mercoledì 14 dicembre 2011

Spinazzo, la campagna agricola di Paestum


Viaggio nell’ex Stalingrado di Capaccio. Tra carciofi, pere e bufale. Benvenuti a Spinazzo, nella grande campagna agricola che confina con Paestum. Tra il Varco Cilentano, il bivio delle Mattine e la Capaccio – Paestum. La Riforma Fondiaria trapiantò qui una grande maggioranza di famiglie di Pontecagnano e Bellizzi. A Gromola, a Cortigliano, ci sono i capaccesi. A Spinazzo, dove una volta furoreggiava la”pera coscia” e il carciofo ‘pascaiola’, la ‘Tonda di Paestum’ oggi incontriamo il mais e le bufale, ma la vocazione all’agricoltura resiste finanche alle potenti sirene del turismo e dell’edilizia. C’è un allevamento di cani di razza ‘american bulldog’, ma siamo ancora in tema.

In questi poco più di un migliaio di ettari, dove c’era il feudo dei Salati, funzionava il “soviet” di Capaccio, dove si votava in massa per i comunisti e nel bar i contadini discutevano animatamente di politica. Poi i muri sono caduti ed anche la “Spinazzo rossa” si è laicizzata. “Ma fino ad un certo punto. Tonino Orlotti è votato dalla stragrande maggioranza degli spinazzesi. C’era poi il calcio, con la glorioso squadra dello Spinazzo vero terrore delle avversarie. Le coppe d’epoca del bar raccontano i trionfi dei calciatori locali tra terza categoria ed interregionale. “Anche il Napoli è venuto giocare da noi”, racconta l’orgoglioso barista. Lo squadrone l’organizzò il “mister” Ferdinando Salati. “Dopo una settimana di duro lavoro era l’unico ritrovo, il diversivo, per la domenica dei maschi. Le donne andavano a Messa. E fin dove non arrivavamo nelle trasferte”, ripete il tifoso nostalgico. Dietro ai caseggiati della piazza c’è la palestra comunale. E’ contento Antonio Atrigna: “L’hanno messa a posto. L’avevano scassata tutta. Adesso ci hanno fatto i bagni pure per gli invalidi”. Zì Antonio ha 81 anni, ha cominciato facendo il “trainiere” alla Masseria Spinazzo. Viene da Cicerale, da dove scese nel 1946 ma si fermò prima a Giungano. “Vivo qui da quando avevo 28 anni”, racconta. Mi scambia per un dirigente dell’Ersac, che contnua a chiamare ente riforma, e mi esterna la sua rabbia. “Ho sempre pagato il dovuto. Ho un fascio di bollette alto così. E poi per riscattare la mia casa mi hanno fatto la multa. Schifosi!. E se non avevo i soldi che facevano mi cacciavano’. Li avrei presi a legnate”. L’agronomo Mario Sabia dirige la cooperativa agricola Paestum. “L’unica reale nella zona”, fa notare Sabia. Il presidente è Nicola Di Spirito. Nacque per arare, fresare i terreni e poi portare avanti i trattamenti antiparassitari. Ha 150 soci, quota sociale di 258 euro, quasi tutti spinazzesi, 4 dipendenti più gli stagionali, 750 mila euro di fatturato. “A noi ci ha distrutto la concorrenza spagnola. E poi i nostri costi di produzione, notevolmente più alti. Soprattutto per i trattamenti antiparassitari. Ogni ettaro – spiega Sabia – richiede più di 2500 euro di spese. In dieci anni il prezzo al chilo è calato da mille vecchie lire ad ottocento, e addio convenienza. Ed ogni pianta non porta mai più di 20 kg. Ci si rimette. Meno male che è arrivata la zootecnia, con le bufale, perchè così aggiriamo il limite delle quote latte”. E a questa riconversione del settore che guarda l’impianto della cooperativa che produce sfarinati. Ed il carciofo’ “Non attrae più gli agricoltori più giovani. L’unica via di scampo è la zootecnia. Perchè le bufale non ce le possono togliere. Vivono bene solo in questa zona”. Un’altra questione sul tappeto è l’utilizzo massiccio di anticrittogamici tipico di un’agricoltura avanzata qual’è quella di Spinazzo. “Passi in avanti nei abbiamo fatti tantissimi anche qui – replica Mario Sabia – sono prodotti che incidono prima di tutto sulla tasca e sulla salute dell’agricoltore”.
Dal punto di vista sociale rilevante è l’azione dell’Associazione “Rinascita” diretta da Franco De Rosa. Si occupa dalla festa patronale di S. Antonio alla cura degli spazi comuni nella borgata. La cura delle anime è affidata al locale Parroco. ‘Questa zona non è la vera propria Spinazzo ma la vecchia ‘Pagliara della Visceglia’. Era abitata prevalentemente dai massari Avallone e Buonora, fattori e bufalari dei Salati. Dopo la Riforma Fondiaria i capaccesi non vollero questi poderi perché ‘ spiega Nicola Di Spirito, presidente della cooperativa Paestum ‘ i terreni non erano i più fertili’. Ma di passi in avanti ne sono stati fatti tanti. ‘Anche con l’Ersac, l’ex ente di sviluppo, i nostri rapporti sono molto buoni. Lo stesso è per il comune. Ci siamo occupati delle strade, grazie ad un finanziamento della comunità montana’.
LA SCHEDA. LA MASSERIA SPINAZZO. La Masseria Spinazzo, oggi di Lazzaro Leone, è l’antica residenza baronale, risale al XVIII secolo. Il Palazzo, fortificato, è su due piani.. Sull’ampia corte si affacciano case coloniche e fienili, una sCappella barocca ed una scuderia con annesso maneggio.Sul retro vi è un magnifico giardino con piante secolari tipiche, piscina ed un porticato attraverso il quale si accede ad ampi saloni con caratteristiche volte a vela. La Masseria Spinazzo perpetua la sontuosità, il clima di pace e tranquillità di un tempo ed è inserita nell’area archeologica pestana tout court in quanto al suo interno è stata rinvenuta una necropoli che rappresentava l’unico esempio di tombe a camera dipinte (IV sec. a.C.). Per la visita: Lazzaro Leone s.s.18, km.96.500 – Paestum (SA) Tel. e Fax 0828.722.041
Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

lunedì 12 dicembre 2011

Oliveto Citra: Ufo, profumi e guarigioni della Madonna del Castello

ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com
"Se la Madonna vuole apparire ad Oliveto Citra, non deve chiedere il permesso a me". Lo disse l’allora arcivescovo di Salerno – Campagna – Acerno, Guerino Grimaldi, conversando un giorno con don Peppino Amato, il parroco di Oliveto. Voleva prendere tempo, riflettere, accertare e discernere. Troncare e sopire. Ci fu invece l’effetto valanga. Si calcola che, negli ultimi vent’anni, più di un milione di pellegrini si siano fermati su quella scalinata di fronte al Castello, e dopo aver recitato qualche preghiera, hanno chiesto una grazia più o meno importante. Un congiunto ammalato da guarire, un nipote discolo ed un marito disattento da correggere. La religiosità popolare, come sempre accade, ha preso il sopravvento sulle prudenze delle gerarchie ecclesiastiche. Nel 1985, nella serata del 24 maggio, iniziarono le apparizioni della Madonna a diversi veggenti. All’inizio erano dodici, oggi sono solo tre. Il mistero s’infittisce anche per un’altra strana circostanza: "Tutte le volte che si effettuano manifestazioni più importanti di preghiera o di feste per ricorrenze relative alle apparizioni della Vergine, il sole partecipa puntualmente con segni spettacolari, meravigliosi: mutamenti di colore, roteazioni e movimenti di palpitazione, spesso si nota nel disco solare l’ostia che usa il sacerdote per la celebrazione eucaristica con le lettere IHS, oppure una croce gigantesca e la figura della Vergine", scrive il parroco. Oltre a vedere gli Ufo nel cielo c’è la storia dei profumi: "La presenza della Madonna – scrive don Giuseppe Amato – si avverte spesso mediante un profumo indescrivibile, la cui fonte non si è riusciti ad individuare. Non si contano le persone che hanno fatto gioiosa esperienza di questo misterioso profumo, sia davanti al cancello delle apparizioni, sia lungo il viaggio di andata o ritorno in occasione di pellegrinaggio".
Il fascino di San Gerardo. Su, in alto, c’è il santuario di San Gerardo Maiella. Giù, ad Oliveto, le apparizioni mariane s’intrecciano con guarigioni inspiegabili. Ci si inerpica tra boschi magnifici che sembra di essere in Svizzera, e poi si scende verso l’inferno della Salerno-Reggio Calabria. Per i paesi che gravitano lungo questa strada, pomposamente definita a scorrimento veloce, ad unire Alta Irpinia e la Salerno – Reggio Calabria c’è anche "l’eresia" vigorosa dei pentecostali, evangelici e protestanti. Terra di misticismo, quant’altre mai questa Alta Valle del Sele.
La religione e’ una cosa seria. Ad Oliveto, paese di commercianti e contadini e di una forte borghesia delle professioni [1]la religione è una cosa seria. Finanche i comunisti si dividono in atei, cattolici e qualche evangelico. Poi c’è la Madonna di Oliveto che è un nervo scoperto che anima uno scontro a tutto campo. "Ci chiamiamo fuori da ogni diatriba dottrinale. Siamo davanti ad un fenomeno da rispettare. I pellegrini vanno adeguatamente ospitati. Perché no, siamo attenti al ritorno economico utile a tutta la collettività olivetana, che essi determinano", dice Italo Lullo, il sindaco diessino. Gli olivetani e la Madonna è un romanzo che viene scritto da vent’anni. Ogni tanto c’è un capitolo nuovo. Fede e fantascienza, superstizione e fascinazione, suggestione e verità, le chiavi di lettura del fenomeno sono sempre doppie. Anche l’università di Salerno si sta interessando al caso. Paolo Apolito, il più famoso degli antropologi italiani ha incaricato una sua collaboratrice per svolgere una ricerca a tutto campo sulle apparizioni.
C’è  una verità  taciuta?
"La verità la sanno in molti, proprio io non è il caso che te la racconti, ma è meglio lasciare le cose come stanno…", dice più d’uno chi quelli che la sanno lunga. Ed il fenomeno si è incrociato anche con gli Ufo. "Ore 23 del 20 luglio 1985 ad Oliveto Citra (Sa) un centinaio di persone videro una nuvola rossastra molto luminosa stazionare in cielo e il 30 novembre 1985 erano ben visibili 59 punti neri alti in cielo che sembravano dei grandi volatili, prima disposti a forma di rosario e poi a formare chiaramente le lettere AVE", riportano alcune cronache del tempo.
Le guarigioni."Gesù o tà pigli’ o a’ guarisci", era il ritornello mentale della signora Antonietta mentre accorreva in ospedale perchè le condizioni della sorella Anna Voria, ammalata di un fibroma maligno da oltre sette mesi, si erano improvvisamente aggravate. L’ultima spiaggia è quel viaggio a Oliveto Citra, davanti al Castello, dove la Madonna appare: "Vedo Gesù , la Madonna Santissima e un prete con le mani incrociate [...]. Nell’apparizione ad Oliveto Citra mi disse: "Chiedimi tutto quello che vuoi che a me lo concederà". Non aspettavo altro, con mia sorella ammalata, e dissi: "Chiedile la grazia per mia sorella". La testimonianza è entrata a far parte del "dossier" inoltrato al Vaticano per la santificazione del "servo di Dio" Domenico Lentini, da Lauria. E’ un librone pieno di controprove, analisi, esami di medici che dichiarano la guarigione di Anna Voria "inspiegabile in base alle nostre conoscenze". Il volume se lo rigira in mano Raffaele Palumbo, autore de "La Terra dell’Oliveto", per lui è la prova che la chiesa cattolica, ai suoi massimi livelli, ha avallato gli eventi miracolosi che da due decenni avvengono ad Oliveto. Anche i massimi "mariologi" Laurentin, Marnielli e Gagliardi vennero ad Oliveto: "Punsero con gli aghi ed avvicinarono gli accendini le braccia dei veggenti in estasi. Che rimasero indifferenti". L’ultimo evento miracoloso è di poche settimane fa: "Una giovane signora è venuta qui sulla sedie a rotelle. Dopo la preghiera si è alzata e si è messa a camminare da sola", racconta Anna Ricigliano De Bellis, presidente della Fondazione.
La madonna e l’Umts.
La Madonna di Oliveto non è tanto schizzinosa verso le nuove tecnologie e c’è chi l’ha persino fotografata col videofonino. "Aspettiamo di avere una relazione medica prima di gridare al miracolo", dice prudente. "Ci veniamo sempre perchè questa è una terra benedetta". La famiglia Sasso è arrivata da Manfredonia, due ore di auto, le macinano almeno una volta al mese. "A Oliveto c’è un dono di Dio. Poi la gente è ospitale. Noi ormai ci siamo affezionati. Divulghiamo la novella con tutti i nostri conoscenti". I pellegrini baciano le scale che portano al Castello che è stato dei Guerritore e poi dei Marino Giglio e si mettono a pregare. Di fronte c’è "L’erba voglio", il negozio che ha preso il posto della farmacia Rufolo. Qualcuno scatta foto, qualcun’altra chiama al telefonino chi deve avere la "grazia" per fargli recitare la preghiera e chiedere direttamente l’intercessione. Sono i miracoli della telefonia mobile. La "Regina del Castello", ovvero la Madonna che da vent’anni, pur se in varie forme, appare nella piazzetta del vecchio maniero, è infaticabile come gli olivetani. Fa arrivare bambini alle coppie sterili senza gli stress della legge 40 sulla procreazione assistita. Guarisce dai tumori quando i medici hanno alzato bandiera bianca. Assiste una bambina di sette anni che deve sottoporsi ad un difficile intervento chirurgico agli occhi per correggere lo strabismo bilaterale. Fa uscire dal coma. Ma secondo qualcuno sostiene, anche se in maniera molto discreta il commercio locale con tre negozi di souvenir ed articoli religiosi ed un "riverbero" sui ristoranti locali. Il fenomeno della Madonna Regina del Castello va avanti da vent’anni. Più frutto del passaparola tra fedeli speranzosi che di una vera e propria azione di promozione. Personaggi ed interpreti: don Peppino Amato, il parroco vecchio stampo, "prete con la tonaca", è scomparso da meno da poco: "Non rifiutate questa meraviglia operata da Dio ad Oliveto Citra, perché correreste il rischio di fare brutta figura, quando i fatti confermeranno questo prodigio", scrive quando ricorda don Leone, il parroco di Andretta, un vicino paese irpino che ad Oliveto ci portava i suoi indemoniati. C’è poi il giovane parroco, don Virginio Cuozzo, che non fa mistero della sua "freddezza" rispetto alle apparizioni mariane. Don Virginio è nell’ortodossia tracciata dal vescovo Gerardo Pierro. Mino Pignata, il sindaco socialista dell’ultimo decennio, sulla questione ha avallato, "Il Borgo della Regina" è il logo degli interventi pubblici che vogliono completare la ricostruzione e dare un nuovo volto alla vecchia Oliveto.
Il parroco della Madonna
«Andrò via da Oliveto solo quando morirò, qui è la mia casa». Lo diceva sempre don Peppino Amato ed il momento del distacco è arrivato quando veva 92 anni. Se n’è andato dopo una breve malattia, dopo un’intera vita dedicata al suo paese adottivo, che mai, neppure quando gli anni e gli acciacchi avanzavano, aveva voluto lasciare per tornare a Sicignano degli Alburni, suo paese d’origine. Encomiabile il suo lavoro, la sua dedizione, come il suo grande coraggio, anche quando – per ben due volte, l’ultima tre anni fa – ladruncoli senza scrupoli si sono insinuati nella sua casa per rubare le offerte dei fedeli alla Madonna, picchiandolo e legandolo. Ma lui, pronto a dire che tutto andava bene, che rimaneva lì, al suo posto. Un coraggio che ha mostrato fino all’ultimo istante della sua vita a quanti ripeteva dal suo letto, pur consapevole che la fine era vicina, «sto bene, non preoccupatevi». Don Peppino è stato il simbolo di una cristianità vera, antica, un uomo buono ma ferreo, che dal dopoguerra ad oggi si è occupato di un paese con grande devozione ed amore. Lo ha fatto fino alla fine, lo ha fatto nella povertà del suo sacerdozio. Lo ha fatto ancor di più quando ad Oliveto Citra iniziarono le apparizioni mariane. Era il 1984. Don Peppino è stato ancora più ferreo, perché il suo compito era capire e scindere la suggestione dalla verità.
Pierro prende le distanze. Alcune persone, il 24 maggio 1985, hanno sostenuto di aver assistito ad un’apparizione della Madonna vicino al cancello che dà l’accesso a un castello diroccato. "Da allora – spiega mons. Gerardo Pierro, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno – dei sedicenti veggenti continuano a sostenere di avere apparizioni, ma già il mio predecessore, mons. Guerino Grimaldi, aveva dichiarato che non ravvisava elementi tali da poter parlare di fatti soprannaturali". Da anni, il luogo delle presunte apparizioni è diventato meta di pellegrinaggi da altre diocesi campane e soprattutto dal napoletano, ricorda il presule, benché l’autorità ecclesiastica si sia espressa con chiarezza nel senso del rifiuto. "Purtroppo – avverte mons. Pierro – c’è chi specula su tutto ciò. Adesso, il fenomeno si sta ridimensionando. Sarebbe anche opportuno che i sacerdoti dei paesi da cui provengono i pellegrini avvertano sulla mancanza di veridicità del fatto ed invitino i fedeli, che vogliono vivere un’esperienza religiosa forte, ad andare ad altri santuari disseminati in Campania".

I PROTESTANTI
Cronaca di una domenica mattina trascorsa con gli Evangelici della Valle del Sele, quelli di Oliveto Citra, per la precisione. Sono senza gerarchie nazionali ed internazionali. Vogliono essere come la chiesa dei cristiani dei primi secoli. Costantemente attenti alle "opere di bene" ed al "progresso" dei fratelli. Al volontariato col "Banco Alimentare"  per i più bisognosi. Molto tecnologici. Il maxischermo proietta i loro racconti semplici accanto al podio. Il complesso ha ritmi di rock dolce, molto melodico, gradevole ai più. Il volto dei fedeli, più  delle parole, racconta che la maggior parte di loro proviene da un’estrazione contadina. La terra, le sue stagioni, i frutti: ci fanno ancora i conti. Da pensionati, alternano esortazioni al Signore "pè sta gioventù" e mettono in scena una sorta di "Bibbia pauperum" senza immagini, che non siano loro stessi, e santi ma di straordinaria potenza evocativa. E’ quanto accade ad Oliveto, terra di apparizioni della Madonna, sulla strada "gerardina" solcata ogni anno da innumerevoli visitatori  diretti a Caposele, per vedere San Gerardo. Il paese è sede di una significativa comunità  Evangelica che ha oltre sessant’anni di vita. In prima fila ci sono i giovani. "Sono le cose che a loro piacciono. "Ammèn", pronunciato così, lo dicono, quasi come un intercalare, dopo ogni espressione di fede nel "culto" domenicale nella loro chiesa al centro del paese. Tra loro si salutano con il "Pace" ed una stretta di mano. Lo fa anche l’angioletto biondo, un bimbo di non più di tre anni, che poco prima ha cantato con gli altri bambini più  grandicelli della comunità. Più  di uno lo fa anche col "fratello nuovo" come tra loro definiscono il cronista che per un’ora e mezza si è "infiltrato" (dopo essersi presentato al pastore) nelle loro fila ed ha ascoltato canti, testimonianze e letture bibliche. Ed ha apprezzato la bella predica del pastore Romolo Ricciardiello. Sono una "corrente" dei pentecostali che hanno scelto la modernità  anche con il loro rito accompagnato da una piacevole musica rock suonata da Renzo, Gioele, Nunziante, Valerio, Nadia, Mariateresa, Giuseppina e Manuela. Le immagini del "culto" (equivalente della Messa dei cattolici) scorrono sul maxischermo rimandate da due telecamere con regia mobile, e a mo’ di karaoke anche le parole degli inni religiosi che tutti, giovani ed anziani, cantano. C’è poi il momento delle testimonianze e dei saluti. Ci sono i fratelli arrivati dalla Lombardia. C’è la ragazza che è andata insegnare al nord e racconta di aver trovato una chiesa di "confratelli". Segue "l’unzione" dell’olio per superare una difficoltà nel corpo attraverso la preghiera di fede. Poi, "nella piena libertà ", come chiede Pasquale Gigante, ognuno esprime le sue lodi al Signore. Prevalgono gli anziani, ed ognuno parla a modo suo. Non si assiste a fenomeni di glossolalia, il parlare improvviso in altre lingue. Ma ogni tanto qualcuno entra nel discorso con un’esortazione. Questo dei Pentecostali "liberi" è un movimento che ha voglia di uscire dal guscio. Uno dei loro punti forza è a Oliveto Citra. Il pastore è Pasquale Gigante lavora all’Asl Sa/2 presso il distretto sanitario di Bagni di Contursi, che è annessa al locale ospedale. "Impossibile contarci. Ad Oliveto siamo più di duecento. Rappresentiamo l’evoluzione del mondo contadino. Perchè dalle nostre campagne partì la predicazione di Nunziante Cavalieri, che da prigioniero di guerra in Inghilterra scoprì questo nuovo modo di vivere la fede cristiana ". La storia è presto fatta. Cavalieri s’incontrò con Salvatore Garippa, un emigrato di Contursi che si era convertito negli Usa, ed insieme a Pasquale Albano, che rientrato dalla guerra trovò la moglie convertita – clandestinamente – diffusero la predicazione organizzando d’estate incontri nelle aie dei nostri contadini. Diverse volte marescialli dei carabinieri zelanti, aizzati dai parroci cattolici, li arrestarono. Ovviamente furono poi sempre rilasciati. "Da loro partì una spinta alla civilizzazione delle nostre zone rurali della quale tutti hanno tratto giovamento. Dal bagno in casa alla spinta all’istruzione". Contadini sono stati, ma i figli hanno studiato ed ora si fanno valere. 
IL PAESE
Il benvenuto lo riceviamo da "Maria Carmela", la poetica e leggendaria fontana bronzea della piazza del "Chianiello", con quattro teste di leone e che prese il nome da una locale donna "di facili costumi". "Com’è oggi il paese di Oliveto? E’ tranquillo, senza droga e delinquenza, ottimamente movimentato e commerciale", così parlò Riccardo Nigro, gestore del Beckett pub, novanta posti a sedere, pizze a volontà e poi … birre trappiste a quattro passi dal Castello Guerritore, il luogo delle apparizioni della Madonna. Va bene, ci crediamo. Oliveto è "Citra" poiché al di qua di qualcosa d’importante e di vitale, ovvero il Sele, l’antico Ceto dei greci. Giù a valle c’è "Bagni", la zona delle Terme con gli alberghi, i ristoranti, il fitness popolare e della terza età. Il commercio che conta, eccettuato Petrillo nella vicina Contursi, invece è ad Oliveto. Qui però c’è il fenomeno del turismo religioso: "Una botta da novecentomila ad 1 milione e 300 mila visitatori l’anno", conteggiano. Va detto che Oliveto è ben messa sulla "Via del Santo", ovvero quel flusso di pellegrini che va a Caposele a vedere la reliquia di San Gerardo. Sia come sia, questa è la marcia in più del paese, la medicina che ha permesso di riassorbire un’industrializzazione più dominata dal "prendi i soldi e scappa " che da un’effettiva volontà di far sviluppare l’economia locale. E, come ci racconta Raffaele Palumbo, che è insieme avvocato, musicista, scrittore, fotografo e Cavaliere di Malta, Oliveto Citra è anche il paese più caro a San Gerardo Maiella, e dove più volte il frate Redentorista fornì prova della sua Santità e dei suoi poteri miracolosi. La storia del fazzoletto di San Gerardo, beneagurante per le partorienti, è tutta "made in Oliveto". E’ tutta laica "l’altra cattedrale", e il paragone non sembri irriverente, funziona da quarant’anni, si chiama ai "Due Cannoni" con la processione dei buongustai per mangiare i ravioli e i fusilli al ragù, le lagane e ceci con la sugna, la fianchetta ossia pancetta ripiena d’agnello o di capretto. Oliveto è anche terra di confronto segnata dall’azione "dissenziente" una forte comunità evangelica ha creato le premesse affinché qui si formasse il più forte polo commerciale della zona. "Siamo ancora nei primi cento paesi d’Italia, al di sotto dei cinque mila abitanti, per il reddito complessivo", racconta Giuseppe Conforti, professore di religione ed esponente dell’Udc. Spirito protestante ed etica del capitalismo, così come ci spiegò Max Weber? "Lasciate stare i santi", aggiunge Conforti, ma il paradosso (mica tanto inventato) lo possiamo toccare con mano in altre località, come Matinella, frazione importante di Albanella. E’ un fatto storicamente accertato proprio da Raffaele Palumbo in "La Terra dell’Oliveto", , edito nel 2002 dal Comune, 295 pagine, come lo zio prete, don Peppino, in una lettera al vescovo racconta come "riporterò alla chiesa queste anime smarrite". Qui le diatribe religiose si sono spente presto, confinate negli anni Cinquanta quando il parroco e sindaco socialcomunista si divertivano più ad ignorarsi che a combattersi e don Peppino Palumbo dava il "passaggio" nella sua auto ad Armistizio, il pastore protestante. Il momento più "alto" della lotta fu nel 1956 ed investì la banda musicale, fondata dal nonno di Giuseppe Conforti. "…Nella festività di S. Antonio la banda musicale non accompagnò l’affollatissima processione in quanto i musicanti di fede politica comunista si rifiutarono di suonare perché i colleghi democristiani avevano fatto la stessa cosa in occasione della festa "rossa" del primo maggio". Episodi da don Camillo e Peppone, sulle rive del Sele.
La ricostruzione del dopoterremoto. I capitoli "maledetti" sono le storie poco edificanti di Coro Tessuti, Castel Ruggiano, Bas, Futura e Monosud. "Tanti giovani ci hanno creduto. Hanno investito il loro futuro in queste aziende. Si sono poi trovati con un pugno di mosche in mano", dice Giuseppe Conforti. "Ci ha salvato il nostro commercio e l’agricoltura", aggiunge Raffaele Palumbo. Sono tante le storie degli imprenditori "virtuosi". "Innanzitutto i nostri. Dai Molini Moscato con la farina, i fratelli Coglianese nella siderurgia, alla Biciclas di Sarro". Lavorano bene la Sudgomme (indotto Fiat), l’Rdb (edilizia), la Plastica Alto Sele, l’Orsi & Pedicini (manufatti in cemento) e la Silaro Conserve. "Hanno quasi un tallone d’Achille – fa notare Palumbo – che è quello d’assemblare materie prime che vengono dall’esterno. E il differenziale del costo dei trasporti li rende molto vulnerabile. Per non parlare di cosa potrà ancora accadere con la globalizzazione galoppante".
I giovani. Se ne vedono parecchi in giro. Sulle panchine della piazza, davanti a bar. "Sì, solo perché è domenica pomeriggio", ribatte Conforti. Che calcola un esodo di almeno 50 ragazzi di Oliveto che ogni anno vanno a cercare fortuna altrove. "Che futuro potranno mai avere qui?", si chiede. "Il problema c’è, ma tu sei catastrofista", gli fa eco Raffaele Palumbo. "Emorragia da fermare", concordano.
Il commercio. Per la verità il punto di forza continuano ad essere quei 130 esercizi commerciali che attraggono clientela da tutta l’Alta Valle del Sele e finanche dall’avellinese. Il commercio è il settore che funziona. L’olivetano è razionale e mercantilista. San Gerardo Maiella, quando nella prima settimana di settembre di quest’anno, tornerà ad Oliveto non riconoscerà il paese che visitò nel 1755, 250 anni or sono. Non c’è più quella che per tutti era la "casa di San Gerardo", spazzata via più che dal terremoto del 1980, dalla ricostruzione che è seguita.


[1] Oliveto Citra appartiene alla provincia di Salerno e dista 55 chilometri da Salerno capoluogo. Ha 4.005 abitanti e ha una superficie di 31,4 chilometri quadrati per una densità abitativa di 127,55 abitanti per chilometro quadrato. Sorge a 300 metri sopra il livello del mare. Demografia: Il comune di Oliveto Citra ha fatto registrare nel censimento del 1991 una popolazione pari a 3.948 abitanti. Nel censimento del 2001 ha fatto registrare una popolazione pari a 4.005 abitanti, mostrando quindi nel decennio 1991 – 2001 una variazione percentuale di abitanti pari al 1,44%. Gli abitanti sono distribuiti in 1.512 nuclei familiari con una media per nucleo familiare di 2,65 componenti. Geografia: Il territorio del comune risulta compreso tra i 98 e i 1.075 metri sul livello del mare. L’escursione altimetrica complessiva risulta essere pari a 977 metri. Occupazione: Risultano insistere sul territorio del comune 95 attività industriali con 439 addetti pari al 27,80% della forza lavoro occupata, 114 attività di servizio con 200 addetti pari al 12,67% della forza lavoro occupata, altre 75 attività di servizio con 175 addetti pari al 11,08% della forza lavoro occupata e 25 attività amministrative con 765 addetti pari al 48,45% della forza lavoro occupata. Risultano occupati complessivamente 1.579 individui, pari al 39,43% del numero complessivo di abitanti del comune.



5 COMMENTI TO “OLIVETO CITRA: UFO, PROFUMI E GUARIGIONI DELLA MADONNA DEL CASTELLO”

  1.   Rossana dice:
    Salve… so che qualcosa accadrà,Lei,la Madre che proviene dal Cielo, è venuta di nuovo da me dopo 44 anni… si è fatta trovare in una maniera incredibile per molti.. meravigliosa per me che non l’ho mai dimenticata…un grande abbraccio a voi tutti.
  2.   pina dice:
    salve…………mi rivolgo umilmente a voi,per aiutarmi nelle preghire x la guarigione da cancro di mia sorella rosalba di anni45.certa della vostra presensa vi saluto affettuasamente!pina
  3.   angelo serra dice:
    pregate tutti x un giovane di napoli, ricoverato a roma, con una malattia rara, e in fin di vita. si chiama silvio.grazie.
  4.   enrico dice:
    ciao a tutta la schiera di maria,forse questa preghiera che vi chiedo sara’ banale a confronto ad altre,umilmente vi ricordo se potete inserire un preghiera x mia sorella rosa ke ha 37 anni si sente sola ed è desiderosa di formare famiglia ed avere un figlio ma aimè la gente che si presenta davanti a lei non è altro ke separati o sposati di gia’e queste tentazioni sono forti quando si ha bisogno di affetto…..grazie a tutti e che la vergine maria possa esaudire tutti
  5.   Anna dice:
    Mi rivolgo a Te Madonna che appari a Olivetro Citra per chiederti la grazia di guarigione di mia sorella Lina. Il mio bene più prezioso. L’amore che accompagna e che da senso alla mia vita.Ti prego a mani giunte aiutala a vincere questta burtta patologia che l’ha colpita ormai da un un anno. Ci dicono che la situazione è seria ma non grave ed affrontabile. Sono certa che con il tuo aiuto e il tuo abbraccio possa guarire a tornare a chi non saprebbe vivere senza di lei. E credimi siamo in tanti perchè è una creatura speciale. Un vero e proprio angelo.

domenica 11 dicembre 2011

Io e i miei paesani siamo fatti così. Una confessione



ALTAVILLA CAPUT MUNDI!

La maggior parte dei paesi interni salernitani sono dominati dal criterio dell’uniformità. Spesso hanno anche un solo nome. C’è dove si producono solo i fagioli e si cucinano solo le castagne, dove sono stati tutti briganti o carabinieri, dove gli abitanti hanno, fateci caso, le stesse “facies”: segno di uno scarso scambio di patrimonio genetico. In altri paesi, soprattutto in quelli di mare o spiaccicati accanto alle vecchie vie storiche, c’è tutto e il contrario di tutto. Il sangue si è abbondantemente mischiato per tutta una serie di ragioni che non è il caso d’indagare: guerre, immigrazioni, pellegrinaggi, tanto per fare un elenco. Il mio paese, Altavilla Silentina, sta tra i secondi. E se ne vanta. Perché non è sul mare e non ci passavano le strade consolari romane. Ed ancora oggi una misconosciuta strada che porta a Castelcivita e a Roccadaspide è affogata dagli scalini e dai balconi di via Borgo S. Martino. Un bus, di quelli a due piani non ci passa. Altavilla caput mundi!
Ci fu un tempo che vide gli etruschi a Pontecagnano ed in tutto il Picentino, i greci d’Occidente tra Paestum e Velia con i lucani appostati e guardinghi sugli Alburni: Altavilla è lì, a poche decine di chilometri di distanza da tutti questi luoghi. Perfettamente equidistante. Sì, da tutti abbiamo preso ed a tutti abbiamo dato. Anche ai pirati berberi che sovente, e prepotenti, ci fecero visita. Molti di noi potrebbero facilmente andare nel Maghreb e confondersi coi locali. Sorridete pure, siamo un paese aperto: il centro antico non è chiuso tra le gole di un’inaccessibile montagna ma ci s’arriva risalendo le giogaie di dolci colline. E quando la Piana del Sele era malsana per i miasmi della palude e la malaria non perdonava, quassù qualcuno (non tutti, per la verità) si godeva la vita. Questo raccontano le tante storie del Castello dove i discendenti dell’abate Ciccio Solimena vissero, o meglio se la spassarono, per oltre due secoli. Tutti quelli che passavano per la pubblica via dovevano ossequiare i signori e le cose migliori andavano a loro. I furbissimi briganti che stavano dentro al vicino bosco di Persano, una specie di Supramonte salernitano di quei tempi, sulla collina altavillese ci venivano perché avevano gli appoggi di tante donne – vivandiere. Si confina con Persano con un lungo tratto del bello e pescoso fiume Calore. I re qui erano di casa. Carlo III, Francesco e Ferdinando di Borbone amavano venirci a caccia. Goethe ci venne e ne scrisse. Hackert la dipinse. Fu culla dell’allevamento della razza equina omonima che trionfò in diverse Olimpiadi ed oggi è sede della Brigata Garibaldi: una delle più “operative” unità dell’Esercito italiano. È il passato con le sue luci (poche) e le tante ombre. Ancora: altri hanno avuto le industrie coi soldi dello stato? Noi di Altavilla, oltre alle regolamentari tre torri, sul gonfalone comunale abbiamo, virtualmente, i caseifici che sfornano la mozzarella più buona del salernitano. Un successo costruito, in meno di un decennio, da allevatori oggi diventati industriali. Torna il tema di una Altavilla Silentina doppia o una e trina: divisa tra una Piana del Sele alla quale appartiene per l’agricoltura avanzata ed una imprenditoria vivace, ed un territorio collinare che è cilentano per tante consonanze, non secondaria quella musicale. C’è l’Altavilla Silentina dell’appartenenza religiosa raccontata dalle oltre trentacinque chiese ma anche da un non troppo passato “culto” massonico dalle atmosfere sulfuree.

Oreste Mottola

orestemottola@gmail.com

Quattrocento posti di lavoro, otto milioni di euro di fatturato, tutti al gusto di fragola Inventati da Antonio Valitutto, con la regia di Gianni Quaranta, docente di agraria a Potenza


 ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com
In un altro paese uno che in vent’anni e più di lavoro si è inventato una metodologia produttiva che ha creato, compreso l’indotto,  ben quattrocento posti di lavoro, per il 90% donne, non stagionali, dignitosi e pagati bene, avrebbe avuto lauree honoris causa e cavalierati. Siamo a Sicignano degli Alburnine l’hanno appena nominato assessore comunale all’agricoltura, al demanio ed alla protezione civile. . Si chiama Antonio Valitutto, ha 46 anni, diploma di perito agrario ad Eboli, e studi universitari interrotti. "Mi sarebbe tanto piaciuto continuare, ma le possibilità economiche non c’erano…".   Fra i suoi brevetti c’è anche il superamento, in modo molto creativo, della storica avversione alla cooperazione. Più semplice è stato sicuramente il problema di regolare la presenza, ed il peso, della neve sulle serre, con dei particolari "avvolgineve" che vegono tagliati e la lasciano cadere.   La vecchia Statale 19, l’autostrada e poi i nuovi svincoli segnano il paesaggio del "campo delle fragole".  "Da qui in 25 minuti si sarà a Salerno come a Potenza", altro che più zona interna!. La coltivazione è quella della "fragola rifiorente" che richiede attenzione assidua   poiché non è coltivata nel suolo e che produce frutti che per qualità, profumo, fragranza sono commercializzati sui mercati interni ed esterni. A differenza di un tempo, la stagione delle fragole ora dura tutto l’anno. E per raccoglierle non ci si deve più piegare e farsi deformare dall’artrosi. E sono buone le nuove fragole degli Alburni. Oltre ad avere un sapore squisito come pochi altri frutti, la fragola è notoriamente ricca di proprietà salutari. Note da sempre, infatti, le sue proprietà digestive, depuranti e rinfrescanti, favorite dalla presenza di sostanza quali il fosforo ed il potassio.
I Camaleonti lo cantavano negli anni ’70:"Io, una vita a modo mio. Nel campo delle fragole mi addormentai…".
Antonio non ci si è addormentato. Anzi, ci ha studiato "su quel campo", notte e giorno. Sì, dapprima c’erano le fragoline di Petina e di Sicignano. Crescevano in montagna. Le piantine però potevano crescere anche nei campi al limite del bosco, coltivate. Venne la sagra e poi il grande successo d’immagine. Più il mercato ne chiedeva e meno diventava conveniente coltivarle e raccoglierle. Ad un certo punto l’importazione dalla Francia o dal Piemonte ebbe la meglio. E questo è il momento che entra in scena Antonio Valitutto, che nella seconda metà degli anni Ottanta ha l’intuizione delle potenzialità della varietà "rifiorente", ovvero che nel corso dell’anno emette i fiori in continuazione. "Vidi la pubblicità di un vivaista di Cuneo. Mandai a chiedere le piantine. Le misi a dimora. Però mi accorsi che andavano migliorate geneticamente, anche perchè la ricerca ufficiale e le grandi ditte sementiere se ne disinteressavano". La produzione delle "rifiorenti" arrivate dal Piemonte va benissimo ma ha l’handicap di dare centinaia di   variazioni: nessuna pianta è mai uguale all’altra. Il punto di svolta dell’attività di Antonio Valitutto è quando vede che una delle piante che gli arrivano dal Piemonte è molto bella e produce grandi quantità di fragoline dal ricco aroma. Lui ne divide la ceppaia e le ripianta e poi le propaga per seme. Il risultato finale è straordinario: una pianta bella e produttiva, e dai frutti gustosissimi, popola le serre di Valitutto. "E’ una mia selezione – rivendica con orgoglio Valitutto- sto registrandola".      
Ed ancora "I Camaleonti" : "Il campo delle fragole tu non sai dov’è. E aspetti che sia il mondo tuo a sorvolare te" .  Dove sono uno se ne accorge da lontano. Una ventina di aziende aziende agricole alle falde degli Alburni e sulle rive del Tanagro, per poco più di quaranta ettari coperti da serre, la questione non spaventa nessuno. Se diciamo che produce anche quattrocento posti di lavoro e almeno otto milioni di euro di giro d’affari, la cosa cambia. E se ha strappato al nord Italia: Piemonte, Veneto e Trentino, la leadership italiana nella coltivazione e commercializzazione dei frutti minori del bosco : operai, tecnici degli impianti tecnologici dove vengono prodotte fragoline e altri prodotti del ottobosco. Le zone: località Cropana di Sicignano, al confine con Auletta, una zona a produzione intensiva; località Acquara di Zuppino, Piano San Vito, le produzioni nei pressi dello svincolo autostradale di Sicignano. Una ventina di imprenditori locali ci investono decine di milioni di euro e il loro impegno per commercializzare il prodotto in tutta Italia.
Nell’azienda di Antonio Valitutto, 70 dipendenti, 1500 quintali all’anno di fragole di bosco prodotte, al primo posto nell’organizzazione produttiva locale. Fornisce i mercati generali di Bologna, Firenze, Genova, Bologna, la catena di supermercati Esselunga. Gli imprenditori agricoli del segmento sono organizzati una sorta di cooperativa di fatto dove ognuno produce per sé ma la collaborazione tecnica e commerciale è massima. Sono esperti imprenditori, in qualche caso specializzati, come Giovanni Quaranta, docente di economia e politica agraria presso l’Università della Basilicata.  
 "Il polo" della fragolina di bosco degli Alburni è organizzato secondo i principi dell’autonomia e dell’integrazione funzionale. C’è un "nucleo" composto dal fratello e dalla sorella di Antonio Valitutto, dove sono strettamente integrati produzione e commercializzazione, mentre quest’ultimo aspetto è trattato assieme con le aziende che conduce la moglie di Gianni Quaranta.
Nel campo delle fragole, lontano, dentro me. E mi dispiace solo che volando ho perso te…Ancora loro "I Camaleonti".
"Sono stato il primo a fare le coltivazione fuori suolo in Campania". Le fragoline sono coltivate in una soluzione di torba e pomice del Vesuvio ed alimentate, tramite tubicini comandati da un computer centrale, che miscela acqua e nutrienti. "Le dosi vanno variate, la sfida è tutta qui. Su questo ho innovato tanto perchè non smetto mai di studiare". Grazie a queste "diavolerie" agronomiche la produzione delle fragoline di bosco si è estesa lungo l’intero periodo dell’anno. "Produciamo da aprile fino a gennaio senza riscaldare le serre, usiamo solo accorgimenti agronomici: mettiamo la calce sopra le serre così da ridurre la luce. Poi giochiamo sulla riduzione delle dosi di concime. Prima intossicavamo la pianta, così facendo gli diamo vita". Questo è uno degli aspetti più importanti del "miracolo" della fragolina degli Alburni. "In Sicilia iniziano a dicembre e finiscono a maggio, in Trentino – come a Cuneo – vanno da giugno ad ottobre, A Napoli vanno da maggio a giugno. Noi siamo gli unici che arriviamo a coprire quasi tutto l’arco dell’anno".    
 "Capacità, spirito di sacrificio, l’impegno, studio ed aggiornamento", sono i concetti che hanno informato l’attività di Antonio Valitutto. Manovra con l’Mcm net4, il software che con il quale gestisce tutte le fasi della climatizzazione delle serre: lo produce la trevigiana Spagnol e costa più di 15mila euro: "Ventilazione, apertura e chiusura delle serre, le comando con un clic", racconta orgoglioso.  
E’ una storia di sacrifici. Come l’emigrato piemontese le "rubò" dalla Francia per impiantarle a Peveragno, provincia di Cuneo, che sul frutto ha costruito il suo piccolo miracolo economico, Valitutto le ha sottratte ai piemontesi e, come gli israelian nel deserto del Negev, le ha fatte crescere fuori dalla terra. "E’ troppo argillosa, con ristagni d’acqua", racconta. Non c’entra molto  "The Strawberry Statement" di  Stuart Hagmann,  " Fragole e sangue", film del 1970 sul sessantotto, ambientato nel centro (americano) del sessantotto, cioè a Berkeley. Gli studenti di fronte all’ineluttabile supremazia della ben organizzata polizia americana, su indicazione del leader (nero) si mettono a sedere in cerchio nella palestra cantando "Give peace a chance" di John Lennon, e continuando imperterriti anche mentre la polizia li prende di peso ad uno ad uno, strattonandoli e malmenandoli. Ma ci piace pensare che, come nel film, anche questa è una storia di resistenza nonviolenta e di testardaggine.

I numeri e l’economia
"I calendari di lavoro sono sempre più regolarizzati", racconta Gianni Quaranta. "Il fatturato è stimabile in almeno sette, otto milioni di euro. Con un indotto fatto di trasporti, concimi, ferro e plastica. Per arrivare a porci come vero e proprio distretto dovremmo cominciare a produrre in loco anche i cassettini. "Seimila quintali di fragoline prodotte vuol dire 600mila cassettini a mezzo euro l’uno è già un buon fatturato, e poi non lontana c’è la Piana del Sele", calcola Valitutto. "Le economie di scala sono ancora lontane".
La zona è destinata ad area di sviluppo produttivo. Nel Puc del comune di Sicignano è destinato alle attività produttive. "Qualcuno potrebbe anche mettersi a produrre i materiali per l’irrigazione, strappando agli israeliani quote di mercato significative, visto che si tratta di tecnologie di ultimissima generazione".
C’è anche la coscienza di stare in una zona destinata allo sviluppo. I lavori per l’ammodernamento dell’autostrada vanno spediti e da qui nascerà anche quella che porterà a Potenza e Metaponto. La logistica promette bene. In 25 minuti si potrà essere a Potenza e a Salerno.  
"Abbiamo anche l’orgoglio di avere attivato un meccanismo economico – racconta Gianni Quaranta – che ha una forte ricaduta sul territorio. Il 70% delle spese sono per la manodopera, che è tutta locale. Se non avessimo messo in campo l’innovazione spinta della fragolina degli Alburni oggi non avreste più sentito parlare. Poi il nostro è un caso da manuale per il recupero delle buone pratiche agricole di una volta…". A vedere Valitutto davanti al computer, che apre e chiude automaticamente le porte e le finestre delle serre non si direbbe. "Eh no. Non si tratta di tornare a fare le cose come una volta, ma di recuperarne il principio che non va perso. Come per i muretti a secco, usiamo il principio della flessibilità e la sostenibilità, no ai muri di cemento".  

Il marchio di qualità
"Si sta lavorando al marchio di qualità. Si sta lavorando per il disciplinare. Si parte dalle produzioni di Petina, sarà di tipo collettivo ed identificherà le produzioni dell’intera zona. "Il posto delle fragole" è anche uno dei più noti film di Ingmar Bergmann. La trama ci racconta di un tempo che scorre inesorabile e spesso non c’e ne rendiamo conto e nella maggior parte delle volte non ci fermiamo neanche a riflettere sulla vita trascorsa, sulle scelte fatte e sulle loro conseguenze future. Ma alla fine tutti i nodi vengono al pettine e capita allora che, in un certo momento della nostra esistenza, si arrivi a tirare le conclusioni e a valutare i successi e gli insuccessi ottenuti.
Onore quindi ad Antonio Valitutto e a Gianni Quaranta che, in questa zona, senza fare inutili chiacchiere, penalizzati dal comune di Auletta che non mette mano alla strada della Cropana, hanno fatto la loro rivoluzione.


Oreste Mottola

sabato 10 dicembre 2011

Donato Galardi, l’ultimo segretario del Fascio di Altavilla


Donato Galardi: maestro, politico e consigliere della povera gente. Nasce ad Altavilla il 9 luglio 1867. E’ presto orfano di entrambi i genitori. Lo zio, Francesco Galardi, lo adotta. Il giovane Donato Galardi nel 1887 consegue, da autodi- datta, alla scuola Normale di Napoli, il diploma di maestro elementare e l’anno successivo la “patente” di segretario comunale. All’università di Roma prenderà l’abilitazione per l’insegnamento nelle scuole superiori dell’italiano, della storia e della geografia. Nel 1907 è nominato Direttore Didattico. Nel 1909 diventa Cavaliere d’Italia. Nel 1912 è nominato Ispettore Onorario per i Monumenti e le Antichità. Negli anni trenta con A. Molinara, pubblica uno studio su “Altavilla Silentina e la pianura di Eboli”. Con un?altra pubblicazione si occupa del “Valore storico – artistico del Convento di S.Francesco” e di “Galardi-Gagliardi le peripezie di un cognome attraverso la storia del Salernitano “. Nel 1926 si candida, senza successo, alla carica di podestà dei comuni di Altavilla Silentina, Controne e Serre. Alla fine degli anni Trenta fu l’ultimo Segretario della Sezione Fascista di Altavilla. Fu corrispondente di vari giornali. Di cultura enciclopedica e dal conversare forbito e arguto, tenne in paese e fuori, numerosi incarichi pubblici. Nel 1952, ad 85 anni, fu eletto sindaco per la lista dell”‘Orologio”. Morì nello stesso anno. 
Era davvero troppo piccola Altavilla per quel ragazzo che d’inverno lavorava nel frantoio della famiglia Galardi. In lui lo spirito d’avventura ed il bisogno di vivere in orizzonti più vasti si univa al possesso dei numeri per poter andare lontano. A capirlo fu proprio il maestro Donato Galardi. Prese a cuore il caso e v?interessò il fratello Nicola, che era capodivisione al Ministero della Difesa, e gli trovarono così un posto da cameriere in un prestigioso ristorante romano. Da quell?intuizione ebbe origine la bella favola di Alberto Califano, questo è il nome del nostro eroe, che passò da Roma a Parigi, dalla Spagna alla direzione del Mocambo, uno tra i locali più in di Los Angeles, dove incontrò l’attrice americana Virginia Belmond (interprete di film come Il bacio di una morta e Ponte della Concordia) con la quale iniziò una storia d’amore lunga una vita.
Questa piccola storia racconta bene il carattere del personaggio Donato Galardi. Non un notabile di paese ma il punto di riferimento obbligato soprattutto per chi veniva da umili origini. A tutti riusciva a dare un suggerimento, un consiglio.

“Uomo estroverso e fantasioso. Gli altavillesi e persone di paesi vicini si recavano, da tempo immemorabile, da lui per consigli o per inoltrare istanze a Uffici o personalità del mondo politico e aiutava tutti gratuitamente… “. A parlare è il professor Paolo Tesauro Olivieri, uno dei più illustri allievi del maestro Donato Galardi. E quelle consulenze non gli venivano ripagate in denaro ma con minestra di rape, uova e qualche raro pollo.
Dall’ aspetto fisico imponente, alto e robusto, e con un’aria severa da simpatico burbero benefico. Non si separava mai da un bastone (di cui avrebbe potuto fare a meno) che portava” sulla testa per alzarlo ritmicamente con le due mani, come a voler fare ginnastica. Appariva così nella Piazza di Altavilla Silentina il maestro Donato Galardi con pesanti gambali ai piedi ed il portamento solenne e la curiosa abitudine di andare (di prima mattina) ad arrampicarsi ad un albero di leccio vicino a dov’era allora il Monumento ai Caduti, per tenere il fisico in esercizio. Sì, perché del Fascismo (di cui fu l’ultimo segretario del locale Fa- scio, con Ferdinando Napolitano come impiegato) a Donato Galardi piacquero soprattutto lo sforzo vitalistico, i salti nel cerchio di fuoco, le esercitazioni pre- militari per i ragazzi e le canzonette che esaltavano la Patria guerriera e che incitavano a costumi di vita più spartani, in attesa degli scontri decisivi. Non era un fanatico e non fece ingoiare a nessuno l’olio di ricino ma fu un inflessibile cerimoniere del mito.
UN ROMANTICO ESTETA. 
La “tessera” la prese nel 1925 ma la carriera nel PNF altavillese riuscì a farla solo dopo aver stipulato un momentaneo armistizio con il suo storico antagoni- sta, il notaio- podestà Francesco Mottola.
Galardi fu più un esteta del Fascismo e della sua retorica che un aderente alla politica mussoliniana. Forse anche per qùesto quando ci furono le terribili giornate conseguenti allo sbarco dell ’8 settembre del 1943 non si scompose eccessivamente. Lo videro con- tinuare a passeggiare in Piazza, con l’immancabile “cimice” (un distintivo metallico) fascista appesa al petto. Gli amici lo imploravano invano di farla sparire, come facevano in tanti. Oltre a seppellire i morti e cercare qualcosa da mangiare, l’altra occupazione prin- cipale degli altavillesi era proprio quella di sbarazzarsi di distintivi, accette, littori e fasci del PNF. A queste preoccupazioni il maestro Galardi sembrava in- differente, cosl come guardava con sufficienza a chi accendeva ceri alla Madonna e a S. Antonio affmché i grappoli di bombe o i colpi d’artiglieria che venivano dalla marina di Paestum e di Salemo e dalle pance degli aerei smettessero di trasformare le case prima in grandi colonne di fumo e poi in macerie. Gli raccontavano anche che alcuni giovani aspettavano impazienti l’al- larme aereo per darsi alla fuga nei campi, per ore e
di libertà, per quegli spazi di intimità tra ragazzi e ragazze che ad Altavilla essi non avevano mai avuto. Insomma, il paese, da qualsiasi parte venisse guardato, appariva come un gigantesco caos. La vita e la morte, la codardia e l’eroismo entravano contemporaneamente nella vita di tutti. Di questo clima anche Piero Chiara, nel “Balordo”, ci offre un significativo spaccato e fa parlare proprio il gruppetto dei maggiorenti del paese che si rinfacciano – a vicenda – la passata adesione al Fascismo e la esaltazione del progresso dei lavori della Bonifica fatti durante il Ventennio che tutti d’orbace faceva vestire. E il maestro elementare protagonista del romanzo altavillese del grande scrittore varesino ha anche qualcosa del maestro Galardi. !
LA FAMIGLIA. 
I Galardi sono originari di Roccadaspide e sono spinti ad Altavilla dalle vicende politiche del 1848. Da noi c’era maggiore tolleranza e soprattutto una tradizione liberale e massonica che affondava le sue radici nei fatti del 1799 – quando Altavilla fu fieramente giacobina. l I tempi erano pieni di novità e di tragedie. il giovane Donato crebbe negli anni più difficili di Altavilla. La ferita del brigantaggio era ancora aperta e molti erano in galera. Nel paese s’era scavato un solco profondo tra le famiglie che furono dalla parte di Tranchella e di Scarapecchia e chi aveva collaborato con le truppe d’occupazione piemontesi. 2 In questo piccolo mondo antico in cui le signorine spesso conoscevano il fidanzato … sull’altare, la politica era affare di pochi e con una lotta feroce quanto mediocre che coinvolgeva anche i nuclei parentali. Su tutti incombeva un groviglio di grossi problemi, alcuni erano addirittura primordiali. Le malattie, le epidemie, le infezioni, il tifo erano all’ ordine del giorno. Molte parti del paese erano un vero e proprio letamaio. Un nido di vespe. In mezzo c’erano i malsani ricoveri di miseria in cui la gente dormiva accanto ai canali di scolo, tra frotte di topi in grado di divorare bambini. Accanto a qualche commer- ciante benestante sopravvivevano tanti artigiani che sbarcavano a fatica il lunario ed una massa di contadini e braccianti che mangiavano una sola volta al giorno. il ceto medio era ridotto a qualche medico, il notaio e i maestri elementari che campavano più per le proprie- tà temere che per i proventi della loro professione.
IL SISTEMA D’ISTRUZIONE PUBBLICA 
“Sono a carico delle finanze comunali gli stipendj del segretario e vice segretario, di due maestri e maestre, del medico condotto, del banditore, del regolatore dei pubblici orologi, di quattro becchini, la pigione delle scuole, del custode del camposanto e del cappellano” . Così scrivono i Ferrara nel 1898 e ci fanno intuire un sistema d’istruzione pubblica gestito interamente dal Comune di Altavilla Silentina, certa- mente senza scialo di fondi. Esemplare è la vicenda dell’asilo infantile aperto nel 1865 e che ebbe tribolate vicende e fu più volte chiuso per mancanza di fondi. I maestri elementari erano quindi di nomina comunale ed è in questo quadro che Donato Galardi matura le sue prime esperienze di lavoro. Agli inizi del nuovo secolo comincia ad aumentare la popolazionephe risiede in campagna cosi che a Cerrocupo viene istituita una scuola elementare affidata al. maestro Giuseppe Di Masi e molto tempo dopo la siciliana Rosa Galatioti va a insegnare a Sgarroni. Di scuole nella Piana ancora non se ne parla. Ad Altavilla paese c’erano (con Galardi) Angelo Belmonte, Elisa Iavarone, Vespasiana Carrozza e Rocco Morrone. Le scuole elementari erano all’ultimo piano del Palazzo Brunetti che si affaccia su Piazza Umberto Io e prima ancora nel Granile dei Mottola, adiacente ail Castello.
Fu per fare il maestro che venne ad Altavilla Domenico Cavallaro, primo elemento di spicco del gruppo dei fascisti altavillesi “della prima ora”, che spalleggerà Donato Galardi nella sua lunga guerra contro don Ciccia Mottola. Sugli inizi di questa contrapposizione la tradizione orale offre una spie- gazione che si rifà al celeberrimo “cherchez lafemme”, cercate la donna: la nota intimazione dei vecchi po- liziotti e cronisti di nera. Si dice – infatti – che furono i begli occhi e le generose forme di una popolana altavillese del centro storico a dividere i due illustri contendenti. La contesa politica copri solo uno scontro per contendersi i favori di una donna che accontentò entrambi, stante ad una vox populi che ancora oggi – a quasi quarant’anni dalla morte di entrambi – sopravvive?
No, ci furono sicuramente altre motivazioni. Venivano entrambi da due famiglie, della cosiddetta nuova borghesia dei galantuomini, emerse dalla liquidazio- ne delle proprietà feudali e dalla divisione dei demani. La formazione di cospicue proprietà temere, anche ad Altavilla, affondà le sue radici nei traffici per acquisire le quote già assegnate a cittadini che non avendo soldi per pagarle preferirono vendere tutto e prendere la via dell’emigrazione americana. Le famiglie borghesi – e sia i Mottola che i Galardi vantavano oltre a solidi patrimoni anche ascendenze liberali e risorgimentali – si differenziarono quando si ebbe a che fare con i briganti (vedi la vicenda di Rosario Galardi) e si unirono quando ci fu da far sopprimere il diritto del “focatico”: l’uso di raccogliere liberamente la legna nei boschi e nei terreni ex universali, che cozzava contro i diritti della proprietà piena del bene posseduto.
Già sul finire del XIX Secolo comincia un’aspra lotta tra le famiglie più in vista (Galardi, Mottola, Sassi, Cennamo, Ferrara, Contini, Mazzei, Cancro, ecc.) per il controllo assoluto del potere locale. In questa contesa Donato Galardi scelse di rappresentare il popolo minuto e la nascente piccola borghesia intellettuale. Gettò sul piatto anche il grande prestigio culturale di cui godeva come educatore di diverse generazioni di altavillesi.
L’ORATORE. 
1 – Fu oratore di grande efficacia. La parola gli veniva facile ed era bravo nel collocarla al punto giusto dei suoi discorsi. Amava anche la battuta dialettale, si sforzava insomma di rendere “popolare” la sua esposizione. Le anni e la politica erano le occupazioni di famiglia fin da quel Colantonio Galardo fatto nobile – nel 1536 – da Carlo V per la sua attività di milite e cavaliere e per la sua emdizione. La figura centrale della sua infanzia.fu lo zio Rosario Galardi, di professione anniere, che trascorse gran parte della sua vita in carcere o in esilio per reati politi’i. Parleciipò infatti alle due rivolte cilentane del 1821 e 1848. Fu con Pisacane nel 1857 e per un pelo scampò alla strage di Sanza. Tre anni dopo era con Garibaldi e si fece onore nella oottaglia del Volturno contro le truppe borboniche. Fu occusato di brigantaggio, per una supposta amicizia con Gaetano Tranchella, scontò ben 10 anni di carcere a Trani. La vita di Rosario Galardi resta emblematica per chi volesse capire la storia dei veri llverali dell’epoca risorgilnentale.
2 Il paese aveva allora poco più di 3.300 abitanti, divisi in 841 nuclei familiari Solo 300 altavillesi sapevano leggere e scrivere e pochi, 229, non risiedeono nel capoluogo. Dal 1871 al 1896 quasi mille altavillesi prendono la via delle lontane Americhe. Si moriva facilmente: nel 1867 il colera uccise 234 persone. Nel 1871 la maggior parte bambini viene falciata dalla difterite. Nel 1887 arrivò il vaiuolo arabo e nel 1890 l’influenza a fare altri morti. C’era la fame: nel 1871 e nel 1878 non ci furono raccolti e nel 1879 crebbero solo pochi fichi che, mangiati avidamente, provocarono infezioni viscerali e fecero morire molti vecchi. Ci furono anche avvenimenti eccezionali come le aurore boreali del 1870 e 1872 e con cadute di meteore. Nel 1880 il sindaco Achille Alberto Baione – implicato in numerosi scandali locali – fu ucciso alla località Fontanella. Nel 1893, padre Raffaele Barra, l’ultimo francescano officiante ne Convento, fu addirittura lapidato ed il complesso ecclesiastico chiuso.
4 Alcune sue frasi sono ancora oggi tramandate dalla tradizione orale: quando fu eletto sindaco disse: “non aspet- tatevi da me grandi cose, non sono un taumaturgo”. Si ricordano anche i suoi necrologi: Per il maestro Belmonte disse: “si sacrificò tutto per la scuola, invecchiò anzitempo” e per la giovane maestrina Vitalina Di Matteo commosse tutti quando racchiuse la sua breve vita con queste semplici parole: “io che ti vid,i mmbina …e più tardi giovane insegnante. Galardi è stato anche l’autore delle pi~ belle epigrafi funerarie presenti nel nostro cimitero. Da ricordare, la semplicità e l’efficacia, quella dedicata ad Armando Di Masi, un giovane di vent’ anni che si uccise perché i genitori non gli volevano far sposare la donna amata: “Visse e morì di amore”. Di formazione classica ma d’impronta retorica Galardi fu sempre un purista , della lingua italiana. Sul suo tavolino, fino alla morte, ci fu sempre un vocabolario della lingua italiana frequentemente consultato… E se per strada incontrava qualche ragazzo in età scolare amava metterlo in imbarazzo con qualche fulmi- nante domanda a bruciapelo. Giuliano De Rosa, che lo ebbe come vicino di casa, ricorda ancora le domande su il “cercire” e la “naticchiola”. Amava molto anche gli aforismi e gli piaceva giocare con i cognomi delle persone. Così apostrafava un malcapitato Guarino: bevi vino? o un Mordente che non morde mai. Con il calzolaio Valitutto cominciava ogni volta una lunga filastrocca di “vali tutto… vali molto … vali niente…”
Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

venerdì 9 dicembre 2011

Colliano: agnelli, zampogne, tartufi e il segretario di Starace

Luci ed ombre della ricostruzione. “Una città del Sele” è il sogno di D’Ambrisi
di ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com

Qui “Carni no strane”, è scritto proprio così, l’insegna nuovissima della macelleria all’ingresso del centro cittadino parla da sola. Benvenuti a Colliano, qui dove uno scrittore come Massimo Grillandi ci “cacciò” la trama per uno dei suoi racconti più suggestivi, quello del dottor Andrea, ma oggi nessuno lo ricorda. Qui ganno avuto i batali Beniamino De Vecchis ordinario all’università la Sapienza di Roma, Pietro Capasso giudice alla corte Costituzionale e Sottosegretario all’ Agricoltura. E … dulcis in fundo, Vito Borriello segretario particolare di Achille Starace, il gerarca delle coreografie delle grandi adunate fasciste. A Colliano ci siamo arrivati due giorni dopo che Francesca, una ragazza del paese, dopo una nottata di tormenti, ha deciso di non presentarsi alla celebrazione del matrimonio lasciando di stucco un paio di paesi (c’è anche quello dell’ex sposo) e scatenando così la stampa provinciale. Questi sono paesi dei quali i quotidiani provinciali parlano solo per tragedie o farse. La storia del matrimonio mancato è tragedia per chi l’ha vissuta da protagonista e farsa per chi è corso a giocarsi i numeri al lotto.

Tartufi e zampogne

Colliano è il paese dei tartufi e dei ciaramellari. Produce l’agnello più saporito, gli ottimi caciocavalli del brigante e salumi fatti in casa e sopraffini. Dove il farmacista si chiama Amato Grisi ed è il maggiore studioso della storia della Valle del Sele ed il tabaccaio è Carlo Fumo, cesellatore di belle storie di vita collianesi su ” Il Saggio “. Il santo protettore è San Leone, e così tanti hanno questo nome. Troppi, ed è così che abbondano le varianti sul tema. Leone, detto Lilino, Napoliello, 73 anni, è stato insegnante elementare pur avendo una laurea in lingue presa all’Orientale. Negli anni Cinquanta scriveva le lettere di presentazione ai compaesani che volevano emigrare in Francia o in Svizzera. Un industriale parigino, quando seppe, da un suo operaio collianese, del caso di questo professore che assisteva chi andava in cerca di un avvenire migliore, volle conoscerlo, così come la figlia, che volle anche sposarselo.

Paese di individualisti

“Questo è un paese di individualisti. E’ la nostra condanna. “, dice mentre esce dal bar. Leone Tartaglia è “Leo” per gli amici ed ha buttato il sangue per dare un’utilità ad palazzetto dello sport costruito coi fondi della ricostruzione… in un bosco. Ha sempre un sorriso sincero stampato sulle labbra, non nasconde l’amarezza. “Non ho ricevuto aiuti. Il campo di calcio, il tennis, sono disseminati in altre parti del paese. Così non si va avanti. A 22 anni prese la valigia e se nandò a Genova. Nei fine settimana tornava a Colliano e con le sue mani si costruì la casa. Con i suoi risparmi, non con i soldi del terremoto”. Gerardo Strollo di professione fa il veterinario ma “l’animale” che più l’appassiona è il suo paese. Ha valorizzato quant’altri mai il tartufo, organizzando perfino una mostra mercato – nazionale ed una rivista quadrimestrale: “La via del tartufo”. “Dalle 15 alle 20 famiglie vivono agiatamente di questa attività”.

Il ratto delle Sabine

Il preside Adriano D’Ambrisi, figlio di falegname e laurea in matematica, guarda ad Oliveto Citra e, scherzando ma mica tanto, vagheggia una sorta di moderno “ratto delle Sabine”. “Gli olivetano ci sanno fare. Grandi commercianti, eccezionali lavoratori, sanno anche mettersi assieme”. Il professore Napoliello, “il parigino”, tira fuori un recente reportage di “Unico” sul paese vicino dove era stata affacciata la tesi dell’esistenza di un rapporto tra sviluppo dell’economia e diffusione del protestantesimo. “Osservazione acuta, è proprio così”. Grazie, professore. Andrea Goffredo, un altro insegnante, recrimina sulle classi dirigenti del passato: “Ci hanno abituato alla divisione degli uni contro gli altri”, dice. Luciano Fasano parla di effetto “Cinecittà” della ricostruzione che tanto si allontana dalla piazza principale e più diventa approssimativa. Franco Annunziata è un ingegnere: “Le nostre campagne sono state polverizzate dalla possibilità data a chi non era lavoratore della terra di potervi trasferire la propria abitazione”. Mauro Iannarella da poche settimane è stato eletto presidente della Pro Loco: “Oggi facciamo i conti con venti anni di ricostruzione sbagliata che ha tolto l’anima a questo paese”. A parlare, in questa domenica mattina collianese, è l’intellettualità paesana: “Siamo emarginati. La classe politica non ci ascolta”, dice D’Ambrisi.

Ricostruzione da 50 milioni a testa

“E’ stato stimato che la ricostruzione a Colliano è costata 200 miliardi, 50 milioni per abitanti. Non lo dico io, lo ha scritto Il Corriere della sera”, sospira Luciano Fasano. Un altro choc. Eppure il post terremoto di Colliano è portato ad esempio, ed è preceduto solo da Valva per aver rispettato il paese originario. “Sono stati venduti a 1000 lire i nostri coppi che stavano sui tetti e sostuiti con materiali scadenti che costano un decimo. Sono spariti – dice ancora – anche i portali. Rubati o venduti a niente “. Coi fondi del Pit Antica Volcei sta per essere recuperato Palazzo Borriello, al “Chiazzillo” o “Riccio”, come i collianesi chiamavano questa piazza. Ottima iniziativa, ma dopo un quarto di secolo della costruzione nobiliare rimangono solo le mura. Così come all’imponente palazzo Augusto , a ridosso della chiesa madre. “Adagiata come in una conca, immersa fino alla gola tra i castagni e gli ulivi, fusa in un groviglio di case e strade, dove tutto finisce poi per fare da ornamento…”., così la racconta Carmine Manzi. Che continua: “Colliano è adagiato sui monti che sono alla sinistra del Sele: a prima vista dà l’impressione di essere un paese depresso e di starsene un po’ in disparte, quasi sonnacchioso; poi te lo vedi dinnanzi con la estesa zona dei suoi boschi e con tutte le altre tipiche caratteristiche dei comuni montani, una vegetazione fitta ed in alcune parti quasi selvaggia ed inesplorata, gli ulivi pressochè centenerai, le viti, i castagni, le case sparse ed a gruppi, dello stesso colore…”.

Visita a Collianello

Il 10 luglio l’attiva Pro Loco ridarà vita a Collianello con un maxi concerto di musica etnica che sposerà taranta e zampogna. “Case abbracciate alla stessa roccia, dai tufi che rivelano spesso le crepe del tempo e dove anche il selciato sembra conservare le impronte di quelli che furono i suoi primi abitatori”, scrive Manzi ed una visita veloce ci rivela un mondo primigenio, fatato, con pochi abitanti (poco più di trecento) con alcuni di loro ancora dediti ai vecchi mestieri. E’ per Gerardo e Luciano il paesello dei loro nonni, conoscono i vicoli perchè ci venivano a giocare da bambini. “Gli uomini? Sono alla Scara. Carosano le pecore”, dice l’anziana che si affaccia all’uscio e riconosce il gruppo. Decine di giovani visitatori si aggirano curiosi. “Quasi vent’anni di promozione saranno pure serviti a qualcosa”, si schernisce Gerardo Strollo.

L’mprenditorialità con le risorse locali

Torniamo al capoluogo: Colliano. Le novità sono nella crescita di nuove attività imprenditoriali che chiudono con la “bolla” dei soldi facili che giravano attorno alla ricostruzione. Un esempio è il “Panificio Biscottificio Pasticceria” di Erminia Gugliucciello, che ha come slogan “Il buon pane cotto a legna”, con il marito della proprietaria che dapprima ha fatto l’imprenditore edile e poi si è inventato questo panificio artigianale che, in poco più di un decennio, ha imposto all’attenzione provinciale “il pane di Colliano” e presso il punto vendita offre anche una ricca gamma di dolci e pizze di tutti i tipi. La conduzione è tutta familiare e il preside D’Ambrisi addita proprio questa azienda come esempio dello sviluppo che può arrivare solo dall’intelligente valorizzazione delle risorse locali. Lo stesso avviene per le macellerie e per i tre caseifici che puntano tutti sulla ricotta e sul caciocavallo di Colliano e sul latte delle 23 mila pecore che ancora popolano la zona dell’Alto Sele e del Tanagro. Le tradizioni ritornano prepotenti sulla scena. Antonio Tateo racconta con delle belle fotografie dei Russo e degli Strollo che costruiscono zampogne e ciaramelle e le relative “ance” indispensabili per emettere i suoni, i “tuoni” come dicono gli zampognari. Lo stesso fanno Giuseppe Carbone , Rocco Iannarella e Carmine Di Lione.

Da quel 23 novembre di 25 anni fa tutto è cambiato

Il punto di svolta, benedetto o maledetto, secondo i punti di vista rimane il terremoto, qui non fece solo tre morti e distrusse le case:”Da quel momento ci si è immessi in un mondo nuovo, tutto è trasformato e molte cose non sono state dimenticate”, sottolinea Grisi. A partire dalla rivoluzione di 4500 persone che fino a 25 anni fa vivevano addossate le une all’altra ed ora si sono disperse in un territorio di 53 Kmq. “Chi abita vicino a Oliveto, Contursi, Palomonte ha ormai troncato i rapporti col vecchio centro”, dice Luciano Fasano. “Sono rimasti gli anziani. Le classi di mezzo, che erano bambini durante il terremoto , se ne sono andati – aggiunge – nelle nuove contrade”. E’ questa nuova realtà che spinge Adriano D’Ambrisi, Angelo Di Guida e Andrea Goffredo a cominciare ad “accarezzare” l’idea di spingere sempre più l’acceleratore sull’idea di una vera e propria “città dell’Alto Sele”. Non potendo attuare lo “scambio” di dna con gli olivetani, potrebbe essere una via d’uscita dalle angustie di una comunità che ha storia, risorse naturali e sapori da vendere ma lamenta “la capacità di fare sistema”. E’ la vera dannazione meridionale.

giovedì 8 dicembre 2011

1892. New York, Angelo Cornetta di Serre condannato a morte Veniva da Persano, suonava l’organetto. Accusato di due omicidi



orestemottola@gmail.com

"Ti giuro che sono innocente: io non aggio acciso nisciuno". 1892, New York, a sei giorni dall’esecuzione di una condanna a morte, un gruppo di giornalisti va ad intervistare colui che da lì a poco sarebbe stato strozzato con l’impiccagione. Fra di loro c’è un reporter italiano. "Angelo Cornetta era un povero e ignorante suonatore d’organetto, nativo di Serre di Persano, in provincia di Salerno, il quale in età di ventiquattro o venticinque anni era emigrato in America, come fanno tanti. Sei o sette anni dopo egli conviveva a New York con una irlandese che un giorno si ammalò e che prima di morire all’ospedale lo accusò di averla orribilmente maltrattata". Comincia così la storia. A raccontarla è Adolfo Rossi, giornalista veneto, in uno dei capitoli di "Nel paese dei dollari, pubblicato una sola volta in Italia, dai fratelli Treves a Milano. L’obiettivo dell’autore è di spiegare agli italiani "la vita giornalistica americana". Per farlo l’autore , l’autore, usa la disgraziata avventura americana di un emigrato italiano che viene messo a morte, e la sua condanna eseguita, senza che il malcapitato arrivi a rendersene conto. Ad Angelo Cornetta il sogno americano va di traverso. Il primo processo non riuscì a chiarire se la sua convivente fosse morta naturalmente, magari per abuso di alcool, o per le sue bastonate. Viene così a due anni e mezzo di carcere. Rossi lo va a trovare in galera. E lo intervista. "Io stavo per strada tutto il giorno a suonare e lei si beveva tutti i nostri soldi. Furono le bevande che la uccisero". A due mesi dalla fine della pena, succede l’imprevisto. Cornetta viene mandato a sbucciare patate nelle cucine del carcere. Un diverbio con un altro detenuto, un irlandese che ce l’ha con gli italiani, che lo insulta. . "L’irlandese mi si gettò addosso e con il coltello, mi menò un colpo che parai, riportando una leggera ferita alla mano destra. Guardate, (e mostrò la mano che conservava la cicatrice). Appena vidi il sangue, brandii io pure il coltello e glielo ficcai nel cuore". Ed arrivò, inesorabile, la condanna a morte. "A morte, io? – diceva sbarrando gli occhi- . Ma giammai? Non sapete che ho tirato a colui per difendermi? Non capite che stavo per uscire di prigione quando avvenne la lite? Dovevo farmi ammazzare come una pecora? Potevo subire in pace tutti gli insulti di cui quell’uomo mi colmava?". Alla pronuncia della sentenza andò su tutte le furie: tentò di suicidarsi tagliandosi la gola con un ferro acuminato che aveva strappato alla porta della cella. I secondini se ne accosero subito e gliela strapparono di mano, la ferita di cornetta fu leggera. Poi rifiutò il cibo. Ed impazzì di dolore ben prima dell’esecuzione. Qualcuno tentò di salvarlo come un unico gruppo di cittadini che era a conoscenza della situazione della sua situazione psichica. Non ci fu niente da fare. "La giustizia americana era soddisfatta: aveva strozzato un pazzo furioso", così scrive nel 1892 Adolfo Rossi.

ORESTE MOTTOLA

mercoledì 7 dicembre 2011

Uno scandalo altavillese di 80 anni fa. Un monumento per Carmine Perito di ORESTE MOTTOLA (riproduzione riservata)


Furono i nostri "americani", quasi tutti emigranti di seconda generazione, che cominciavano a "stare bene" nelle varie Lttle Italy a volere un monumento. Ma non uno qualsiasi. "Che ricordi ai posteri il supremo sacrificio dei figli del nostro ameno paesello" (Lettera di Salvatore Perito a Angelo Molinara, del 21 luglio 1922). Avrebbero anche voluto che ad erigerlo fosse lo scultore Carmine Perito, negli Usa diventato anche Peter, gloria degli altavillesi emigrati negli States. Non fu possibile perchè nel 1922 Perito morì all'improvviso. Il fratello Salvatore, così come l'intera colonia degli altavillesi a New York, avrebbero allora gradito che il paese natìo si fosse degnato di onorarlo con un busto da collocare nella nuova Piazza che si stava costruendo. Ma non fu possibile, ad Altavilla, come spesso accade, il suo talento non era riconosciuto. Eppure le sue statue erano in tutta l'America. Nemo propheta in patria Carmine Peter Perito che era nato 18 luglio del 1871. Emigrò giovanissimo in America. Studiò musica per otto anni ma la sua vera inclinazione era la scultura. Realizzò prestigiose opere in tutta l'America. A 30 anni ritornò ad Altavilla per fare tre mesi di servizio di leva e a Milano quattro anni di Accademia di Brera. E' a lui che i numerosi emigrati altavillesi in America si rivolsero affinchè tornasse in paese per costruire il monumento per onorare i caduti della Grande Guerra. Alla vigilia della partenza, prevista per il 16 dicembre 1920, un'affezione polmonare (la silicosi?) lo tenne per sei mesi a letto e poi lo spense. In Italia tornarono la moglie Gioconda ed il figlio Germano. Il fratello Salvatore, anche per onorarne la memoria, diede impulso alla raccolta dei fondi fra i compaesani. Carmine Perito è l'autore dello splendido portale della chiesa di Montevergine. L'opera rimase incompiuta perchè l'artista avrebbe dovuto riprenderla in occasione del ritorno per la realizzazione del monumento ai caduti. Il fratello, e gli altri emigranti, avrebbero voluto per lui un busto in piazza Castello. Quest'ultima ipotesi fu sempre fieramente avversata dall'allora sindaco, e poi podestà , Francesco Mottola. "La pretesa è un'americanata", scrive don Ciccio in una nota. Nella vicenda si inserisce poi Donato Galardi, il suo avversario per antonomasia. L'idea iniziale dei nostri emigranti era quella di dotare la nuova Piazza di Altavilla un monumento imponente, di quelle che Peter Carmine Perito aveva realizzato a New Jork, Dallas ed in altre città americane. Per questo la raccolta dei fondi ebbe subito un avvio brillante. Ventiduemilalire furono raccolte subito. Così come i soldi che erano già serviti per dare dignità alla chiesa - capella di Montevergine. "Per i nostri morti", è la parola d'ordine. Ora però si preparavano a far tornare il loro più illustre rappresentante. Perito però si ammala. Il Comitato continua a lavorare. Però il diavolo ci mette due volte la coda. Duemila le metterà il municipio, e le altre 38 mila? Ventiduemila lire sono state raccolte negli Stati Uniti d'America e già inviate. Altre 16 mila lire dovrebbero arrivare dalla popolazione residente. No, le raccoglieranno ancora gli "esuli" come si definiscono nelle loro lettere, che si sono organizzati in un apposito Comitato. Quei soldi affidati ad Angelo Molinara diedero vita ad una polemica che continuò per oltre un ventennio. Per "metterci una pezza" l'allora podestà Mottola affidò allo scultore napoletano Tello Torelli l'incarico che ha portato all'attuale monumento. Gli emigrati altavillesi a New York ebbero molto a soffrire per questa vicenda. Per loro, in piazza Castello, doveva sorgere una grande scultura (per l'opera del grande Perito, che però mancò nei primi anni Venti) e non una copia di fonderia come poi avvenne. Francesco Mottola trattò assai male gli emigrati "americani", scegliendo di "coprire" le personalità altavillesi coinvolte nella vicenda. Dagli Usa però non stettero in silenzio e scrissero le ragioni a tutte le autorità dell'epoca. Venne poi la Seconda Guerra e tutto acquietò.


Alla fine del 1920, il 21 dicembre, arriva la lettera del presidente del "Comitato per il monumento ai Caduti in Guerra della Provincia di Salerno", Enrico Madia, che sollecita il comune "a deliberare una sovvenzione a favore del monumento che si eleverà in questa Città ad imperituro ricordo dei Gloriosi Caduti in Guerra appartenenti a questa provincia". Così il Comune di Altavilla, guidato da don Ciccio Mottola, può rientrare in un'iniziativa dalla quale era stato quasi estromesso. Qualcosa, a livello locale, comincia a muoversi l'anno dopo. Il 25 giugno Angelo Molinara comunica di aver costituito un comitato "per l'erigendo monumento ai Caduti" e fa istanza al Comune affinchè deliberi "un contributo" per "dare un degno riconoscimento del grande sacrificio dei numerosi Caduti per la patria". L'appello è raccolto dal consiglio comunale del 17 luglio 1921 dove 9 consiglieri (Francesco Mottola, Federico Pipino, Francesco Carrozza, Michele Caruso, Salvatore Nigro, Angelo Liccardi, Gaetano Cimino e Giuseppe Peduto) esprimono il loro "si" e altri 11 sono stranamente assenti (Ruggiero Mazzaccara, Germano Pipino, Francesco Carrozza, Giuseppe Cennamo, Antonino Marruso, Gennaro Ricci, Antonio Petrosino, Enrico Sassi, Carlo Molinara e Lazzaro Zito). E' giustificato Lazzaro Zito, poichè è deceduto da poco. Dieci dissenzienti per un monumento ai caduti sono troppi. Qualcosa è accaduto. E non è solo la prima prova della contrapposizione tra "Stella" e "Orologio". Facciamo un passo indietro. Il Consiglio Comunale delibera di impegnarsi per uno stanziamento di duemila lire, pagabili durante i prossimi due esercizi contabili. La situazione comincia ad imbrogliarsi già alla fine dell'estate, il 26 agosto del 1921, quando il Sottoprefetto di Campagna (che controlla gli atti del municipio) chiede a Francesco Mottola "tutti gli atti compresa la deliberazione di giunta d'urgenza". In poche parole, c'è stato un ricorso. Vuole vederci chiaro, il funzionario. Un appunto manoscritto di don Ciccio Mottola dà conto del fatto: "sono sorte delle affermazioni su presunti danneggiamenti dal provvedimento di sistemazione della piazza per collocarvi degnamente il monumento ai numerosi caduti di questo comune!". E' sempre la penna di Mottola a vergare la domanda che Angelo Molinara inoltra al Ministero della Guerra per avere un cimelio "adeguato all'entità dell'opera per la quale saranno spese quarantamila lire". Duemila le metterà il municipio, e le altre 38 mila? Ventiduemila lire sono state raccolte negli Stati Uniti d'America e già inviate. Altre 16 mila lire dovrebbero arrivare dalla popolazione residente. No, le raccoglieranno ancora gli "esuli" come si definiscono nelle loro lettere, che si sono organizzati in un apposito Comitato. Ma subito c'è qualcosa che non va: "Comitato protesta energicamente spese incorse senza autorizzazione specifica. Temiamo ostacoli non lievi successo future questue", scriverà in un allarmato telegramma Salvatore Perito. Il fatto è questo, ed è tutto a carico di Angelo Molinara, il capo del comitato locale pro - monumento. Lo racconta un telegramma spedito dagli emigranti. "Si sta erigendo una murata di sostegno con i fondi a voi affidati". Il muro è prospiciente a casa Molinara e la notizia arriva subito in America. Gli emigranti sono in allarme e nient'affatto diplomatici: "A noi occorre sapere - scrive Salvatore Perito - la somma totale che trovasi presso di voi, oppure in deposito, presso le Casse di Risparmio: questo ve lo domandiamo, perchè tale rassicurante notizia proveniente direttamente da voi metterà a posto le cose". C'è il muro davanti alle proprietà Molinara, e passi. No, è tutto un falso. "La colpa è di Salvatore Iorio. E' lui che ha voluto scrivere al Prefetto, a Mussolini. Ce l'ha con Molinara", scrive a Mottola Salvatore Perito, il 25 giugno del 1925. Nella contesa poi entra Donato Galardi che così comincia la quarantennale battaglia contro don Ciccio. Ci va cauto Galardi, ma le "carte" ci restituiscono il suo telegramma: "Molinara sottoporrà controversia al Prefetto", che scatenerà le ire degli emigranti americani. Ma la discussione è anche sul tipo di monumento. E su chi dovrà eseguirlo. Qui la contrapposizione è con il sindaco Mottola. Gli emigranti vogliono che a lavorarci sia Carmine Perito. Dev'essere il monumento ai caduti ma anche l'esaltazione del genio di questo altavillese che si è fatto da solo. Ad Altavilla hanno idee diverse. Vogliono innanzitutto sistemare la piazza, più che a dirlo apertamente lo fanno capire agli esterrefatti "americani". Nello slargo che unisce le vie che vengono dall'Annunziata, dal Carmine, da S. Sofia e da Porta di Suso ci sono le piante di ulivo, qualche arbusto e tante pietre. Piazza Castello è ancora campagna. Poi, oltre al cimelio chiesto al Ministero della Guerra, ci sarà chi ebbe l'idea di piantarvi un albero (di leccio, di tiglio) per ogni caduto. Il monumento? va bene anche uno "di fonderia", fatto in serie, si comincia a dire. Perito? Può restarsene in America. Salvatore Perito, presidente del Comitato americano, e fratello di Carmine, se ne accorge e scrive a Mottola: "Avete voluto farci intendere che qualora non accettiamo la vostra soluzione siete liberi di fare erigere il Monumento a modo vostro usufruendo delle nostre 22 mila Lire? speriamo non sia questa la vostra intenzione altrimenti ci obbligherete a prendere le necessarie disposizioni per proteggere gli oblatori delle lire 22 mila, anzi ci permettiamo rispettosamente parlando al signor Sindaco di non toccare o far spendere una sola Lira della somma suddetta eccettuato per lo scopo prefisso".
Nel 1923 sulla questione non ho trovato carteggi. Vengono solo venduti all'asta otto alberi nello spazio attiguo l'ex chiesa dell'Annunziata (dove c'è l'attuale Municipio). Si aggiudica la gara Samuele Morrone e l'incasso, per 119 lire, va al presidente dellerigendo monumento ai Caduti. Carmine Perito è gravemente ammalato, gli emigrati non sanno cosa fare. Va bene continuare a raccogliere soldi, oppure fermarsi? Il dilemma è presto sciolto. Quel monumento va fatto, anche per onorare Carmine. "Carmine chi?", avrà detto colui che sarà detto "il Gattopardo altavillese", restio ad attribuire a colui considerava un onesto artigiano una patente di valore.
1924
Il 15 gennaio del 1924 da New York scrivono Salvatore Perito e Salvatore Monaco. La missiva è indirizzata a: "Illustrissimo signor Sindaco e Comitato Monumento dei Caduti in Guerra di Altavilla Silentina". Ecco il testo: "Stimatissimi signori. Il sottoscritto, Tesoriere del Comitato in New York e unitamente a molti altri componenti di questo Comitato, sono molto dispiacenti in riguardo alla poca attività mostrata dal comitato di Altavilla per l'erezione del tanto desiderato Monumento, per il quale i nostri compaesani hanno senza indugio contribuito finanziariamente per portare a fine detta opera.
Molte lettere e proposte sono state spedite al Presidente Cav. Dottor Angelo Molinara, senza aversi degnato di dare una risposta di sorta di sorte, sia per che cosa si attende di per fare detta opera, sia per sapere se vi aggrada che questo comitato facesse fare un disegno da Artisti qui residenti, come procurare prezzi della costruzione.
Il 9 ottobre fu spedito al sig. Molinara un piccolo schizzo per il costo del quale, da una ditta in Italia di già sappiamo il probabile costo; bensì come ho detto tale schizzo non fu un regolare disegno; ma, un accenno di ciò che si potrebbe ottenere per il denaro disponibile.
Io in qualità di Tesoriere ho spedito al signor Molinara lire Ventiduemila, ho saputo anche da altri nostri compaesani altre somme sono state spedite, e si spediranno ancora, se possiamo avere quella soddisfazione che a noi ci tocca da poveri emigrati.
Si desidera perciò sapere signor Sindaco di che si tratta per questo silenzio e non curanza, come pure, quanto ha contribuito il popolo di Altavilla; poichè essendo noi i contribuenti principali abbiamo diritto a tutte queste cose, e specialmente vogliamo sapere a mezzo di un disegno bozzetto od altro; che si vuol fare per il denaro disponibile. Sapendo tutto ciò, possiamo da qui fare anche noi passi per ottenere col minimo costo un buon lavoro, e che a ciò voi costà , dovreste associarvi invece di ostacolarci.
Attendiamo da lei Sig. Sindaco di farci consapevole di quanto accennato, sperando che non dobbiamo ricorrere altrove, per creare mali umori che sinceramente vogliamo evitare. Accettate i sinceri saluti. Salvatore Perito S. Monaco".
Alla lettera sono accluse le note a margine vergate da qualcuno. Forse è don Ciccio. Da queste apprendiamo che "non l'ha ricevuto" per lo schizzo inviato. Il "popolo di Altavilla" ha dato poco più 800 lire e 1800 lire sono state raccolte dai "soldati". Si precisa pure che le spese per la sistemazione del monumento sulla piazza ammonteranno a 16 mila lire comprensive del contributo comunale.
Intanto il 7 febbraio 1924 il "Comitato" da New York telefrafa: "Comitato forzato rivolgersi autorità desidera urgenti notizie monumento informato Molinara comitato New York ho dato contratto erigere schizzo mandatogli ad ottobre scorso. Firmato COMITATO".
Il 14 febbraio del 1924 dalla Sottoprefettura di Campagna arriva al Comune un "biglietto urgente di servizio" che comincia a fornirci un'altra chiave di lettura della vicenda. "Vien riferito che codesta Amministrazione Comunale in modo arbitrario avrebbe, in occasione spianamento Piazza Umberto Iø, alterato accesso casa abitazione del signor Beniamino Brunetti, al quale avrebbe causato perciò grave danno. La stessa Amministrazione avrebbe pure, contro volontà del Brunetti, disposto abbattimento di un muro della lunghezza di circa cinque metri.
Prego di fornire al proposito urgenti informazioni, disponendo che entro breve termine sia provveduto al ripristino del turbato possesso dei beni del Brunetti. Avverto che ho gli atti in evidenza".
Mottola risponde il 20 febbraio del 1924.
Un appunto autografo datato 7 marzo 1924, sempre di Francesco Mottola, forse prima nota di una lettera da spedire agli "americani" specifica come: - Molinara non ha preso alcun impegno per il monumento; - restano ancora a disposizione 17 mila lire; - che è conveniente bandire un pubblico concorso per avere condizioni più vantaggiose.
Ed è su questa "base" che il 20 febbraio del 1924 il sindaco scriverà una lettera a Perito e Monaco. Trascrivo dalla minuta autografa: "La lettera alla quale ho il piacere di rispondere trasuda un pò troppo risentimento verso il presidente del comitato pel monumento ai caduti, risentimento giustificato da supposizioni che individui ed asntipatie locali si siano fatte arrivare finanche a New York con troppe basse insinuazioni. Perciò faccio appello agli alti sensi di patriottismo dei nostri emigranti che con tanto slancio hanno voluto contribuire all'erezione di un monumento - ricordo per quanti immolarono le loro giovani esistenze. Non immaginavamo neppure lontanamente che questo sacrificio potesse costituire un buon pretesto per così meschine volgarità .
C’era una volta la “Fratellanza Silentina”

Furono Germano Di Matteo, Carmine Caruso, Domenico Cantalupo, Biagio Capone e Giovanni Belmonte, a fondare, il 13 maggio del 1888, a New Jork, la prima associazione, o meglio "Società di Mutuo Soccorso" degli altavillesi che avevano preso la via dell'emigrazione. Il notaio Louis Della Rosa scrisse lo statuto del sodalizio che prese anche il nome di "Fratellanza Silentina". Il gruppo aveva la finalità di fornire assistenza ed istruzione agli associati. Di questo gruppo, a sfondo massonico, farà parte lo scultore Perito (autore di importanti monumenti negli Usa ed in Canada) ed autore del portale della chiesa altavillese di Montevergine. Furono loro a raccogliere i fondi per erigere un degno monumento ai caduti della Grande Guerra. Quei soldi affidati ad Angelo Molinara diedero vita ad una polemica che continuò per oltre un ventennio. Per "metterci una pezza" l'allora podestà Mottola affidò allo scultore napoletano Tello Torelli l'incarico che ha portato all'attuale monumento. Gli emigrati altavillesi a New York ebbero molto a soffrire per questa vicenda. Per loro, in piazza Castello, doveva sorgere una grande scultura (per l'opera del grande Perito, che però mancò nei primi anni Venti) e non una copia di fonderia come poi avvenne. Francesco Mottola trattò assai male gli emigrati "americani", scegliendo di "coprire" le personalità altavillesi coinvolte nella vicenda. Dagli Usa però non stettero in silenzio e scrissero le ragioni a tutte le autorità dell'epoca. Venne poi la Seconda Guerra e tutto acquietò.