvenuti anche attraverso aste giudiziarie. Circostanze che ora vengono esaminate dagli investigatori, come il progressivo insediamento nel paese di una famiglia di imprenditori originari della provincia di Napoli che gestisce alcuni locali della "movida". La pista degli affari immobiliari non convince gli amici di Vassallo. "Grandi lottizzazioni non ce ne sono da anni. L'unico investimento rilevante degli ultimi tempi è la cessione per circa 4 milioni a un operatore casertano del palazzo vicino al porto dove si trovano gli uffici di una banca", spiega Erminio Petillo. "In 25 anni ad Acciaroli ci saranno state 3, forse 4 esecuzioni immobiliari e un paio di fallimenti", afferma Di Lorenzo. Per evitare che uno storico bar di Acciaroli "La Lucciola", chiuso dopo 30 anni, fosse rilevato da "forestieri", undici amici di Vassallo hanno costituito una società per rilevare l'attività. "Poi affideremo la gestione a una famiglia di Acciaroli", spiega Di Lorenzo.

L'abusivismo edilizio. La lotta al cemento illegale è stata una delle battaglie-simbolo per Vassallo. Al piano regolatore di Pollica, già molto rigido, si era aggiunto il 14 giugno quello del Parco del Cilento: un altro ostacolo ai disegni di chi aveva investito per costruire senza regole. "Pollica non ha mai tollerato l'abusivismo", sottolinea il vicesindaco Pisani. Ora che Vassallo non c'è più, che cosa succederà? "Il timore che possa aprirsi un varco esiste - avverte Erminio Petillo - è una preoccupazione che dobbiamo cominciare ad affrontare". Giuseppe Tarallo è pessimista: "La bella immagine di Acciaroli è finita con la morte di Vassallo".

Le liti locali. "Non so perché è stato ucciso. Penso a qualche inimicizia della quale non riesco a vedere la dimensione, all'azione di uno sbandato della droga o a una vendetta personale", commenta Erminio Petillo. Ammazzato solo per il suo carattere autoritario e intransigente? Difficile. Le indagini della Procura di Salerno dovranno dare soluzione al giallo. Acciaroli intanto prova a guardare avanti. Fra sei mesi si vota. "Stavolta in campo ci sarà anche l'opposizione", promette Giovanni Petillo. "Angelo lascia un vuoto enorme - ragiona Erminio Petillo - il ricordo però non va banalizzato. Adesso Acciaroli deve tornare alla normalità". Già da un paio di giorni, la gigantografia del sindaco non è più sulla Torre Saracena.




La notte in cui Vassallo cominciò a morire
Così sfidò gli spacciatori: "Fuori da Acciaroli". Un gommone scaricò droga nel porto. Lui lo seppe e cacciò dai locali i delinquenti
LA SFIDA AGLI SPACCIATORI
di PATRIZIA CAPUA e DARIO DEL PORTO

ACCIAROLI - Nel mese di agosto, secondo numerosi testimoni, un'imbarcazione veloce approdava tutte le sere alla banchina della località turistica per inondare con fiumi di stupefacenti le notti della Movida. Un traffico sfacciato, sotto gli occhi di villeggianti e proprietari di yacht spaventati da questo commercio. Il 24 agosto, poco prima di essere ucciso, il sindaco decise di sfidare in prima persona gli spacciatori. Dodici giorni prima del 5 settembre, quando fu assassinato con nove colpi di pistola.

Ecco il film di quella notte d'agosto. Vassallo è in giro con la moglie Angelina per una passeggiata. Intorno all'una, viene avvicinato da un gruppo di vacanzieri. "Sindaco, faccia qualcosa". E lui, accompagnato solo da due vigilesse, va sul molo. Gli spacciatori, avvertiti di questo giro di perlustrazione, si sparpagliano in alcuni locali nel piazzale del porto. Alcuni a piedi, altri in bicicletta.

Sguardi circospetti, cenni d'intesa. Nel buio, Vassallo riconosce un ragazzo che vende droga nella zona: "Tu qua non devi più venire, hai capito?", gli dice brusco. Quello gira le spalle e sparisce. Ma è solo un pesce piccolo. Vassallo intanto non si ferma. Continua il giro. Entra in un locale. Un giovane gli va incontro. Gli tende la mano per salutarlo. Il sindaco si gira di scatto: "È meglio che non mi saluti, hai capito? Vattene via da qui". Quello si irrigidisce: "Chi si crede di essere, questo?", sbotta. E poi un insulto. Vassallo lo ignora. E fa di più. Continua il giro dei locali e si sfoga con i proprietari: "Io faccio il possibile per aiutarvi, per sostenere il turismo ad Acciaroli. Ma vi ho già detto mille volte che certa gente qui non la dovete far venire".

Poi Vassallo torna a casa. Tranquillo come sempre. La moglie Angelina ha raccontato a "Repubblica" di non averlo mai visto turbato, nei giorni che hanno preceduto l'omicidio. Ma come amministratore, quel supermarket della droga aperto nella sua Acciaroli lo preoccupava eccome. Più volte aveva invitato per iscritto le forze dell'ordine a intervenire. E aveva dato personalmente disposizioni alla polizia municipale di pattugliare il piazzale del porto, i locali della Movida e il molo per scoraggiare i pusher e gli acquirenti della droga.

Le indagini coordinate dalla Procura antimafia di Salerno prendono in considerazione come prima chiave di lettura quella che conduce alla vendetta per punire la campagna di Vassallo contro l'invasione della droga ad Acciaroli. Delitto che, in questa ottica, non può non essere stato voluto espressamente dalla camorra, che del traffico di stupefacenti da sempre muove i fili.

Alcuni testimoni sentiti in Procura hanno fatto i nomi di un gruppo ben individuato di giovani locali. Facce note, riviste ad Acciaroli dopo diverso tempo. Teste calde. Protagonisti di gigantesche risse sul molo, accoltellamenti e minacce. Gente conosciuta come pedine del traffico di stupefacenti. Dai sospetti però non si è passati ad alcuna accusa formale. Alle voci del paese, non sono stati trovati riscontri sufficienti. E il fascicolo sull'omicidio Vassallo è ancora contro ignoti.

Gli investigatori coordinati dal procuratore capo di Salerno Franco Roberti stanno adesso dando anche la caccia al gommone della droga che ad agosto raggiungeva l'angolo più buio del porto di Acciaroli. I carabinieri stanno frugando nei registri delle imbarcazioni concesse a noleggio durante l'estate.
La vendetta degli spacciatori non è l'unico possibile movente per un delitto che resta, tre settimane dopo, ancora senza colpevoli. "Ma anche altre soluzioni, alla fine, si incrociano con la pista della droga", sottolinea un investigatore. Gli spacciatori, ragionano in Procura, sono l'ultimo anello di un ingranaggio criminale molto più sofisticato. Al vertice ci sono i trafficanti, intorno la "zona grigia" dove si muovono i "colletti bianchi" interessati agli affari e agli investimenti a sei zeri resi possibili anche dall'enorme guadagno garantito dal commercio di stupefacenti.

Soldi potenzialmente in grado di trasformare l'isola felice di Acciaroli, l'orgoglio di Angelo Vassallo e dei cilentani, in un nuovo canale di riciclaggio di denaro. La camorra come si colloca in questo scenario? Le indagini, ha detto il sottosegretario Alfredo Mantovano durante la recentissima audizione al Senato, "escludono che il Cilento presenti al proprio interno insediamenti camorristici, ma approfondiscono con attenzione anche la pista camorristica. Nella provincia di Salerno è segnalata da tempo una situazione di fermento della criminalità organizzata".

La "convergenza d'interessi" ipotizzata all'indomani del delitto dagli inquirenti più esperti potrebbe aver trovato nello scontro fra Vassallo e gli spacciatori il punto di rottura di un equilibrio divenuto, per il crimine, non più sostenibile. A quel punto, il sindaco andava punito in maniera violenta ed eclatante. Affinché la sua morte servisse da avvertimento a tutto il territorio cilentano.

Vassallo, ha ricordato Mantovano, si era impegnato "per evitare che Pollica fosse presa di mira dal traffico di droga facendo attenzione che non circolasse nei locali pubblici". La notte del 24 agosto, forse, il sindaco-pescatore, ambientalista e intransigente, ha cominciato a morire.
(25 settembre 2010)  

martedì 28 settembre 2010

La vera storia di Mario Scaramella. Dagli Alburni a Londra, passando per il Suvio


Inserito il 27 settembre 2010 alle 22:12:00 da webmaster. IT - Inchiesta

Nella rubrica WatchDog ci siamo posti l’obiettivo di monitorare il mondo dell’informazione evidenziando, laddove ne verifichiamo l’esistenza, distorsioni, manipolazioni e falsificazioni. Fedeli a questa linea abbiamo deciso di rivisitare una vicenda avvenuta ormai diversi anni fa ma che ci pare un esempio emblematico di come i professionisti della carta stampata non dovrebbero operare.

Protagonista, suo malgrado,il dottor Mario Scaramella, che dal dicembre 2003 fino all’aprile 2006, è stato collaboratore a tempo parziale della Commissione bicamerale d’inchiesta concernente il “dossier Mitrokhin” e l’attività d’intelligence italiana.
Scaramella, come molti ricorderanno, balzò agli “onori” della cronaca nel novembre 2006, ben sette mesi dopo la chiusura della Commissione, in concomitanza con l’avvelenamento e la morte a Londra del defezionista russo, ex agente del Kgb, Aleksandr Litvinenko. Costui era stato uno dei principali collaboratori e fonte di Scaramella durante i lavori della Commissione ed il primo novembre 2006, giorno del suo tragico avvelenamento con polonio 210 avvenuto nella mattinata presso l’hotel Millenium, aveva consumato nel primo pomeriggio un’ultima colazione proprio con il consulente napoletano al sushi bar Itsu di Piccadilly Circus.
Dopo la morte di Litvinenko la stampa italiana si scatenò contro Scaramella, colpendo e delegittimando con lui tutto l’operato della Commissione Mitrokhin che era stata presieduta dall’allora senatore Paolo Guzzanti. Una campagna inusitata per virulenza e accanimento. Da allora il nome di Mario Scaramella, come abbiamo ricordato sempre su «LiberoReporter» nel numero di aprile-maggio 2010, è oggetto di scherno e ironie.
Tutto era cominciato in quei giorni cupi di tre anni fa.

«Arrivò a sequestrare edifici abusivi, alberghi, ristoranti, bar, un caseificio e persino [!?] un ippodromo clandestino al boss Nuvoletta». Con queste parole, in un articolo dal tono sprezzante e con punte di ironia goffa, Claudio Gatti su «Il Sole 24 Ore» del 10 e 11 gennaio 2007 descriveva, riprendendo un testo della giornalista Rosaria Capacchione de «Il Mattino» di Napoli, un passaggio della carriera “farlocca”, per lui e per tantissimi altri, di Mario Scaramella.
Se questo è l’approdo dell’inchiesta del giornalista del Sole allora qualcosa non torna. Segnalare con disprezzo un'operazione riuscita contro la criminalità organizzata, per dire ai lettori guardate a che punto è arrivato questo millantatore incallito di Scaramella, è mortificante per tutti coloro i quali sono ancora dotati di qualche grammo di materia grigia e ci tengono a tenerselo ben stretto. E soprattutto lascia intravedere una sorta di partigianeria investigativa che riduce a zero il lavoro di un professionista della penna.
Per questo «LiberoReporter» si è impegnato a fondo per cercare di capire quale fosse la verità dietro queste vicende senza condizionamenti e pregiudizi, chiedendosi il perché contro quest’uomo, si sia scatenato un vero e proprio inferno mediatico.
Scaramella è stato vittima di un sistema più grande di lui o di un sistema che lo ha abbandonato in nome di chissà cosa?
La nostra inchiesta sull'ex consulente della Commissione Mitrokhin parte da qui, dall’origine del suo discredito mediatico. Noi cercheremo per quanto possibile di ristabilire la verità dei fatti.

Biografia non autorizzata
Come detto, nel gennaio 2007 sul quotidiano economico di Confindustria uscì una “biografia non autorizzata” in due puntate a cura di Claudio Gatti (Incredibile ascesa del commissario Scaramella, «Il Sole 24 Ore», 10 gennaio 2007; Il gioco di Scaramella tra il Kgb e la Cia, «Il Sole 24 Ore», 11 gennaio 2007). Va ricordato che proprio la mattina del 10 gennaio presso il Tribunale di Roma era prevista l’udienza del riesame relativa a Mario Scaramella, in carcere dal 24 dicembre 2006 accusato di calunnia nei confronti di Aleksandr Talik, ex ufficiale ucraino del Kgb, che viveva da clandestino in Italia. Il reato contestato risaliva all’ottobre 2005 e quindi era soggetto, anche in caso di eventuale condanna, a indulto. Ma Mario Scaramella resterà in carcere fino a giugno 2007, quindi trascorrerà altri otto mesi agli arresti domiciliari fino a febbraio 2008.
Quei due articoli del Sole, di oltre ventisettemila battute, ancora oggi sono fonte inesauribile di ispirazione per tutti coloro i quali si avvicinano alle vicende della Mitrokhin. Un vero e proprio testo di riferimento che ha finito per moltiplicare e diffondere ovunque un’immagine deformata e non certo lusinghiera di Mario Scaramella.
Ecco alcuni esempi emblematici, fra i tanti che si possono fare, che prendono spunto proprio dal lavoro di Gatti:
«Ma a smascherare Scaramella non sarà il Parlamento italiano. Saranno tre giornalisti (Bonini e D’Avanzo di «Repubblica», Claudio Gatti del «Sole24ore»), Scotland Yard e i giudici di Roma» (Marco Travaglio, La commissione più pazza del mondo, «l’Unità», 17 novembre 2007);
«[Scaramella] il peracottaro napoletano, che da anni truffava enti pubblici e università con curriculum farlocchi» (Marco Travaglio, «l’Unità», 24 maggio 2007).
Vediamo quindi ora di analizzare da vicino ciò che Gatti scrisse in quegli articoli.
All’inizio del suo primo pezzo il giornalista affermava:
«“Il Sole 24 Ore” ha trascorso un mese alla ricerca dei fatti e (possibilmente) della verità su Mario Scaramella. Conclusione: Paolo Guzzanti [già presidente della Commissione Mitrokhin] è solo l’ultima di una lunga serie di persone che per 18 anni gli hanno permesso di girare il mondo spacciandosi per quello che non è mai stato, cioè commissario, magistrato antimafia, professore universitario, responsabile di un’organizzazione intergovernativa ed esperto di intelligence sovietica.»
Gatti e il Sole dunque, impiegarono un mese di ricerche per ricostruire la vicenda professionale ed umana di Mario Scaramella, con l’intento di giungere “(possibilmente)” alla verità. Da allora sono trascorsi più di tre anni. Noi di «LiberoReporter» abbiamo dunque avuto sicuramente più tempo a disposizione. Abbiamo potuto cercare documenti e prove, reperti sui quali siamo stati in grado di operare meticolose verifiche e riscontri.

Fatti, non parole
Nell’incipit dell’articolo del 10 gennaio 2007, già citato, è elencata una lunga serie di “titoli” di cui, a detta del giornalista, Scaramella si sarebbe appropriato indebitamente e grazie a queste millanterie sarebbe riuscito ad accreditarsi negli ambienti più disparati.
Secondo Gatti la tecnica di Scaramella consisteva nell’«utilizzare ogni singolo contatto o evento [si presume falso o di scarsa rilevanza] per accreditarsi e legittimarsi con quello successivo in una straordinaria catena autoreferenziale senza limiti geografici». Un risultato anche minimo, quindi, ottenuto con l’astuzia, usato da Scaramella come trampolino per il passo successivo. Gatti nel suo incalzante racconto delle straordinarie e mirabolanti avventure di Scaramella, non può esimersi dall’ammettere alcuni risultati conseguiti da quest’ultimo in qualcuno dei ruoli, a detta del giornalista del Sole, usurpati. Ma Gatti lo fa con incredibile sprezzo del pericolo, alimentando la campagna mediatica senza precedenti a cui era da settimane sottoposto Scaramella. Una vera e propria character assassination.
Gatti ad un certo punto del suo racconto, definisce letteralmente “bravate” le azioni compiute da Scaramella, azioni che, ad esempio, avevano oggettivamente colpito nel 1990 interessi e beni della mafia operante sul litorale domizio-flegreo, area compresa tra Gaeta e Pozzuoli.
Il giornalista del Sole, che sembra non fermarsi di fronte a nulla, disegnando situazioni degne di Ionesco, finisce, a ben guardare, per attribuire a Scaramella capacità addirittura sovrumane. La scarsa plausibilità di una parte delle argomentazioni di Gatti sono già evidenti a chi abbia occhi e mente aperta per vederle. Basterebbe infatti, a titolo di puro esercizio di stile, provare a rileggere gli articoli del Sole con una chiave di lettura leggermente diversa e magari più attenta ai contenuti e ci si troverebbe immediatamente di fronte ad uno scenario completamente ribaltato. A suscitare ilarità non sarebbe Scaramella ma sarebbe proprio il giornalista e la sua incredibile interpretazione dei fatti.
Come si può credere possibile, tanto per fare qualche esempio, che semplicemente “puntando su sigle in inglese e contatti al di là dell’Atlantico” una “entità virtuale” possa ottenere “con stupefacente sfrontatezza” accrediti, incarichi e finanziamenti dalla NASA?
Come si può immaginare possibile che qualcuno che ha il “terreno bruciato vicino a casa” possa ricevere incarichi e consulenze peritali da procure di mezza Italia, dal Veneto alla Calabria?
E ancora, come si può onestamente credere che “sulla base di un infinitesimale granello di verità” l’Assemblea plenaria del Consiglio superiore della magistratura possa investire qualcuno della carica di giudice onorario?
Per dirla con le parole della sentenza di assoluzione per il reato di usurpazione di funzioni pubbliche del 31 dicembre 1994 è “improbabile, illogico, ed in fondo irriguardoso, ritenere che basti qualificarsi come Commissario per ottenere da una Procura della Repubblica la disponibilità ed il comando degli uomini della sezioni di P.G”, concetto che riassume tutta la delegittimazione logica dello sfinimento mediatico, e purtroppo non solo, che ha seppellito l'immagine e la rispettabilità di una persona messa alla gogna con una superficialità estrema e miserabile.
Ma al di là di queste considerazioni preliminari e introduttive, il nostro lavoro si è sviluppato analizzando in dettaglio molti degli argomenti trattati da Gatti. Eccone il resoconto puntuale.

Ma al di là di queste considerazioni preliminari e introduttive, il nostro lavoro si è sviluppato analizzando in dettaglio molti degli argomenti trattati da Gatti. Eccone il resoconto puntuale.

Scaramella “non è mai stato” commissario?
La prima “bravata” che viene addebitata a Scaramella è quella di essersi fatto passare per falso commissario ed aver quindi coordinato, nei primi anni novanta, operazioni delicate contro la criminalità organizzata campana.
Ma, in termini concreti, Mario Scaramella è mai stato un commissario?
Vediamo di capirlo. Nel 1991, in seguito alla cosiddetta operazione S. Antonio che aveva colpito pesantemente con arresti e sequestri la criminalità organizzata che operava nel litorale domizio-flegreo (si veda la foto), il futuro collaboratore della commissione Mitrokhin, che di quella operazione era stato “guida e direzione”, venne rinviato a giudizio per due capi di imputazione: usurpazione di funzioni pubbliche, avendo dichiarato di agire su mandato dell’Alto Commissariato per la lotta alla Mafia e della Commissione parlamentare antimafia e usurpazione di titolo essendosi qualificato come “Commissario”.
Gatti riporta l’episodio in questi termini trancianti: “La sentenza di condanna fu depositata il 31 dicembre 1994”.
Dunque stando a queste parole sembrerebbe che Mario Scaramella sia stato riconosciuto colpevole dei reati ascritti. Ma è questa la verità?
Leggendo la sentenza citata da Gatti emessa della Pretura Circondariale di S. Maria Capua Vetere (da cui sono tratti i virgolettati che riportiamo di seguito), sentenza dal giornalista utilizzata per demolire Scaramella, in realtà si apre il sipario su scenari molto diversi.
Secondo il capo A dell’accusa, Mario Scaramella si era appropriato di funzioni pubbliche che non rientravano in quelle di coordinatore di un gruppo di Polizia Ambientale chiamato Nasc (Nuclei Agenti Sicurezza Civile), creato nel 1988 nell’ambito della Legge-quadro n. 65/86 sull’ordinamento della polizia municipale.
Già in primo grado però Scaramella venne completamente assolto per questo reato perché “il fatto non sussiste”. Gatti però incredibilmente sembra dimenticare del tutto questa conclusione.
Leggendo poi le motivazioni della sentenza di assoluzione si rilevano dettagli particolarmente interessanti.
Il pretore Roberto de Falco scrive infatti: “risulta accertato che l’imputato propose delle operazioni da compiersi sul litorale domizio secondo le intenzioni (se non addirittura su mandato) dell’Alto Commissariato e della Commissione Parlamentare Antimafia”, quindi è appurato che Mario Scaramella “ha organizzato, coordinato e diretto operazioni” contro la criminalità “collaborando ampiamente con le più diverse autorità ed organi dello Stato”.
Emblematiche, in questo senso, anche le deposizioni di tre militari che parteciparono all’Operazione S. Antonio: fu loro ordinato di mettersi “a disposizione” di Scaramella e quindi eseguire gli “ordini del signor Scaramella”.
Emerge inoltre che Scaramella aveva stretti contatti con l’Alto Commissario Domenico Sica e con l’allora presidente della Commissione Antimafia senatore Gerardo Chiaromonte (1924 – 1993) al quale “riferiva sugli esiti delle proprie operazioni” e con ogni probabilità “agiva con il consenso se non addirittura su iniziativa” dello stesso presidente.
Va ricordato che sia Chiaromonte sia Sica vennero ascoltati come testi nel procedimento in oggetto.
Il giudice, nelle sue conclusioni si spinge ad affermare che “la condotta posta in essere dall’imputato ha goduto non soltanto dell’acquiescenza e della tolleranza della P.A. [Pubblica Amministrazione], ma, probabilmente, di un vero e proprio consenso”. E ancora “dall’istruttoria dibattimentale è emerso anche che, nell’ambito dell’operazione condotta dallo Scaramella, un altro gruppo specializzato ebbe l’ordine di assistere l’imputato [una pattuglia del G.I.C.O. di Milano – Gruppo Investigazioni Criminalità Organizzata], ed è emerso che tale partecipazione è derivata da ordini che provenivano dalla G.d.F. [Guardia di Finanza] […] ulteriore conferma della acquiescenza della G.d.F. e probabilmente di alti comandi della stessa”.
Infine apprendiamo che per ordini ricevuti “dal comando superiore” una pattuglia specializzata dei Baschi Verdi (GdF), seppur in assenza di ordini dell’A.G. di S. Maria Capua Vetere, ha “partecipato all’operazione”, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, l’approvazione di cui Scaramella godeva da parte di importanti autorità statali in lotta contro il crimine.
Pertanto il ritratto che emerge da questi passaggi è, senza dubbio, di un uomo di fiducia delle autorità anticrimine al quale venivano assegnati, attraverso il Nasc, compiti delicati nella lotta alla criminalità, compiti che venivano peraltro adempiuti con successo. A ben vedere dunque tutt’altra figura rispetto a quella delineata da strani biografi non autorizzati che si spingono ad affermare con una certa dose di coraggio: “Dopodiché, agitando a distanza il tesserino di guardia itticovenatoria provinciale [!?], il ‘commissario Scaramella’ si presentò a due sostituti [poco oltre Gatti li definirà “sostituti ingannati”] della procura di Santa Maria Capua Vetere per ottenere l'assistenza della polizia giudiziaria nelle sue attività di sequestro”.
Nello stesso processo di primo grado, relativamente al secondo capo di imputazione (usurpazione di titolo), Scaramella fu effettivamente condannato ad una lieve multa. È dunque su questa condanna, sola e unica, che Gatti sembra incentrare il suo ragionamento. Ma per far ciò occorre necessariamente minimizzare l’esito finale raggiunto dalla Corte d’Appello di Napoli, il 16 ottobre 1995, che assolse Scaramella anche per questo secondo capo d’imputazione, e sempre perché “il fatto non sussiste”.
Questa formula doveva apparire particolarmente indigesta al giornalista del Sole poiché, dopo aver parlato apertamente di “sentenza di condanna” (senza specificare che si trattava di una condanna di primo grado, per un solo capo d’imputazione e nemmeno il più grave), è costretto ad ammettere, ‘in punta di penna’, che “la condanna venne poi annullata in appello”, aggiungendo che ciò avvenne in “punto di diritto”.
Tutt’altro. L’assoluzione fu con formula piena in primo e secondo grado per l’usurpazione di funzioni e fu con formula piena in appello e poi definitiva per l’uso del titolo di Commissario. Quindi non “in punta di diritto” ma “perché il fatto non sussiste”.
Comprendiamo benissimo che dare in pasto all’opinione pubblica la storia di un imbroglione che beffa le istituzioni è senz’altro più utile alla demolizione del personaggio, però non possiamo esimerci dal far notare come il metodo utilizzato da giornalisti pronti a sparare a zero su una persona come Scaramella, somigli molto alla classica martellata sulle dita. Ridicolizzare un uomo citando solo parti di una sentenza di primo grado senza riportare compiutamente le conclusioni a cui giunsero i magistrati (sentenze passate in giudicato) ci pare non molto onorevole per dei professionisti dell’informazione.

Nino Lorusso e Gabriele Paradisi

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Didascalia foto:

Sequestri sul litorale flegreo. Segnalazione al Questore di Napoli
Nel maggio 1990 Mario Scaramella e il Nasc da lui coordinato portarono a compimento un’importante operazione sul litorale flegreo in collaborazione con la Criminalpol. Furono posti sotto sequestro, per un valore di circa 15 milioni di euro attuali, aree ed esercizi pubblici che “risultavano di fatto nella disponibilità di pregiudicati appartenenti al “clan dei Nuvoletta e dei Maisto”. La massiccia operazione si rese possibile grazie ad “una voluminosa informativa della Criminalpol” e ad “ampie relazioni redatte dalla Polizia Ambientale” (il cosiddetto Nasc guidato da Mario Scaramella).






LA SECONDA PUNTATA QUI
http://www.liberoreporter.it/NUKE/news.asp?id=5496

sabato 18 settembre 2010

Camorristi, anarchici ed il caso dell'assassinio Vassallo

Sull'ipotesi di eventuale matrice anarchica dell'assassinio di Angelo Vassallo avanzata in un articolo di Aldo Bianchini

pubblicata da Peppe Tarallo il giorno mercoledì 8 settembre 2010 alle ore 11.47
Riporto qui un mio commento postato a un articolo di Aldo Bianchini su 'DentroSalerno'

Caro direttore,permettimi di fare delle osservazioni alla tua analisi.Mentre argomenti su elementi e indizi che fanno pensare a un agguato della camorra,poi affermi ” E la camorra, se di questo vogliamo parlare, difficilmente rischia tutto pur di entrare in una zona in cui non ha mai attecchito, ci sono tanti altri lidi dove poter approdare facilmente” per poter passare a un’ipotesi che non andrebbe scartata di tipo terroristico di derivazione anarchica dovute ad eventuali frange estreme legate al caso Mastrogiovanni,il maestro anarchico morto a seguito di TSO ordinato dal sindaco assassinato.Io credo che sia stata la sottovalutazione che tu sembri sottoscrivere della penetrazione camorristica(e forse non solo)sostenendo che si tratta di ‘zona in cui non ha mai attecchito’.Questo non solo contrasta con un’evidenza che solo certo struzzismo politico e giornalistico si ostina a non vedere e a negare come se qesto fosse una diminutio del luogo e un’offesa alla dignità e all’integrità del territorio.Contrasta con dicharazioni del procuratore Roberti e soprattutto con relazioni della commissione parlamentare antimafia che hanno descritto il Cilento,in particolare la costa come area di investimenti e riciclaggio della camorra nonchè di usura e traffico di droga e perfino armi.E in questa occasione non solo io ma magistrati come Marino o scrittori come Saviano hanno confermato la presenza della camorra.E’ da da almeno 30 anni che la camorra ‘è approdata’ in Cilento e fa lauti guadagni e investiemnti come dimostrano l’insediamento dell'’hotel Castelsandra di don Luigi Romano a San Marco di Castellabate confiscatogli per appartenenza al clan Nuvoletta e di nuovo oggi appetito e reclamato dai suoi soci parenti Agizza e dai suoi stessi eredi.Così come continua a prosperare,nello stesso comune, l’attività e la rete ‘commerciale’ dei Fabbrocino.O si pensa che questi siano presenze solo imprenditorali?Già nel 1991 a me direttamente il direttore del Castelsandra,al mio rifiuto di assecondare operazioni ‘amiche’ nel territorio tra Montecorice e Acciaroli disse:”Ma che credi?non lo sai che l’80% degli investimenti sula costa cilentana sono della camorra?”.E ti posso assicurare che dopo pochi mesi secondo quando mi era stato preannunciato da rappresentanti locali degli interessi di un villaggio turistico poi da me abbattuto in seguito, dopo lunghe battaglie anche giudiziarie,mi fu tolta la fiducia(”o accetti e cedi o ci compriamo la giunta”,mi fu detto testualmente proprio sotto casa mia)arrivando anche a tenere di fatto sequestrato un assessore.Per questo affare io e un altro consigliere di minoranza precedentemente avevamo ricevuto proposte corruttive di comparielli legati al Castelsandra,proposte in cui io e l’altro consigliere potevamo stabilire la somma che ci sarebbe stata data senza lasciare traccia e anche concedendoci la possibilità di salvarci la faccia(”potete continuare a opporvi ma senza fare il clamore e il casino mediatico”che creava problemi…ed era la nostra forza).Solo l’elezione diretta del sindaco nel ‘93 mi rimise in sella fino al 2001.Posso dirti che l’elezione successiva del sindaco,ancora in carica,è stata determinata dalla speculazione e da persone legate alla camorra che hanno anche presidiato e ‘vigilato’ davanti ai seggi.Oggi l’amministrazione comunale ha riaperto le porte alla speculazione edilizia e agli investimenti nel campo immobiliare ed edilzio di dubbia e sospetta provenienza.Nel mio comune opera attivamente una cricca che cura tutti i passaggi di compravendita dei terreni fino al rilascio della autorizzazione.Riferimento e sponsor dichiarato di questi investimenti curati dalla cricca è il sindaco in persona,già assessore al personale per un breve periodo nella giunta Cirielli,sotto le cui ali protettive ora si è messo dopo varie trasmigrazioni.Oltre ad essere direttore amministrativo dell’ospedale di Roccadaspide il cui sindaco ha affermato che andrebbe cacciato a calci.La speculazione avviene con la piena condivisione attiva della Soprintendenza-diretta da Zampino-che con una semplice nota ha di fatto disapplicato i vincoli preordinati alla redazione di piani esecutivi da parte di tutti i comuni del Cilento costiero interessati dal PTP(Piano Territoriale Paesistico):nel mio comune-pur sprovvisto ancora di PRG-per mia diretta conoscenza è un giochetto farsi approvare-con una parvenza di legalità-vere e proprie lottizzazioni che vengono trattate come progetti convenzionati sottraendoli così alla competenza sia del consiglio comunale che dello stesso parco. Questo trucchetto,con l’avallo della Soprintendenza,ho il sospetto che sia copiato anche da altri comuni.E soprattutto non credo che la presenza,l’influenza e il condizionamento della speculazione e di investimenti malavitosi siano circoscritti al comune di Montecorice e di Castellabate ma,per le cose ricordate prima ,sicuramente riguarderanno l'’intera fascia costiera.Quanto al comune di Pollica io mi sento di affermare che il sindaco Vassallo ha sottovalutato la presenza della camorra.Quando tra noi c’era più dialogo e collaborazione al mio invito a vigilare e a controllare certe presenze pericolose e rischiose nel settore turistico-ristorativo lui mi rispondeva di ritenere di riuscire a controllarle e incanalarle all’interno di sue scelte e direttive amministrative,fino a spingersi a sostenere insieme ad alcuni di questi l’elezione del nuovo sindaco del mio comune,salvo poi a prenderne le distanze poi per intervenuti contrasti e diverse scelte politiche.Vassallo io credo abbia sopravvalutato il suo potere e sottovalutato quello di queste forze e presenze che nel frattempo si sono ancor più rafforzate e accresciute,anche negli appetiti, proporzionalmente al valore sempre crescente che lui intelligentemente è riuscito a dare al suo comune.Questo lo dico a prescindere dall’ipotesi di un assassinio di stampo camorristico che se confermato confermerebbe non solo questa mia analisi ma certificherebbe la sua presenza ‘ufficiale’ e l’apertura di una nuova fase,più aggresiva e violenta tesa ad affermare un suo dominio incontrastato e incontrastabile. A ciò non giova la tesi minimizzatrice da te affacciata e condivisa da altre autorità isituzionali e in ultimo proprio dal vicesindaco e altri amministratori di Pollica che ritengono la presenza della camorra offensiva e disdicevole per l’immagine turistica del comune,sposando l’ipotesi o della reazione violenta di spacciatori contrastati personalmente e solitariamente dal sindaco o di una reazione o vendetta di qualcuno,locale, che ha covato un odio e rancore personale per un eventuale torto subito.Io personalmente so che questa tesi ad Acciaroli è sostenuta proprio da queste inquietanti presenze legate alla camorra e temo che la stiano facendo passare ’spontaneamente’ tra i paesani come la più consona e conveniente per l'’immagine di un paese e di un comune che rischia diversamente di vedere crollare proprio quell’'immagine che il sindaco Vassallo ha portato così in alto.”La camorra non avrebbe sprecato 7/9 colpi,ne sarebbero bastati 2″ “La camorra perchè avrebbe dovuto compromettere i suoi ‘pacifici’ affari?”. Ma giudici come Marino o giornalisti e opinionisti esperti di camorra ritengono invece la modalità e l’efferatezza dell’assassinio di Vassallo compatibili con lo stile della camorra.E veniamo alla tua tesi giornalistica che fai per non trascurare nulla azzardando così una tremenda ipotesi: ” La vendetta di qualcuno troppo vicino al defunto maestro anarchico?” Certo questa ipotesi soddisfacererebbe il carattere locale e ‘personale’che si vuol dare al delitto per allontanare l’altra spaventosa e ancor più tremenda legata alla matrice camorristica che tanto nuocerebbe all’immagine del paese e della stessa camorra che,assolta da dirette responsabilità,potrebbe continuare a fare i propri affari indisturbata e pacifica.Pur convenendo che nessuna iptesi possa e debba essere scartata,permettimi di contestare questa tesi per me irreale e assurda.”Qualcuno troppo vicino al defunto maestro anarchico” può essere o un suo familare o un amico-compagno anarchico.Tra i familiari ci sono un solo fratello,che, da sempre riservato, è dedito alle sue attività di azienda rurale familare e che notoriamente non è capace di far male a una mosca;una sola sorella residente attualmente nel Cilento,professoressa,la cui compostezza e dignità molti hanno potuto conoscere ed apprezzare nelle sue interviste televisive,altre 2 residenti in altre città del centro-nord di cui una mi sembra sposata con uno delle forze dell’ordine.Ha una sola nipote maggiorenne,Grazia Serra, che studia a Roma e che si è segnalata nella trasmissione di ‘Mi manda RAI3′ e non credo che abbia vocazioni omicide:tutta la famiglia chiede alla magistratura giustizia e non credo abbiano tentazioni di farsi giustizia da sè. Un anarchico? Lo stesso Franco non faceva più militanza attiva dopo i fatti che lo hanno visto coinvolto nel delitto Falvella nè risultano esistenti circoli o tradizioni anarchiche in Cilento nè mai esistite storicamente in loco frange estremistiche o anarchiche,anche volendo ammettere che “Nessuno …può contestare che la rabbia delle frange estreme della sinistra o dell’anarchia possono a volte sfociare in azioni eclatanti e molto violente”. Al giornalista Bianchini o ad altri,storici o cronisti,non credono risultino cose del genere a meno che non si risalga ai moti ottocenteschi del Cilento.Nè risultano essersi mai verificate azioni così efferate come l’assassinio di Vassallo come fatto ‘personale’ tra persone private o verso amministratori.E visto che si fa l’ipotesi che il sindaco abbia potuto conoscere la persona che lo ha bloccato e ammazzato escludo per il momento,come tu stesso sembri fare, un eventuale anarchico venuto da fuori,anche se io nei giri che ho fatto un pò in tutt’Italia incontrando circoli,gruppi o singoli anarchici non ho sentito mai nessuno pronunciare parole o intenzioni violente…anche perchè normalmente gli anarchici sono non violenti.E anche nei sit-in o incontri organizzati in loco si è manifestato in maniera civile e pacifica.L’unica ipotesi che potrebbe essere fatta,per indicare persone conosciute da Vassallo,e quindi escludendo il cognato di Mastrogiovanni Vincenzo Serra,e visto che forse si trattava di 2 persone,per esclusione rimaniamo io e Giuseppe Galzerano,entrambi amici e Galzerano con l’aggravante di essere anarchico).Anche se nessuno di noi 2 possiede o sa maneggiare armi,entrambi abbiamo un alibi di ferro e ci dichiariamo a disposizione della magistratura.Personalmente penso che caro direttore ti potevi risparmiare questa tua ipotesi ‘giornalistica’.E’ grave che venga suggerita e insinuata ua pista che rientra nella migliore tradizione dei depistaggi soprattutto perchè sia Mastrogiovanni che Vassallo hanno avuto morti sia pure diverse ma egualmente atroci.Aver denunciato la illegittimità e l’arbitrarietà del TSO adottato dal sindaco Vassallo,non ha impedito a me e a Galzerano nè ad altri di essere profondamente addolorati per la morte del sindaco,di chiedere anche per lui come per Franco verità e giustizia e di partecipare ieri sera al corteo-fiaccolata per condividere il comune impegno in difesa del territorio e delle istituzioni che sono stati colpiti nella sua persona.

Giuseppe Tarallo

Durissimi attacchi a Mario Miano da amici della Valle del Calore. Cavallo e Accarino

L’UOMO A DIFFERENZA DELL’ANIMALE SOGNA…. MA E’ LA RAGIONE E LA PAROLA CHE DIFFERENZIANO IN MODO EFFICACE L’UOMO DALL’ANIMALE…. MA SE L’UOMO PARLA A VANVERA ALLORA L’UOMO E L’ANIMALE SONO PERFETTAMENTE SOVRAPPONIBILI.

Scritto da: Cavallo Domenico 
grazie per cosa? non è stato eletto!!!
Oggi molti amministratori bravi ragazzi, del nostro comprensorio non comprendono le ragioni per cui sono stati eletti sindaci. Amministratori che il più delle volte blaterano o farfugliano cose per sentito dire o perchè cosi hanno letto sul libricino della politica delle chiacchiere. Io mi domando come si fa a continuare nella recita, se la realtà che i nostri sindaci hanno nei comuni e di disperazione assoluta, come si fa mentire anche a se stessi, cosa difficile, ma riesce a meraviglia a questi burattini della politica, manovrati con una stretta di mano dal politico di turno che li fa sentire importanti. Senza contare poi chi diventa assessore come Mario Miano che fa l’assessore dell’agricoltura stando nelle stanze di palazzo Sant’Agostino e scorrazzando a bordo del suo land rover come un feudatario della Valle del Calore salernitano. L’UNICO  posto dove non lo prendono a sassate è Fonte di Roccadaspide poi invece dovunque va nessuno se ne accorge. E destino della Provincia di Salerno che all’assessorato dell’agricoltura vengano nominati assessori che sono sponsor della GRANDE BUFALA.  l’unica sua proposta seria è stata quella di trasformare l’olio extravergine di oliva in olio di Ricino, per superare la crisi del settore ed esportarlo in IRAN come olio per le centrali nucleri. 
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                             MIANO DOVE SEI? Alla Valle del Calore finanziamenti zero….per gli eventi estivi.


La Provincia di Salerno ha assegnato i contributi alle associazioni che hanno organizzato le manifestazioni estive. I contributi sono andati da un minimo di 750 euro ad un massimo di 12.500 euro. Quest’anno sono stati tagliati i contributi alle sagre; c’è da chiedersi però, come mai “Pizza in festa” di Pagani è stata sostenuta con 10.650 euro? Perché sono state tagliate fuori manifestazioni del calibro della “Sagra del Fusillo di Felitto” giunta alla XXXV Edizione e la “Festa dei 7 Vini D.O.C” di Castel San Lorenzo che ha raggiunto la XV edizione? A farla da padrona, manco a dirlo, in quanto a sovvenzioni, è stata la città di Salerno e l’Agro-Nocerino Sarnese. Mentre l’Assessore Adriano Bellacosa ha fatto il bellino in quanto ad elargizioni di campanile, l’assessore Mario Miano, invece, provetto taglia nastri dell’ultima ora, non ha fatto altro che fare il giro delle sagre e rilasciare la solita intervista di routine. L’assessore Miano, inoltre, durante le suddette manifestazioni ha svolto con gusto e con l’ausilio di una solida forchetta il ruolo del commensale non pagante. Allora caro assessore Miano vuoi svolgere con diligenza il tuo ruolo? Non sarebbe il caso di fare meno l’impettito e il taglia nastri, ma di adoperarti di più e con diligenza in favore del territorio? Allora ce lo promette? Possiamo fare il nodo al fazzoletto? La prossima volta faccia in modo che la Valle del Calore non resti fuori da tali contribuzioni. Attendiamo, fiduciosi, il suo appoggio! 
                                                                                              Pietrantonio Accarino        
 
Il primo dei contraddittori dell'assessore provinciale all'agricoltura è il blogger Domenico Cavallo, che scrive su www.salernoproduce.com, mentre Pietrantonio Accarino è l'ex presidente della Pro Loco di Castel San Lorenzo e attivissimo collaboratore del settimanale "Unico".