venerdì 16 dicembre 2011

Tempalta, colline e suggestioni. Musica e miti, artigiani e mietitori, guaritori e sportivi a Roccadaspide




Tra le borgate di Roccadaspide Tempalta è la più sorprendente: allegra e solare, ricca di miti e storie, piena di gente sincera e cordiale. Se fai un piccolo sforzo d’immaginazione trovi finanche una colonna sonora fatta di semplici ballate al suono dell’organetto. Ed è dolce sentire i “cunti” davanti al focolare mangiando le “vrole”, le caldarroste. Si va dalle avventure del coraggioso brigante Mastino, a Bastiano il pastore “chiainaro” che morì da queste parti durante il percorso della transumanza da Piaggine alla Piana del Sele ed al quale è intitolato un ruscello e (dopo aver mandato i bambini a dormire) al racconto del tragico fatto di sangue ancora avvolto nel mistero. Erano le epopee che raccontava zì Domenico Bellissimo, che aveva un eloquio che incantava grandi e piccini. Tempalta è terra di dolore e fatica, per il contributo dato all’emigrazione, al lavoro nei campi di Capaccio ed Eboli (“Ogni mattina partivano cinque autobus con donne, ragazzi ed uomini che andavano a giornata da quelle parti”, ricorda il ferroviere Gabriele D’Angelo) e poi “la paranza” raccontata da Enrico Antico, ovvero la squadra dei mietitori che lavorava a cottimo nei campi di grano. Tempalta è stata anche terra di guaritori che attingevano ad un sapere ancestrale (e ad un’ingenuità di uomini e donne semplici). Li chiamavano “fattucchiare”, ma il giudizio di oggi può anche essere meno denigratorio. “Giovannina De Marco – ricorda il professor Cosmo Galardo – era una donna eccezionale. Era dotata un’intelligenza e di una sensibilità non comuni. Davanti alla sua casa c’era sempre la fila. Da Castelcivita era un via vai continuo”. Il rimando all’ambiente fisico è obbligato. La forza degli elementi naturali rimanda sempre all’antica soggezione dell’uomo rispetto agli elementi primigeni.
Aggregandovi un po’ di case sparse dei dintorni, oggi Tempalta arriva a mille abitanti. E’ una borgata che si è formata nel corso degli ultimi due secoli (grazie anche alla strada provinciale e ai suoi punti vendita), nella parte alta della contrada omonima. La sua storia è parallela a quella di Fonte, che si differenzia da Tempalta, per avere più pianura e montagna mentre qui è tutto è dominato dalla collina. Contadini infaticabili ed artigiani ingegnosi, questa è stata, da sempre, l’anima di Tempalta. Le grate e i cesti di Fortunato Lettieri, le cammaracanne di Luigi Galardo, gli aratri di legno, i tini e le botti di Luigi D’Angelo, e poi i tanti muratori che con poca calce e tanta ‘rena rossa’ hanno edificato case su case.
La storia di Tempalta è presto fatta. Ce la traccia Enrico Antico, evocatore con ‘La Canestra’ della civiltà rurale di questa terra. Il primo nucleo di carattere commerciale, la prima pietra che ha dato vita alla borgata, fu creato da Vincenzo De Rosa. Questo pioniere nato col Borbone e vissuto coi Savoia, nacque nel 1848 da Pietro e Rosa Ippolito ed ebbe 16 fratelli e sorelle. Fu militare a Torino, caporale, si congedò nel 1873. Tornato a casa praticò il mestiere di costruttore di ‘embrici’. Fu lui ad aprire la prima rivendita di tabacchi. Intanto si era aperta la strada che dal Barizzo porta a Roccadaspide passando proprio davanti a casa sua.

IL GIRO DELLE TRE TEMPENato nel 1995 come una grande festa popolare tra giovani, anziani e donne. Poi è diventato una manifestazione sportiva di rilievo nazionale. Richiamava ogni anno almeno 200 ciclisti.

PER TENERTI IN FORMA CORRI A TEMPALTA’Perfect Line’ è nata nel 1993. L’ha creata Tonino De Rosa (diplomato Isef, un altro pronipote del fondatore della moderna Tempalta). La sua palestra è il princiale luogo di confronto e discussione tra i giovani della zona e non solo (vengono anche da Albanella, Castelcivita e Tempalta) tra una lezione e l’altra. E’ specializzata in fitness, aerobica, step, aeroboxing.

LA NECROPOLI LUCANA
Undici tombe di epoca lucana, alcune delle quali con arredi funerari preziosi, risalenti al VII ed al V secolo a.c., attualmente conservati nel museo di Paestum.

LA CAPPELLA DI S. MARTINO
Qui c’era un’antica cappella, ai confini col comune di Albanella, ed era dedicata a S. Martino. Alcuni anziani della zona ancora ricordano l’esistenza di pezzi di colonna proprio nel punto in cui, secondo la tradizione, si trovava il tempio cristiano.

DA ‘LA TRADOTTA’ AL GRUPPO FOLK TEMPALTESE
Un nutrito gruppo di persone, non più giovanissime, diedero vita a ‘La Tradotta’ un gruppo musicale dove più di ogni altra cosa contava (e cantava) la voglia di partecipare. Il successo fu così travolgente da approdare presso la Rai Tv. Oggi un gruppo di giovani (anche d’età) continua quella leggendaria esperienza.

LA SCHEDA. ARCHEOLOGIA A TEMPALTA

Tempalta è una delle contrade di Roccadaspide ‘ come ci racconta Nicola Di Dario – di più antica formazione e di maggiore interesse storico e archeologico per le tracce in essa contenute di un passato ricco di fascino e di mistero. Adagiata sulla parte più alta della collina dalla quale ha derivato il nome, domina da un versante la sottostante valle pestana. Il legame con un passato mitico e affascinante è stato da alcuni anni riscoperto a seguito di un fortunato recupero archeologico, nel corso del quale è stato anche possibile stabilire che all’arrivo dei colonizzatori la contrada aveva già avuto una sua vita autonoma e indipendente. Accadde in una calda mattinata estiva del 1964. Un agricoltore notò che l’aratro aveva smosso e ribaltato una grossa pietra squadrata e rettangolare che fungeva da copertura ad una tomba antica. Incoraggiati dalla scoperta, i ricercatori decisero di proseguire le indagini sulla parte più alta della collina, ove ai loro occhi stupiti apparve ben presto una necropoli composta di circa 50 sepolture a fossa, delle quali le prime 15 risalivano al VII secolo a.C., mentre le altre risultarono databili a periodi successivi, fino al IV secolo a.C. Nello stesso periodo fu iniziata un’altra ricerca poco lontano dalla necropoli, non ancora completata, che ha rivelato tracce di un abitato del V sec. a.C. e di un’altra area sacra (simile a quella di Fonte) indicativa della presenza greca sul territorio. La collina ‘ scrive sempre l’avvocato Di Dario – composta di marne calcaree scistose, è letteralmente devastata oggi da ruspe che asportano pietrisco utilizzato per la manutenzione delle strade campestri e cancellano così quel paesaggio che ancora custodisce le tracce di antiche memorie.

LA SCHEDA 2 /L’ECONOMIA.
DA TEMPALTA A VENEZIA, PER SOSTITUIRE LE LUCI DI PIAZZA SAN MARCO
La realtà imprenditoriale di oggi si chiama Dervit SpA, una società per azioni con un capitale di 517.000’ interamente versato, che ogni anno aumenta il fatturato e crea ricchezza. E’ di Vittorio De Rosa, il pronipote del Vincenzo De Rosa che aprì il primo tabacchino. Nasce nel 1984 come ditta individuale di impiantistica elettrica soprattutto nel privato. Il salto di qualità comincia nel 1990 quando realizza un impianto d’illuminazione per conto del comune di Belluno. L’esperienza fu positiva e da allora l’azienda ha continuato ad operare fuori provincia.. Ora il fatturato è per l’80% realizzato nel Centro-Nord. La maggiore soddisfazione è arrivata nel 1996 quando la Dervit sostituisce e vernicia i corpi illuminanti di piazza S. Marco, a Venezia.

Oreste Mottola
orestemottola@gmail.com

giovedì 15 dicembre 2011

Due secoli di storia di Withe Valley: BATTIPAGLIA & DINTORNI, STORIE DI BUFALE E MOZZARELLE


ORESTE MOTTOLA
Ci fu un tempo che tutte le strade passarono per quei contadi sparsi che poi originarono Battipaglia. Così, sia che il re volesse andare a Persano o verso le altri regioni meridionali, o la migliore gioventù italiana ed europea dovesse adempiere al “precetto” di vedere di persona le vestigia classiche della Magna Grecia, era d’obbligo transitare per le terre accostate al Tusciano. Ai lati di quelle strade si trovavano appostati macilenti bufalari e briganti agguerriti, i primi erano lì solo per vendere, ai viaggiatori nelle carrozze, la “provatura” del formaggio di bufala e guadagnarsi, in modo onesto, qualche soldo. Fu così che teste coronate, cortigiani, mercanti, avventurieri, artisti ed intellettuali di tutta Europa, assaggiarono, innamorandosene, questo strano formaggio fresco. Un latticino gustosissimo perchè quell’animale che è la bufala non suda: per questo il suo vero sapore è leggermente acidulo con un vago accenno di muschio?. “Mozzate” dalla pasta filata fresca, perciò chiamate mozzarelle.
QUELLO CHE CI HANNO RACCONTATO I VIAGGIATORI
Il ’700 segna l’ingresso del bufalo, nonchè della mozzarella, nella letteratura odeporica, cioè nei diari dei viaggiatori provenienti da tutta Europa, che già nel secolo precedente si spingevano alle aree napoletane, ultima tappa del Grand Tour, che impegnava i rampolli delle più importanti casate europee come fonte di conoscenza ed informazione. Due singolari circostanze favoriranno la conoscenza della mozzarella fin dalla seconda metà del Settecento: la passione venatoria di Carlo III di Borbone e di suo figlio Ferdinando IV e, successivamente e in subordine, il pellegrinaggio culturale a Paestum.
Però, mentre l’area di presenza bufalina nei territori capuano e mondragonese veniva evitata, perché la strada proveniente da Roma passava per Sessa-Cascano-Sparanise-Capua, chi voleva spingersi fino ai templi di Paestum doveva obbligatoriamente percorrere la piana ebolitana e pestana: “…attraversando canali e ruscelli e incontrando bufali dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi iniettati di sangue…” come scrisse il Goethe, che vi giunge nel 1787 e visitò Persano e Paestum. La strada per Paestum fu costruita soltanto nel 1828 – 29; in precedenza vi si arrivava attraverso una mulattiera che i carri avevano contribuito ad allargare: una pista che risentiva dell’andamento stagionale e talvolta era un susseguirsi di buche e pozze d’acqua. L’alternativa era la strada regia delle Calabrie fino a Battipaglia, o fino a Eboli, dalla quale si diramavano tre percorsi che confluivano nella località di Taverna Nuova. Il ricordo delle strade malagevoli e fangose resta ne “I quaderni di Viaggio 1789 – 1790″ di Antonio Canova. Un tracciato, ma non una strada: anche se la via romana oggi detta Popilia o Annea, costruita fra il 131 e il 128 a.C., conobbe una certa frequentazione in eta’ medievale, la poverta’ e frammentarieta’ dei resti finora rintracciati e la testimonianza delle fonti storiche escludono infatti una continuita d’uso in epoca moderna, anche perche’ essa non aveva la larghezza e la pavimentazione delle piu’ note strade romane.Solo nel 1774 coi Borboni si comincia a costruire una nuova carrozzabile, che pero’ dopo vent’anni era appena arrivata a Lagonegro, e bisognera’ attendere i francesi per vederla completata nel 1812. L’attuale percorso della statale 19 ripete abbastanza fedelmente il tracciato di questa via regia borbonica.
Due anni dopo giunge nell’area pestana non un poeta, ma un nobile svizzero attento ai problemi economici, ed in particolare all’agricoltura: si possono estrapolare due significative informazioni dalla sua relazione sul fenomeno bufalino “…razza di bestiame alla quale si porta da alcun tempo molta attenzione… e la descrizione accurata del paesaggio che si estende da Salerno a Paestum, da lui visitato nell?anno 1789, non mancando di deplorare l?inerzia del Governo e la negligenza dei residenti per lo stato di abbandono del territorio ?.. Procedendo in ordine cronologico incontriamo l?avvedutissimo economista Giuseppe Maria Galanti che nel maggio del 1790 visita i medesimi luoghi: “il grano della pianura di Salerno e di Eboli è leggiero e di poca durata. Meglio vi riesce la coltivazione del riso, perché il terreno è bagnato da molte acque; ma questo genere di coltivazione nuoce infinitamente alla popolazione, rendendo colle acque stagnanti pestifera l?atmosfera” Tra il 1797 e il 1805 il bibliotecario Lorenzo Giustiniani dà alle stampe un monumentale Dizionario Geografico-Ragionato del Regno di Napoli, in 13 tomi, dove fornisce informazioni persino su modesti corsi d?acqua come l?Asa, la Cornia o Crogna e la Frestola; nonché, sul lago Picciolo e su quello della Spineta. Durante e dopo il 1810 ci sono le organiche e circostanziate relazioni sulla provincia di Salerno compilate dal Primicerio don Gennaro Guida, per la Statistica del Regno di Napoli:”E? dolente, però fuor d?ogni dubbio che i migliori terreni della piana di Salerno, di Montecorvino e di Evoli [sic] e perfino i piani di Capaccio, le campagne più fertili ed ubertose siano addette al pascolo delle bufale”.
Più volte i viaggiatori intenti alla compilazione delle opere geografiche ed enciclopediche dell’Ottocento si occuparono della mozzarella. Cominciò il signor Rollin, cultore di storia romana, che giunto in zona per conto di D’Anville, geografo ordinario di Murat, scrisse: “la città antica di Pesto è meta di numerose folle di visitatori. Vi si trovano anche le bufale che vivono nelle lande acquose di quei luoghi. Con il loro latte i bifolchi del posto fanno le provature. Essi sono abili nel rapprendere il latte delle bufale con il gaglio dello capretto per fare la ricotta. Cose saporite per lo buon mangiare. Essi pigliano la ricotta delle provature e le rivolgono nelle ceste di mirto. Si recano poi nelle strade di passeggio delle carrozze e de li cavalli per vendere ai visitatori de li loci antichi quelle buone cose. Quest’anno una malattia detta il verme del pantano fece una moria di bufale e noi che venimmo da Ariano non si potette comprare nessuna provola fatta in quella zona”. Nel 1850, è B. Marzolla ad aggiungere sotto la sua dettagliata “Carta della Provincia di Principato Citeriore” come “Vi si allevano non poco bestiame grosso e minuto, molti bufali e cavalli di buona razza. I latticini sono ottimi, spezialmente i formaggi di Eboli (Battipaglia è ancora frazione di Eboli, ndr), detti provole e che traggansi dal latte di bufale”.
LE MOZZARELLE DI BATTIPAGLIA
Quelle di Battipaglia hanno la particolarità d’essere favorite dal clima più secco e da una innovazione: le confezionavano più piccole ed erano meno salate di quelle del casertano. “La mozzarella di bufala è raccomandata dai medici per i sofferenti di stomaco e convalescenti”, le virtù medicamentose le garantiva – fin dagli anni ’30 – la pubblicità del caseificio del cavalier Giovanni De Luna, con sede a via Mazzini, smercio a Napoli, Roma, Firenze e Milano ed esportazione fino in Libia. La Battipaglia moderna deve molto all’allevamento bufalino e alla mozzarella che se ne ricavava, una vicenda che Francesco Crudele, che è stato sindaco e storico cittadino, accostava “a quella dei coloni americani che nella stessa epoca, o press’a poco, si dirigevano verso l’Ovest, superando innumerevoli e difficili ostacoli”, notando come alla conquista del territorio “l’ostacolo fu soprattutto l’acquitrino melmoso e la malaria”.
UNA STORIA ANTICA. La bufala deve la sua fortuna proprio al fatto che mangia tutto e si adatta anche agli ambienti peggiori: un animale da fatica eccezionale per via dell’enorme forza muscolare e per la dimensione degli zoccoli che non affondavano più di tanto nel terreno. Dopo la produzione viene la trasformazione del latte: non è possibile raccontare la storia di Battipaglia tralasciando quegli autentici “genius loci” che sono stati i “casari”. Una foto del 1890 ci fa vedere come i casari ricavano le mozzarelle dalla “compecina”, un mastello basso e largo in legno di noce, mentre due “massari”, eleganti nella loro mise da cavallerizzi, fanno coreografia e osservano compiaciuti la scena. Siamo nel caseificio “Porta di Ferro” dei fratelli Pastore, per i tempi un impianto moderno, già con le pareti maiolicate. Quando i reali erano a Napoli, era da qui che ogni mattina partivano carichi di ogni ben di dio: ma soprattutto di quelle mozzarelle diventate il “passepartout” per l’orgoglio, “paratribale”, come lo definirà Alfonso Menna, di don Oscar Pastore. Più o meno lo stesso facevano i Farina, gli Alfano, Morese, Conforti, Moscati, Agnetti e Iemma: i titolari delle più grandi aziende agricole della Piana del Sele. “Essi non capiscono la ricchezza nutritiva della mozzarella – scrive, nel 1910, un anonimo commerciante di Reggio Emilia, capitato quasi per caso a Battipaglia – oltre che l’eccezionale gusto e la leggerezza nel digerirla da parte dello stomaco. Questi produttori locali sono degli ottimi ma ingenui lavoratori. Nulla essi dedicano a far conoscere il loro meraviglioso prodotto giacchè esso è pressocchè sconosciuto dalle nostre Lande lombarde…”. Insomma, si produceva ancora la mozzarella più come “status symbol” o pregiata merce di scambio e di omaggio, che come vera e robusta attività produttiva e commerciale.
GLI ANNI ’30. Le cose cambiano con l’arrivo di Alfonso Menna che, oltre a “inventare” l’autonomia municipale da Eboli, costruisce le scuole, il cimitero, il macello, il municipio e rimette a nuovo le strade. In poco tempo Battipaglia, importante nodo ferroviario e stradale, diventa anche uno dei principali centri del salernitano per l’attività agricola, i conservifici e i tabacchifici. La chiave di volta è proprio nella stazione ferroviaria: c’è la possibilità di sottrarsi ai rapaci intermediari e grossisti ebolitani per vendere in proprio e fare arrivare il prodotto dove si vuole. Il settore conosce un vero e proprio boom: “Notevole è la produzione dei latticini freschi. In media 40 quintali giornalieri di mozzarella raggiungono i mercati di Salerno, Napoli e Roma”, registra il comm.Menna.
Ed ancora “Il caseificio installato nei locali della Saim, alla via Cilento, ha una razionale attrezzatura e la sua funzione è largamente apprezzata”. Arrivano poi gli avvenimenti del settembre 1943, lo sbarco nel golfo di Paestum e Battipaglia che viene rasa al suolo. La successiva ricostruzione è tumultuosa. Rocco Scotellaro, scrittore, poeta e sociologo lucano vi arriva appena è terminata la seconda guerra mondiale ed ancora non è iniziata la riforma fondiaria: “Nel cuore della bufala”, titola la sua ricerca sul campo. Battipaglia gli appare come “lo specchio di certi aggregati agricolo – industriali del Settentrione con le sue case recenti di un secolo e recentissime perchè ricostruite dopo questa guerra”. E nei campi allora ci sono 6mila bufale, la metà di quelle esistenti in Italia. “La bufala ancora contrasta – scrive Scotellaro – col suo nero mantello fangoso ai canali prefabbricati, al pomodoro e al tabacco, alle file dei pioppi giovani, che, dopo 12 anni, si vendono per legname con un profitto già colato in gola al proprietario”. Insomma, la persistenza della presenza bufala come sibolo di arretratezza. Ma lo scrittore registra anche i “numerosi caseifici famosi per le mozzarelle e le famose provole affumicate”. Di Lascio, Gammella, Paraggio, Sciorio, Giordano, Pietrafesa e Passarella sono i nomi più noti di questi artigiani del latte, che, già dagli anni ’30, operano nel settore. Nel dopoguerra ad essi si aggiungono Pontecorvo, Di Vece, Panico, Villecco e i “casertani” Raimondo e Cecaro. Entrò inscena la “Smica”: il maxi caseificio formato dall’unione tra le ditte di De Luna, Paraggio e Carrara. Dal 1970 venne l’epoca di “Valtusciano” di Vincenzo Citro: nessuno più di lui si è speso per propagandare per ogni dove la bontà della mozzarella fatta con il latte delle bufale battipagliesi. Sono “firmati Citro” il caseificio didattico dell’Istituto Professionale e centinaia di partecipazioni televisive in tutta Europa, simposi scientifici e gastronomici. Le sue mozzarelle, racchiusa in caratteristiche anforette, approdano sulle tavole di Papa Giovanni II°, Sandro Pertini e della Regina Madre d’Inghilterra. Il cavaliere Citro “brevetta” un nuovo tipo di formaggio: il mascarpone di bufala. Di Citro parlerà finanche il prestigioso “New York Times”, il 12 novembre 1986, che titola: “Troubled times for mozzarella makers”. Il quotidiano newyorchese intervenne, con un’intera pagina, in favore dei “latticini d’autore” diVincenzo Citro cacciati dal mercato Usa poichè prodotti con latte di bufala non pastorizzato. “Il sig: Citro è dolente di non poter più spedire alla Dean & De Luca imports a New York o alla San Francisco Cheese in California. Ma comunque egli è convinto che nessun affare potrebbe ripagarlo del danno che si farebbe al suo formaggio con la pastorizzazione. ‘Noi non pastorizzeremo mai’ egli afferma, ‘perchè questo cambierebbe il sapore del nostro formaggio”. La pastorizzazione abbassa la qualità della mozzarella”. Insomma, se la mozzarella integrale di bufala è il Vangelo, Vincenzo Citro è il suo profeta!.
UN PRODOTTO DI SUCCESSO. LA MOZZARELLA DELLA PIANA DEL SELE UNISCE L’ITALIA?
Sembra impossibile, ma in questi tempi di contrasti accesi sia sul piano sociale che politico e religioso, è la mozzarella ad avere assunto una funzione unificante nel nostro Paese. La mozzarella, parliamo di quella doc di bufala, uscendo dai confini campani dove è nata, ha ormai conquistato l’Italia, diventando il terzo formaggio nostrano conosciuto nel mondo, insieme al parmigiano e al gorgonzola. Devoto, è il caso di dirlo, della mozzarella è il Papa, che se la fa venire in Vaticano direttamente dall’azienda Vannulo di Paestum, che produce il famoso latte di bufala secondo le regole della ecobiologia. Dai Vannulo si servono anche Carlo d’Inghilterra, Romano Prodi e l’Harris Bar di Cipriani a Venezia. L’azienda salernitana ha inventato persino un gelato di latte di bufala, generalmente servito in scintillanti coppe d’argento. Dalla mozzarella sono stati conquistati Tom Cruise e Nicole Kidman, George Clooney e Sabrina Ferilli. Nella Capitale sono diversi i negozi che vendono mozzarella doc campana.
A fine Settecento il dilagare di una nuova sensibilità estetica, induce l?intellettualità e l?aristocrazia europea a visitare i templi pestani, descritti da Winckelmann, l?apostolo del neoclassicismo, come tra i più antichi e i meglio conservati dell?arte greca. Flusso turistico parzialmente documentato dal canonico Giuseppe Bamonte che dedica ben dieci pagine della sua opera – Le antichità pestane (1819) – all?elenco dei monarchi e visitatori illustri di Paestum.
Pellegrinaggio reso possibile dall?esistenza di una comoda strada rotabile, Salerno-Persano, fatta costruire da Carlo III per raggiungere agevolmente un suo confortevole pied-à-terre venatorio: la Reale Casina di Caccia. Avvenimento ricordato – tra l?altro – da una lapide del 1754, corrosa ma ancora leggibile, collocata sotto la statua del Patrono di Salerno (San Matteo) sull?imponente “Porta nova” della città, e dal sacerdote salernitano Matteo Greco nella sua Cronaca settecentesca (1709-1787); manoscritto questo che registra persino i passaggi dei reali in vacanza – quasi sempre a fine anno – a Persano. Peraltro, lo stesso Ferdinando IV, durante uno dei tanti soggiorni, così scrive al ministro Acton: “La strada che da Napoli qui conduce non puol essere più bella” (Persano, 1787).
In tal modo, per un motivo decisamente futile, la passione venatoria dei Borboni, un segmento della via regia per la Calabria – ricostruita durante il vicereame spagnolo sul tracciato dell’antica via Popilia che iniziando a Capua (attraverso Salernum, Picentia ed Eburum) collegava la via Appia con Reggio Calabria – diviene “un veicolo di civiltà”, creando i presupposti per la liberazione “dalla miseria e dall?isolamento [di] intere zone immettendole nel circolo vivo della storia mediante il traffico [e] il commercio, produttori sempre di benessere” (Leopoldo Cassese, 1959).
L”stazioni” più rilevanti sulla strada per la Calabria erano, secondo le indicazioni di Galanti: dogana e posta a Salerno, visita doganale a Pontecagnano, osteria e posta a Picenza, Taverna Penta, ponte con osteria sul fiume Battipaglia [Tusciano] e posta a Eboli.
Agli inizi dell’800, l’avvenimento che si ritiene abbia dato inizio allo sviluppo di Battipaglia fu la progettazione e la costruzione di una strada di “conto provinciale”, i cui lavori iniziarono nel 1827; essa partiva dalla consolare delle Calabrie, poco dopo il ponte sul fiume Tusciano, e giungeva fino a Vallo della Lucania, attraversando le pianure di Eboli, Capaccio e Paestum, toccando i Comuni di Ogliastro, Prignano, Rutino e Castelnuovo per un totale di 39 miglia. L’opera fu ultimata nel 1845, anche se mancava ancora del ponte sul fiume Sele, e comportò una spesa complessiva di 352.845 ducati. Le sue piccole case, ancora in costruzione mentre l’esercito garibaldino frantumava le truppe borboniche, rappresentano senza ombra di dubbio il primo consistente nucleo abitativo attorno al quale, in meno di un secolo e mezzo, si è sviluppata la città di Battipaglia, che oggi è proiettata verso sessantamila abitanti. Erano venti edifici a un piano con centoventi casette, le cosiddette “comprese”, che ancora oggi, chissà per quale sorta di miracolo. è possibile intravedere tra i palazzoni e le banche della city. .Hanno perso, è vero, la forma primitiva di case rurali, e non ci sono più cortili sui quali affacciavano i gabinetti e le prime botteghe. Il barone Giacomo Salvarese, direttore dell’Amministrazione delle Bonificazioni del Regno delle Due Sicilie, sostenne fino in fondo la necessità di impiantare una Colonia Agricola nel cuore della desolata pianura, facendola abitare dai contadini sfuggiti al terremoto che nel 1857 aveva colpito la Basilicata e il Vallo di Diano. E proprio a questa gente provata da lutti e dalla miseria, senza più casa e lavoro, doveva essere affidato l’arduo compito di riportare nella palude formatasi tra il Sele e il Tusciano la fertilità e il clima salubre dei secoli antichi
Notizia tratte dal sito: http://www.antonio-ciancaleoni.it/
L’inglese W.J.C. Moens, in cammino verso Paestum nel 1865, fu catturato nei pressi di Battipaglia, dalla banda del brigante Gaetano Manzo, originario di Acerno: “malfattori tra i più insolenti e incalliti che esistono al mondo e che in qualsiasi altro paesi sarebbero arrotati o impiccati; qui invece, sono protetti pubblicamente e ognuno li rispetta e li teme”, come scrisse Patrick Brydone. La fitta boscaglia e la palude attorno alla Colonia Agricola delle comprese offrivano nascondigli introvabili ai briganti, che infestarono la Piana tra il Picentino e il Sele.
Goethe J. W., Viaggio in Italia, (Firenze 1980), p. 225(23 marzo 1787).
(L. KALBY, Gian Battista Piranesi e i luoghi).
De Salis Marschlins C. V., Nel Regno di Napoli. Viaggi attraverso varie province nel 1789, (Trani 1906), p. 168
(Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, 1786-1794).
“Nella sua isola, circondata da un mare di latte, un re alleva le due bufale e custodisce i suoi gioielli”. Così David Bellamy, botanico inglese, commentava, in ” Withe City “, uno dei suoi storici documentari della BBC sulle meraviglie della natura nel mondo, le mozzarelle campane, il regno di Vincenzo Citro e dei suoi “latticini d’autore”, i mitici bocconcini alla panna.
di Oreste Mottola Tel. 338 4624615 0828 720114
orestemottola@gmail.com

I migliori 5 caseifici di Paestum. Scelti da www.scattidigusto.it



I 5 migliori caseifici di mozzarella di bufala li trovate tutti a Paestum

“…La mattina dopo, per tempissimo, trattammo per vie impraticabili e qua e là paludose fino ai piedi di due belle montagne, attraversando canali e ruscelli e incontrando bufali dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi selvaggi e iniettati di sangue.” (Wolfgang Goethe)
Da domani mezza Italia sarà in spostamento lungo l’asse città-mare per le vacanze di Pasqua. Se negli States è famosa la ruote 66, in Campania è conosciutissima la strada della mozzarella, quella che mi piace chiamare “Mozzarella street per il pullulare di caseifici lungo i due lati. Non li ho mai contati ma sono veramente molti. I più sbrigativi dei villeggianti e dei vacanzieri si fermano a seconda del lato di marcia verso e da Salerno a sigillare con questo comportamento l’esistenza della Mozzarella street. Ecco quindi la mia Top Five (dopo la Top Ten ispirata dalla lista di Roberto Saviano) che ogni anno ha qualche aggiustamento (quest’anno è la trentunesima edizione!) modellata per l’occasione sull’iniziativa del Salone della Mozzarella che si riprogramma con il nome di Strade della Mozzarella e avrà il suo battesimo a Paestum (25, 26 e 27 maggio). A differenza del precedente Salone che raggruppava tutto il Consorzio (quindi anche Caserta e gli altri territori del Salernitano, del napoletano, del basso Lazio e della Puglia), quest’anno la manifestazione organizzata da Albert Sapere e Barbara Guerra focalizza la sua attenzione solo sul territorio del comune di Capaccio-Paestum. Una scelta molto locale che non crea nessun problema per questa classifica, anzi. Per quanti sono in transito nel territorio che può vantare i templi più belli del mondo, ecco la lista dei caseifici da visitare per una scorta da consumare sulle spiagge del Cilento (o in ritorno in città).

Il Granato. Il nuovo caseificio di Enzo Cerrato (SS. 18 km. 96+500 Loc. Spinazzo 84047 Capaccio-Paestum, Salerno. Tel. +39 0828.722712) è attivo da poco più di un anno e subito si è imposto all’attenzione dei gourmet per la declinazione del latte di bufala in prodotti di grande gusto. Ha fatto sua la massima di Rochefocault “Mangiare è una necessità, mangiare intelligentemente è un’arte” e oltre a trecce e aversane ha sfornato uno yogurt che non teme eguali. Il bar con i tavolini serve anche gelati e brioche con gelato e panna o yogurt. Da visitare per fare scorta di vasetti da mezzo chilo di yogurt. In crescita.

Vannulo. Antonio Palmieri non ha bisogno di presentazioni (Via G. Galilei. Contrada Vannulo. 84047 Capaccio Scalo, Salerno. Tel. +39 0828 727894). E’ lui il Re della Mozzarella di bufala che da oltre 20 anni regna incontrastato sulla Piana del Sele. La sua mozzarella è unica per la cura che dedica alle bufale nell’ormai famosissima stalla illuminata con luce soffusa e ingentilita dalla musica. Antonio Palmieri è stato il precursore della brand extension con l’avvio della yogurteria-caffetteria-gelateria, il negozio di pelletteria e l’avvio di un’attività ricettiva che permette di tuffarsi nella realtà di un allevamento a tutto tondo della bufala. Prima azienda certificata A.I.A.B., è conosciuta in ogni dove per cui il consiglio è: prenotate ora la vostra mozzarella o abbandonate ogni speranza di riuscire a gustarla con le orde pasquali che prenderanno d’assedio il caseificio. Inarrivabile.

Masseria Lupata. Il marchio è quello di un nome famoso a Paestum: Barlotti. Vincenzo Barlotti era solo allevatore ma poi ha deciso di seguire la strada della produzione con buoni risultati. Il vero carattere distintivo della Masseria Lupata, però, è la posizione geografica (Via Porta Marina 29. Paestum-Capaccio, Salerno. Tel. +39 0828.722002). Affacciata sulle mura dell’antica città dalla Parte di Porta Marina che appunto guardava a mare, offre la possibilità di uno spuntino che fa della mozzarella una cultura. Tra i prodotti, il caciocavallo dell’emigrante con il cuore di soppressata. Anche l’occhio vuole la propria parte. Magico.
Caseificio Torricelle. Un indirizzo (Via Torricelle, 1- 84063 Capaccio – Paestum, Salerno. Tel.+39 0828.811318) per chi non è costretto a pensare che solo famoso sia sinonimo di buono. La cooperativa ha il suo punto vendita sempre a lato della S.S 18. La mozzarella di Torricelle l’ho conosciuta grazie ad un amico, Dom Florigi Mazzarella, che la prendeva per la sua enolaioteca di Acciaroli. Anche in questo caso la produzione di mozzarelle è iniziata accanto alla preesistente attività di allevamento bufalino. Ottimi i formati piccoli. Accogliente.
Le proprietarie di Rivabianca al Salone della Mozzarella 2010
Rivabianca. Il caseificio con i prodotti maggiormente diffusi sul territorio nazionale (e con la maggiore differenza di prezzo conseguente) sconta la location non propriamente suggestiva, al di sotto del piano della trafficatissima Statale 18 (Via Strada Statale 18 Km. 93 – 84063 Paestum, Salerno. Tel. +39 0828 724030). Ma una volta chiusa alle spalle la porta di ingresso si aprirà un mondo che ha saputo coniugare grandi numeri e qualità. Da Refugium Peccatorum di quanti non riuscivano ad accaparrarsi uno dei numeri dell’attesa da Vannulo (le due aziende sono in pratica confinanti anche con le stalle che sono separate dal punto vendita di Vannulo) è diventato negli anni prima scelta per moltissimi pellegrini di questa strada. I detrattori indicano nello standard sempre uguale il peggior difetto. I sostenitori indicano nello standard sempre uguale la migliore caratteristica. La treccia di grandissimo formato fa effetto anche sugli sboroni che atterrano veloci nel parcheggio e hanno campato a formaggini. Confortante.

mercoledì 14 dicembre 2011

Spinazzo, la campagna agricola di Paestum


Viaggio nell’ex Stalingrado di Capaccio. Tra carciofi, pere e bufale. Benvenuti a Spinazzo, nella grande campagna agricola che confina con Paestum. Tra il Varco Cilentano, il bivio delle Mattine e la Capaccio – Paestum. La Riforma Fondiaria trapiantò qui una grande maggioranza di famiglie di Pontecagnano e Bellizzi. A Gromola, a Cortigliano, ci sono i capaccesi. A Spinazzo, dove una volta furoreggiava la”pera coscia” e il carciofo ‘pascaiola’, la ‘Tonda di Paestum’ oggi incontriamo il mais e le bufale, ma la vocazione all’agricoltura resiste finanche alle potenti sirene del turismo e dell’edilizia. C’è un allevamento di cani di razza ‘american bulldog’, ma siamo ancora in tema.

In questi poco più di un migliaio di ettari, dove c’era il feudo dei Salati, funzionava il “soviet” di Capaccio, dove si votava in massa per i comunisti e nel bar i contadini discutevano animatamente di politica. Poi i muri sono caduti ed anche la “Spinazzo rossa” si è laicizzata. “Ma fino ad un certo punto. Tonino Orlotti è votato dalla stragrande maggioranza degli spinazzesi. C’era poi il calcio, con la glorioso squadra dello Spinazzo vero terrore delle avversarie. Le coppe d’epoca del bar raccontano i trionfi dei calciatori locali tra terza categoria ed interregionale. “Anche il Napoli è venuto giocare da noi”, racconta l’orgoglioso barista. Lo squadrone l’organizzò il “mister” Ferdinando Salati. “Dopo una settimana di duro lavoro era l’unico ritrovo, il diversivo, per la domenica dei maschi. Le donne andavano a Messa. E fin dove non arrivavamo nelle trasferte”, ripete il tifoso nostalgico. Dietro ai caseggiati della piazza c’è la palestra comunale. E’ contento Antonio Atrigna: “L’hanno messa a posto. L’avevano scassata tutta. Adesso ci hanno fatto i bagni pure per gli invalidi”. Zì Antonio ha 81 anni, ha cominciato facendo il “trainiere” alla Masseria Spinazzo. Viene da Cicerale, da dove scese nel 1946 ma si fermò prima a Giungano. “Vivo qui da quando avevo 28 anni”, racconta. Mi scambia per un dirigente dell’Ersac, che contnua a chiamare ente riforma, e mi esterna la sua rabbia. “Ho sempre pagato il dovuto. Ho un fascio di bollette alto così. E poi per riscattare la mia casa mi hanno fatto la multa. Schifosi!. E se non avevo i soldi che facevano mi cacciavano’. Li avrei presi a legnate”. L’agronomo Mario Sabia dirige la cooperativa agricola Paestum. “L’unica reale nella zona”, fa notare Sabia. Il presidente è Nicola Di Spirito. Nacque per arare, fresare i terreni e poi portare avanti i trattamenti antiparassitari. Ha 150 soci, quota sociale di 258 euro, quasi tutti spinazzesi, 4 dipendenti più gli stagionali, 750 mila euro di fatturato. “A noi ci ha distrutto la concorrenza spagnola. E poi i nostri costi di produzione, notevolmente più alti. Soprattutto per i trattamenti antiparassitari. Ogni ettaro – spiega Sabia – richiede più di 2500 euro di spese. In dieci anni il prezzo al chilo è calato da mille vecchie lire ad ottocento, e addio convenienza. Ed ogni pianta non porta mai più di 20 kg. Ci si rimette. Meno male che è arrivata la zootecnia, con le bufale, perchè così aggiriamo il limite delle quote latte”. E a questa riconversione del settore che guarda l’impianto della cooperativa che produce sfarinati. Ed il carciofo’ “Non attrae più gli agricoltori più giovani. L’unica via di scampo è la zootecnia. Perchè le bufale non ce le possono togliere. Vivono bene solo in questa zona”. Un’altra questione sul tappeto è l’utilizzo massiccio di anticrittogamici tipico di un’agricoltura avanzata qual’è quella di Spinazzo. “Passi in avanti nei abbiamo fatti tantissimi anche qui – replica Mario Sabia – sono prodotti che incidono prima di tutto sulla tasca e sulla salute dell’agricoltore”.
Dal punto di vista sociale rilevante è l’azione dell’Associazione “Rinascita” diretta da Franco De Rosa. Si occupa dalla festa patronale di S. Antonio alla cura degli spazi comuni nella borgata. La cura delle anime è affidata al locale Parroco. ‘Questa zona non è la vera propria Spinazzo ma la vecchia ‘Pagliara della Visceglia’. Era abitata prevalentemente dai massari Avallone e Buonora, fattori e bufalari dei Salati. Dopo la Riforma Fondiaria i capaccesi non vollero questi poderi perché ‘ spiega Nicola Di Spirito, presidente della cooperativa Paestum ‘ i terreni non erano i più fertili’. Ma di passi in avanti ne sono stati fatti tanti. ‘Anche con l’Ersac, l’ex ente di sviluppo, i nostri rapporti sono molto buoni. Lo stesso è per il comune. Ci siamo occupati delle strade, grazie ad un finanziamento della comunità montana’.
LA SCHEDA. LA MASSERIA SPINAZZO. La Masseria Spinazzo, oggi di Lazzaro Leone, è l’antica residenza baronale, risale al XVIII secolo. Il Palazzo, fortificato, è su due piani.. Sull’ampia corte si affacciano case coloniche e fienili, una sCappella barocca ed una scuderia con annesso maneggio.Sul retro vi è un magnifico giardino con piante secolari tipiche, piscina ed un porticato attraverso il quale si accede ad ampi saloni con caratteristiche volte a vela. La Masseria Spinazzo perpetua la sontuosità, il clima di pace e tranquillità di un tempo ed è inserita nell’area archeologica pestana tout court in quanto al suo interno è stata rinvenuta una necropoli che rappresentava l’unico esempio di tombe a camera dipinte (IV sec. a.C.). Per la visita: Lazzaro Leone s.s.18, km.96.500 – Paestum (SA) Tel. e Fax 0828.722.041
Oreste Mottola
oreste@unicosettimanale.it

lunedì 12 dicembre 2011

Oliveto Citra: Ufo, profumi e guarigioni della Madonna del Castello

ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com
"Se la Madonna vuole apparire ad Oliveto Citra, non deve chiedere il permesso a me". Lo disse l’allora arcivescovo di Salerno – Campagna – Acerno, Guerino Grimaldi, conversando un giorno con don Peppino Amato, il parroco di Oliveto. Voleva prendere tempo, riflettere, accertare e discernere. Troncare e sopire. Ci fu invece l’effetto valanga. Si calcola che, negli ultimi vent’anni, più di un milione di pellegrini si siano fermati su quella scalinata di fronte al Castello, e dopo aver recitato qualche preghiera, hanno chiesto una grazia più o meno importante. Un congiunto ammalato da guarire, un nipote discolo ed un marito disattento da correggere. La religiosità popolare, come sempre accade, ha preso il sopravvento sulle prudenze delle gerarchie ecclesiastiche. Nel 1985, nella serata del 24 maggio, iniziarono le apparizioni della Madonna a diversi veggenti. All’inizio erano dodici, oggi sono solo tre. Il mistero s’infittisce anche per un’altra strana circostanza: "Tutte le volte che si effettuano manifestazioni più importanti di preghiera o di feste per ricorrenze relative alle apparizioni della Vergine, il sole partecipa puntualmente con segni spettacolari, meravigliosi: mutamenti di colore, roteazioni e movimenti di palpitazione, spesso si nota nel disco solare l’ostia che usa il sacerdote per la celebrazione eucaristica con le lettere IHS, oppure una croce gigantesca e la figura della Vergine", scrive il parroco. Oltre a vedere gli Ufo nel cielo c’è la storia dei profumi: "La presenza della Madonna – scrive don Giuseppe Amato – si avverte spesso mediante un profumo indescrivibile, la cui fonte non si è riusciti ad individuare. Non si contano le persone che hanno fatto gioiosa esperienza di questo misterioso profumo, sia davanti al cancello delle apparizioni, sia lungo il viaggio di andata o ritorno in occasione di pellegrinaggio".
Il fascino di San Gerardo. Su, in alto, c’è il santuario di San Gerardo Maiella. Giù, ad Oliveto, le apparizioni mariane s’intrecciano con guarigioni inspiegabili. Ci si inerpica tra boschi magnifici che sembra di essere in Svizzera, e poi si scende verso l’inferno della Salerno-Reggio Calabria. Per i paesi che gravitano lungo questa strada, pomposamente definita a scorrimento veloce, ad unire Alta Irpinia e la Salerno – Reggio Calabria c’è anche "l’eresia" vigorosa dei pentecostali, evangelici e protestanti. Terra di misticismo, quant’altre mai questa Alta Valle del Sele.
La religione e’ una cosa seria. Ad Oliveto, paese di commercianti e contadini e di una forte borghesia delle professioni [1]la religione è una cosa seria. Finanche i comunisti si dividono in atei, cattolici e qualche evangelico. Poi c’è la Madonna di Oliveto che è un nervo scoperto che anima uno scontro a tutto campo. "Ci chiamiamo fuori da ogni diatriba dottrinale. Siamo davanti ad un fenomeno da rispettare. I pellegrini vanno adeguatamente ospitati. Perché no, siamo attenti al ritorno economico utile a tutta la collettività olivetana, che essi determinano", dice Italo Lullo, il sindaco diessino. Gli olivetani e la Madonna è un romanzo che viene scritto da vent’anni. Ogni tanto c’è un capitolo nuovo. Fede e fantascienza, superstizione e fascinazione, suggestione e verità, le chiavi di lettura del fenomeno sono sempre doppie. Anche l’università di Salerno si sta interessando al caso. Paolo Apolito, il più famoso degli antropologi italiani ha incaricato una sua collaboratrice per svolgere una ricerca a tutto campo sulle apparizioni.
C’è  una verità  taciuta?
"La verità la sanno in molti, proprio io non è il caso che te la racconti, ma è meglio lasciare le cose come stanno…", dice più d’uno chi quelli che la sanno lunga. Ed il fenomeno si è incrociato anche con gli Ufo. "Ore 23 del 20 luglio 1985 ad Oliveto Citra (Sa) un centinaio di persone videro una nuvola rossastra molto luminosa stazionare in cielo e il 30 novembre 1985 erano ben visibili 59 punti neri alti in cielo che sembravano dei grandi volatili, prima disposti a forma di rosario e poi a formare chiaramente le lettere AVE", riportano alcune cronache del tempo.
Le guarigioni."Gesù o tà pigli’ o a’ guarisci", era il ritornello mentale della signora Antonietta mentre accorreva in ospedale perchè le condizioni della sorella Anna Voria, ammalata di un fibroma maligno da oltre sette mesi, si erano improvvisamente aggravate. L’ultima spiaggia è quel viaggio a Oliveto Citra, davanti al Castello, dove la Madonna appare: "Vedo Gesù , la Madonna Santissima e un prete con le mani incrociate [...]. Nell’apparizione ad Oliveto Citra mi disse: "Chiedimi tutto quello che vuoi che a me lo concederà". Non aspettavo altro, con mia sorella ammalata, e dissi: "Chiedile la grazia per mia sorella". La testimonianza è entrata a far parte del "dossier" inoltrato al Vaticano per la santificazione del "servo di Dio" Domenico Lentini, da Lauria. E’ un librone pieno di controprove, analisi, esami di medici che dichiarano la guarigione di Anna Voria "inspiegabile in base alle nostre conoscenze". Il volume se lo rigira in mano Raffaele Palumbo, autore de "La Terra dell’Oliveto", per lui è la prova che la chiesa cattolica, ai suoi massimi livelli, ha avallato gli eventi miracolosi che da due decenni avvengono ad Oliveto. Anche i massimi "mariologi" Laurentin, Marnielli e Gagliardi vennero ad Oliveto: "Punsero con gli aghi ed avvicinarono gli accendini le braccia dei veggenti in estasi. Che rimasero indifferenti". L’ultimo evento miracoloso è di poche settimane fa: "Una giovane signora è venuta qui sulla sedie a rotelle. Dopo la preghiera si è alzata e si è messa a camminare da sola", racconta Anna Ricigliano De Bellis, presidente della Fondazione.
La madonna e l’Umts.
La Madonna di Oliveto non è tanto schizzinosa verso le nuove tecnologie e c’è chi l’ha persino fotografata col videofonino. "Aspettiamo di avere una relazione medica prima di gridare al miracolo", dice prudente. "Ci veniamo sempre perchè questa è una terra benedetta". La famiglia Sasso è arrivata da Manfredonia, due ore di auto, le macinano almeno una volta al mese. "A Oliveto c’è un dono di Dio. Poi la gente è ospitale. Noi ormai ci siamo affezionati. Divulghiamo la novella con tutti i nostri conoscenti". I pellegrini baciano le scale che portano al Castello che è stato dei Guerritore e poi dei Marino Giglio e si mettono a pregare. Di fronte c’è "L’erba voglio", il negozio che ha preso il posto della farmacia Rufolo. Qualcuno scatta foto, qualcun’altra chiama al telefonino chi deve avere la "grazia" per fargli recitare la preghiera e chiedere direttamente l’intercessione. Sono i miracoli della telefonia mobile. La "Regina del Castello", ovvero la Madonna che da vent’anni, pur se in varie forme, appare nella piazzetta del vecchio maniero, è infaticabile come gli olivetani. Fa arrivare bambini alle coppie sterili senza gli stress della legge 40 sulla procreazione assistita. Guarisce dai tumori quando i medici hanno alzato bandiera bianca. Assiste una bambina di sette anni che deve sottoporsi ad un difficile intervento chirurgico agli occhi per correggere lo strabismo bilaterale. Fa uscire dal coma. Ma secondo qualcuno sostiene, anche se in maniera molto discreta il commercio locale con tre negozi di souvenir ed articoli religiosi ed un "riverbero" sui ristoranti locali. Il fenomeno della Madonna Regina del Castello va avanti da vent’anni. Più frutto del passaparola tra fedeli speranzosi che di una vera e propria azione di promozione. Personaggi ed interpreti: don Peppino Amato, il parroco vecchio stampo, "prete con la tonaca", è scomparso da meno da poco: "Non rifiutate questa meraviglia operata da Dio ad Oliveto Citra, perché correreste il rischio di fare brutta figura, quando i fatti confermeranno questo prodigio", scrive quando ricorda don Leone, il parroco di Andretta, un vicino paese irpino che ad Oliveto ci portava i suoi indemoniati. C’è poi il giovane parroco, don Virginio Cuozzo, che non fa mistero della sua "freddezza" rispetto alle apparizioni mariane. Don Virginio è nell’ortodossia tracciata dal vescovo Gerardo Pierro. Mino Pignata, il sindaco socialista dell’ultimo decennio, sulla questione ha avallato, "Il Borgo della Regina" è il logo degli interventi pubblici che vogliono completare la ricostruzione e dare un nuovo volto alla vecchia Oliveto.
Il parroco della Madonna
«Andrò via da Oliveto solo quando morirò, qui è la mia casa». Lo diceva sempre don Peppino Amato ed il momento del distacco è arrivato quando veva 92 anni. Se n’è andato dopo una breve malattia, dopo un’intera vita dedicata al suo paese adottivo, che mai, neppure quando gli anni e gli acciacchi avanzavano, aveva voluto lasciare per tornare a Sicignano degli Alburni, suo paese d’origine. Encomiabile il suo lavoro, la sua dedizione, come il suo grande coraggio, anche quando – per ben due volte, l’ultima tre anni fa – ladruncoli senza scrupoli si sono insinuati nella sua casa per rubare le offerte dei fedeli alla Madonna, picchiandolo e legandolo. Ma lui, pronto a dire che tutto andava bene, che rimaneva lì, al suo posto. Un coraggio che ha mostrato fino all’ultimo istante della sua vita a quanti ripeteva dal suo letto, pur consapevole che la fine era vicina, «sto bene, non preoccupatevi». Don Peppino è stato il simbolo di una cristianità vera, antica, un uomo buono ma ferreo, che dal dopoguerra ad oggi si è occupato di un paese con grande devozione ed amore. Lo ha fatto fino alla fine, lo ha fatto nella povertà del suo sacerdozio. Lo ha fatto ancor di più quando ad Oliveto Citra iniziarono le apparizioni mariane. Era il 1984. Don Peppino è stato ancora più ferreo, perché il suo compito era capire e scindere la suggestione dalla verità.
Pierro prende le distanze. Alcune persone, il 24 maggio 1985, hanno sostenuto di aver assistito ad un’apparizione della Madonna vicino al cancello che dà l’accesso a un castello diroccato. "Da allora – spiega mons. Gerardo Pierro, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno – dei sedicenti veggenti continuano a sostenere di avere apparizioni, ma già il mio predecessore, mons. Guerino Grimaldi, aveva dichiarato che non ravvisava elementi tali da poter parlare di fatti soprannaturali". Da anni, il luogo delle presunte apparizioni è diventato meta di pellegrinaggi da altre diocesi campane e soprattutto dal napoletano, ricorda il presule, benché l’autorità ecclesiastica si sia espressa con chiarezza nel senso del rifiuto. "Purtroppo – avverte mons. Pierro – c’è chi specula su tutto ciò. Adesso, il fenomeno si sta ridimensionando. Sarebbe anche opportuno che i sacerdoti dei paesi da cui provengono i pellegrini avvertano sulla mancanza di veridicità del fatto ed invitino i fedeli, che vogliono vivere un’esperienza religiosa forte, ad andare ad altri santuari disseminati in Campania".

I PROTESTANTI
Cronaca di una domenica mattina trascorsa con gli Evangelici della Valle del Sele, quelli di Oliveto Citra, per la precisione. Sono senza gerarchie nazionali ed internazionali. Vogliono essere come la chiesa dei cristiani dei primi secoli. Costantemente attenti alle "opere di bene" ed al "progresso" dei fratelli. Al volontariato col "Banco Alimentare"  per i più bisognosi. Molto tecnologici. Il maxischermo proietta i loro racconti semplici accanto al podio. Il complesso ha ritmi di rock dolce, molto melodico, gradevole ai più. Il volto dei fedeli, più  delle parole, racconta che la maggior parte di loro proviene da un’estrazione contadina. La terra, le sue stagioni, i frutti: ci fanno ancora i conti. Da pensionati, alternano esortazioni al Signore "pè sta gioventù" e mettono in scena una sorta di "Bibbia pauperum" senza immagini, che non siano loro stessi, e santi ma di straordinaria potenza evocativa. E’ quanto accade ad Oliveto, terra di apparizioni della Madonna, sulla strada "gerardina" solcata ogni anno da innumerevoli visitatori  diretti a Caposele, per vedere San Gerardo. Il paese è sede di una significativa comunità  Evangelica che ha oltre sessant’anni di vita. In prima fila ci sono i giovani. "Sono le cose che a loro piacciono. "Ammèn", pronunciato così, lo dicono, quasi come un intercalare, dopo ogni espressione di fede nel "culto" domenicale nella loro chiesa al centro del paese. Tra loro si salutano con il "Pace" ed una stretta di mano. Lo fa anche l’angioletto biondo, un bimbo di non più di tre anni, che poco prima ha cantato con gli altri bambini più  grandicelli della comunità. Più  di uno lo fa anche col "fratello nuovo" come tra loro definiscono il cronista che per un’ora e mezza si è "infiltrato" (dopo essersi presentato al pastore) nelle loro fila ed ha ascoltato canti, testimonianze e letture bibliche. Ed ha apprezzato la bella predica del pastore Romolo Ricciardiello. Sono una "corrente" dei pentecostali che hanno scelto la modernità  anche con il loro rito accompagnato da una piacevole musica rock suonata da Renzo, Gioele, Nunziante, Valerio, Nadia, Mariateresa, Giuseppina e Manuela. Le immagini del "culto" (equivalente della Messa dei cattolici) scorrono sul maxischermo rimandate da due telecamere con regia mobile, e a mo’ di karaoke anche le parole degli inni religiosi che tutti, giovani ed anziani, cantano. C’è poi il momento delle testimonianze e dei saluti. Ci sono i fratelli arrivati dalla Lombardia. C’è la ragazza che è andata insegnare al nord e racconta di aver trovato una chiesa di "confratelli". Segue "l’unzione" dell’olio per superare una difficoltà nel corpo attraverso la preghiera di fede. Poi, "nella piena libertà ", come chiede Pasquale Gigante, ognuno esprime le sue lodi al Signore. Prevalgono gli anziani, ed ognuno parla a modo suo. Non si assiste a fenomeni di glossolalia, il parlare improvviso in altre lingue. Ma ogni tanto qualcuno entra nel discorso con un’esortazione. Questo dei Pentecostali "liberi" è un movimento che ha voglia di uscire dal guscio. Uno dei loro punti forza è a Oliveto Citra. Il pastore è Pasquale Gigante lavora all’Asl Sa/2 presso il distretto sanitario di Bagni di Contursi, che è annessa al locale ospedale. "Impossibile contarci. Ad Oliveto siamo più di duecento. Rappresentiamo l’evoluzione del mondo contadino. Perchè dalle nostre campagne partì la predicazione di Nunziante Cavalieri, che da prigioniero di guerra in Inghilterra scoprì questo nuovo modo di vivere la fede cristiana ". La storia è presto fatta. Cavalieri s’incontrò con Salvatore Garippa, un emigrato di Contursi che si era convertito negli Usa, ed insieme a Pasquale Albano, che rientrato dalla guerra trovò la moglie convertita – clandestinamente – diffusero la predicazione organizzando d’estate incontri nelle aie dei nostri contadini. Diverse volte marescialli dei carabinieri zelanti, aizzati dai parroci cattolici, li arrestarono. Ovviamente furono poi sempre rilasciati. "Da loro partì una spinta alla civilizzazione delle nostre zone rurali della quale tutti hanno tratto giovamento. Dal bagno in casa alla spinta all’istruzione". Contadini sono stati, ma i figli hanno studiato ed ora si fanno valere. 
IL PAESE
Il benvenuto lo riceviamo da "Maria Carmela", la poetica e leggendaria fontana bronzea della piazza del "Chianiello", con quattro teste di leone e che prese il nome da una locale donna "di facili costumi". "Com’è oggi il paese di Oliveto? E’ tranquillo, senza droga e delinquenza, ottimamente movimentato e commerciale", così parlò Riccardo Nigro, gestore del Beckett pub, novanta posti a sedere, pizze a volontà e poi … birre trappiste a quattro passi dal Castello Guerritore, il luogo delle apparizioni della Madonna. Va bene, ci crediamo. Oliveto è "Citra" poiché al di qua di qualcosa d’importante e di vitale, ovvero il Sele, l’antico Ceto dei greci. Giù a valle c’è "Bagni", la zona delle Terme con gli alberghi, i ristoranti, il fitness popolare e della terza età. Il commercio che conta, eccettuato Petrillo nella vicina Contursi, invece è ad Oliveto. Qui però c’è il fenomeno del turismo religioso: "Una botta da novecentomila ad 1 milione e 300 mila visitatori l’anno", conteggiano. Va detto che Oliveto è ben messa sulla "Via del Santo", ovvero quel flusso di pellegrini che va a Caposele a vedere la reliquia di San Gerardo. Sia come sia, questa è la marcia in più del paese, la medicina che ha permesso di riassorbire un’industrializzazione più dominata dal "prendi i soldi e scappa " che da un’effettiva volontà di far sviluppare l’economia locale. E, come ci racconta Raffaele Palumbo, che è insieme avvocato, musicista, scrittore, fotografo e Cavaliere di Malta, Oliveto Citra è anche il paese più caro a San Gerardo Maiella, e dove più volte il frate Redentorista fornì prova della sua Santità e dei suoi poteri miracolosi. La storia del fazzoletto di San Gerardo, beneagurante per le partorienti, è tutta "made in Oliveto". E’ tutta laica "l’altra cattedrale", e il paragone non sembri irriverente, funziona da quarant’anni, si chiama ai "Due Cannoni" con la processione dei buongustai per mangiare i ravioli e i fusilli al ragù, le lagane e ceci con la sugna, la fianchetta ossia pancetta ripiena d’agnello o di capretto. Oliveto è anche terra di confronto segnata dall’azione "dissenziente" una forte comunità evangelica ha creato le premesse affinché qui si formasse il più forte polo commerciale della zona. "Siamo ancora nei primi cento paesi d’Italia, al di sotto dei cinque mila abitanti, per il reddito complessivo", racconta Giuseppe Conforti, professore di religione ed esponente dell’Udc. Spirito protestante ed etica del capitalismo, così come ci spiegò Max Weber? "Lasciate stare i santi", aggiunge Conforti, ma il paradosso (mica tanto inventato) lo possiamo toccare con mano in altre località, come Matinella, frazione importante di Albanella. E’ un fatto storicamente accertato proprio da Raffaele Palumbo in "La Terra dell’Oliveto", , edito nel 2002 dal Comune, 295 pagine, come lo zio prete, don Peppino, in una lettera al vescovo racconta come "riporterò alla chiesa queste anime smarrite". Qui le diatribe religiose si sono spente presto, confinate negli anni Cinquanta quando il parroco e sindaco socialcomunista si divertivano più ad ignorarsi che a combattersi e don Peppino Palumbo dava il "passaggio" nella sua auto ad Armistizio, il pastore protestante. Il momento più "alto" della lotta fu nel 1956 ed investì la banda musicale, fondata dal nonno di Giuseppe Conforti. "…Nella festività di S. Antonio la banda musicale non accompagnò l’affollatissima processione in quanto i musicanti di fede politica comunista si rifiutarono di suonare perché i colleghi democristiani avevano fatto la stessa cosa in occasione della festa "rossa" del primo maggio". Episodi da don Camillo e Peppone, sulle rive del Sele.
La ricostruzione del dopoterremoto. I capitoli "maledetti" sono le storie poco edificanti di Coro Tessuti, Castel Ruggiano, Bas, Futura e Monosud. "Tanti giovani ci hanno creduto. Hanno investito il loro futuro in queste aziende. Si sono poi trovati con un pugno di mosche in mano", dice Giuseppe Conforti. "Ci ha salvato il nostro commercio e l’agricoltura", aggiunge Raffaele Palumbo. Sono tante le storie degli imprenditori "virtuosi". "Innanzitutto i nostri. Dai Molini Moscato con la farina, i fratelli Coglianese nella siderurgia, alla Biciclas di Sarro". Lavorano bene la Sudgomme (indotto Fiat), l’Rdb (edilizia), la Plastica Alto Sele, l’Orsi & Pedicini (manufatti in cemento) e la Silaro Conserve. "Hanno quasi un tallone d’Achille – fa notare Palumbo – che è quello d’assemblare materie prime che vengono dall’esterno. E il differenziale del costo dei trasporti li rende molto vulnerabile. Per non parlare di cosa potrà ancora accadere con la globalizzazione galoppante".
I giovani. Se ne vedono parecchi in giro. Sulle panchine della piazza, davanti a bar. "Sì, solo perché è domenica pomeriggio", ribatte Conforti. Che calcola un esodo di almeno 50 ragazzi di Oliveto che ogni anno vanno a cercare fortuna altrove. "Che futuro potranno mai avere qui?", si chiede. "Il problema c’è, ma tu sei catastrofista", gli fa eco Raffaele Palumbo. "Emorragia da fermare", concordano.
Il commercio. Per la verità il punto di forza continuano ad essere quei 130 esercizi commerciali che attraggono clientela da tutta l’Alta Valle del Sele e finanche dall’avellinese. Il commercio è il settore che funziona. L’olivetano è razionale e mercantilista. San Gerardo Maiella, quando nella prima settimana di settembre di quest’anno, tornerà ad Oliveto non riconoscerà il paese che visitò nel 1755, 250 anni or sono. Non c’è più quella che per tutti era la "casa di San Gerardo", spazzata via più che dal terremoto del 1980, dalla ricostruzione che è seguita.


[1] Oliveto Citra appartiene alla provincia di Salerno e dista 55 chilometri da Salerno capoluogo. Ha 4.005 abitanti e ha una superficie di 31,4 chilometri quadrati per una densità abitativa di 127,55 abitanti per chilometro quadrato. Sorge a 300 metri sopra il livello del mare. Demografia: Il comune di Oliveto Citra ha fatto registrare nel censimento del 1991 una popolazione pari a 3.948 abitanti. Nel censimento del 2001 ha fatto registrare una popolazione pari a 4.005 abitanti, mostrando quindi nel decennio 1991 – 2001 una variazione percentuale di abitanti pari al 1,44%. Gli abitanti sono distribuiti in 1.512 nuclei familiari con una media per nucleo familiare di 2,65 componenti. Geografia: Il territorio del comune risulta compreso tra i 98 e i 1.075 metri sul livello del mare. L’escursione altimetrica complessiva risulta essere pari a 977 metri. Occupazione: Risultano insistere sul territorio del comune 95 attività industriali con 439 addetti pari al 27,80% della forza lavoro occupata, 114 attività di servizio con 200 addetti pari al 12,67% della forza lavoro occupata, altre 75 attività di servizio con 175 addetti pari al 11,08% della forza lavoro occupata e 25 attività amministrative con 765 addetti pari al 48,45% della forza lavoro occupata. Risultano occupati complessivamente 1.579 individui, pari al 39,43% del numero complessivo di abitanti del comune.



5 COMMENTI TO “OLIVETO CITRA: UFO, PROFUMI E GUARIGIONI DELLA MADONNA DEL CASTELLO”

  1.   Rossana dice:
    Salve… so che qualcosa accadrà,Lei,la Madre che proviene dal Cielo, è venuta di nuovo da me dopo 44 anni… si è fatta trovare in una maniera incredibile per molti.. meravigliosa per me che non l’ho mai dimenticata…un grande abbraccio a voi tutti.
  2.   pina dice:
    salve…………mi rivolgo umilmente a voi,per aiutarmi nelle preghire x la guarigione da cancro di mia sorella rosalba di anni45.certa della vostra presensa vi saluto affettuasamente!pina
  3.   angelo serra dice:
    pregate tutti x un giovane di napoli, ricoverato a roma, con una malattia rara, e in fin di vita. si chiama silvio.grazie.
  4.   enrico dice:
    ciao a tutta la schiera di maria,forse questa preghiera che vi chiedo sara’ banale a confronto ad altre,umilmente vi ricordo se potete inserire un preghiera x mia sorella rosa ke ha 37 anni si sente sola ed è desiderosa di formare famiglia ed avere un figlio ma aimè la gente che si presenta davanti a lei non è altro ke separati o sposati di gia’e queste tentazioni sono forti quando si ha bisogno di affetto…..grazie a tutti e che la vergine maria possa esaudire tutti
  5.   Anna dice:
    Mi rivolgo a Te Madonna che appari a Olivetro Citra per chiederti la grazia di guarigione di mia sorella Lina. Il mio bene più prezioso. L’amore che accompagna e che da senso alla mia vita.Ti prego a mani giunte aiutala a vincere questta burtta patologia che l’ha colpita ormai da un un anno. Ci dicono che la situazione è seria ma non grave ed affrontabile. Sono certa che con il tuo aiuto e il tuo abbraccio possa guarire a tornare a chi non saprebbe vivere senza di lei. E credimi siamo in tanti perchè è una creatura speciale. Un vero e proprio angelo.

domenica 11 dicembre 2011

Io e i miei paesani siamo fatti così. Una confessione



ALTAVILLA CAPUT MUNDI!

La maggior parte dei paesi interni salernitani sono dominati dal criterio dell’uniformità. Spesso hanno anche un solo nome. C’è dove si producono solo i fagioli e si cucinano solo le castagne, dove sono stati tutti briganti o carabinieri, dove gli abitanti hanno, fateci caso, le stesse “facies”: segno di uno scarso scambio di patrimonio genetico. In altri paesi, soprattutto in quelli di mare o spiaccicati accanto alle vecchie vie storiche, c’è tutto e il contrario di tutto. Il sangue si è abbondantemente mischiato per tutta una serie di ragioni che non è il caso d’indagare: guerre, immigrazioni, pellegrinaggi, tanto per fare un elenco. Il mio paese, Altavilla Silentina, sta tra i secondi. E se ne vanta. Perché non è sul mare e non ci passavano le strade consolari romane. Ed ancora oggi una misconosciuta strada che porta a Castelcivita e a Roccadaspide è affogata dagli scalini e dai balconi di via Borgo S. Martino. Un bus, di quelli a due piani non ci passa. Altavilla caput mundi!
Ci fu un tempo che vide gli etruschi a Pontecagnano ed in tutto il Picentino, i greci d’Occidente tra Paestum e Velia con i lucani appostati e guardinghi sugli Alburni: Altavilla è lì, a poche decine di chilometri di distanza da tutti questi luoghi. Perfettamente equidistante. Sì, da tutti abbiamo preso ed a tutti abbiamo dato. Anche ai pirati berberi che sovente, e prepotenti, ci fecero visita. Molti di noi potrebbero facilmente andare nel Maghreb e confondersi coi locali. Sorridete pure, siamo un paese aperto: il centro antico non è chiuso tra le gole di un’inaccessibile montagna ma ci s’arriva risalendo le giogaie di dolci colline. E quando la Piana del Sele era malsana per i miasmi della palude e la malaria non perdonava, quassù qualcuno (non tutti, per la verità) si godeva la vita. Questo raccontano le tante storie del Castello dove i discendenti dell’abate Ciccio Solimena vissero, o meglio se la spassarono, per oltre due secoli. Tutti quelli che passavano per la pubblica via dovevano ossequiare i signori e le cose migliori andavano a loro. I furbissimi briganti che stavano dentro al vicino bosco di Persano, una specie di Supramonte salernitano di quei tempi, sulla collina altavillese ci venivano perché avevano gli appoggi di tante donne – vivandiere. Si confina con Persano con un lungo tratto del bello e pescoso fiume Calore. I re qui erano di casa. Carlo III, Francesco e Ferdinando di Borbone amavano venirci a caccia. Goethe ci venne e ne scrisse. Hackert la dipinse. Fu culla dell’allevamento della razza equina omonima che trionfò in diverse Olimpiadi ed oggi è sede della Brigata Garibaldi: una delle più “operative” unità dell’Esercito italiano. È il passato con le sue luci (poche) e le tante ombre. Ancora: altri hanno avuto le industrie coi soldi dello stato? Noi di Altavilla, oltre alle regolamentari tre torri, sul gonfalone comunale abbiamo, virtualmente, i caseifici che sfornano la mozzarella più buona del salernitano. Un successo costruito, in meno di un decennio, da allevatori oggi diventati industriali. Torna il tema di una Altavilla Silentina doppia o una e trina: divisa tra una Piana del Sele alla quale appartiene per l’agricoltura avanzata ed una imprenditoria vivace, ed un territorio collinare che è cilentano per tante consonanze, non secondaria quella musicale. C’è l’Altavilla Silentina dell’appartenenza religiosa raccontata dalle oltre trentacinque chiese ma anche da un non troppo passato “culto” massonico dalle atmosfere sulfuree.

Oreste Mottola

orestemottola@gmail.com

Quattrocento posti di lavoro, otto milioni di euro di fatturato, tutti al gusto di fragola Inventati da Antonio Valitutto, con la regia di Gianni Quaranta, docente di agraria a Potenza


 ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com
In un altro paese uno che in vent’anni e più di lavoro si è inventato una metodologia produttiva che ha creato, compreso l’indotto,  ben quattrocento posti di lavoro, per il 90% donne, non stagionali, dignitosi e pagati bene, avrebbe avuto lauree honoris causa e cavalierati. Siamo a Sicignano degli Alburnine l’hanno appena nominato assessore comunale all’agricoltura, al demanio ed alla protezione civile. . Si chiama Antonio Valitutto, ha 46 anni, diploma di perito agrario ad Eboli, e studi universitari interrotti. "Mi sarebbe tanto piaciuto continuare, ma le possibilità economiche non c’erano…".   Fra i suoi brevetti c’è anche il superamento, in modo molto creativo, della storica avversione alla cooperazione. Più semplice è stato sicuramente il problema di regolare la presenza, ed il peso, della neve sulle serre, con dei particolari "avvolgineve" che vegono tagliati e la lasciano cadere.   La vecchia Statale 19, l’autostrada e poi i nuovi svincoli segnano il paesaggio del "campo delle fragole".  "Da qui in 25 minuti si sarà a Salerno come a Potenza", altro che più zona interna!. La coltivazione è quella della "fragola rifiorente" che richiede attenzione assidua   poiché non è coltivata nel suolo e che produce frutti che per qualità, profumo, fragranza sono commercializzati sui mercati interni ed esterni. A differenza di un tempo, la stagione delle fragole ora dura tutto l’anno. E per raccoglierle non ci si deve più piegare e farsi deformare dall’artrosi. E sono buone le nuove fragole degli Alburni. Oltre ad avere un sapore squisito come pochi altri frutti, la fragola è notoriamente ricca di proprietà salutari. Note da sempre, infatti, le sue proprietà digestive, depuranti e rinfrescanti, favorite dalla presenza di sostanza quali il fosforo ed il potassio.
I Camaleonti lo cantavano negli anni ’70:"Io, una vita a modo mio. Nel campo delle fragole mi addormentai…".
Antonio non ci si è addormentato. Anzi, ci ha studiato "su quel campo", notte e giorno. Sì, dapprima c’erano le fragoline di Petina e di Sicignano. Crescevano in montagna. Le piantine però potevano crescere anche nei campi al limite del bosco, coltivate. Venne la sagra e poi il grande successo d’immagine. Più il mercato ne chiedeva e meno diventava conveniente coltivarle e raccoglierle. Ad un certo punto l’importazione dalla Francia o dal Piemonte ebbe la meglio. E questo è il momento che entra in scena Antonio Valitutto, che nella seconda metà degli anni Ottanta ha l’intuizione delle potenzialità della varietà "rifiorente", ovvero che nel corso dell’anno emette i fiori in continuazione. "Vidi la pubblicità di un vivaista di Cuneo. Mandai a chiedere le piantine. Le misi a dimora. Però mi accorsi che andavano migliorate geneticamente, anche perchè la ricerca ufficiale e le grandi ditte sementiere se ne disinteressavano". La produzione delle "rifiorenti" arrivate dal Piemonte va benissimo ma ha l’handicap di dare centinaia di   variazioni: nessuna pianta è mai uguale all’altra. Il punto di svolta dell’attività di Antonio Valitutto è quando vede che una delle piante che gli arrivano dal Piemonte è molto bella e produce grandi quantità di fragoline dal ricco aroma. Lui ne divide la ceppaia e le ripianta e poi le propaga per seme. Il risultato finale è straordinario: una pianta bella e produttiva, e dai frutti gustosissimi, popola le serre di Valitutto. "E’ una mia selezione – rivendica con orgoglio Valitutto- sto registrandola".      
Ed ancora "I Camaleonti" : "Il campo delle fragole tu non sai dov’è. E aspetti che sia il mondo tuo a sorvolare te" .  Dove sono uno se ne accorge da lontano. Una ventina di aziende aziende agricole alle falde degli Alburni e sulle rive del Tanagro, per poco più di quaranta ettari coperti da serre, la questione non spaventa nessuno. Se diciamo che produce anche quattrocento posti di lavoro e almeno otto milioni di euro di giro d’affari, la cosa cambia. E se ha strappato al nord Italia: Piemonte, Veneto e Trentino, la leadership italiana nella coltivazione e commercializzazione dei frutti minori del bosco : operai, tecnici degli impianti tecnologici dove vengono prodotte fragoline e altri prodotti del ottobosco. Le zone: località Cropana di Sicignano, al confine con Auletta, una zona a produzione intensiva; località Acquara di Zuppino, Piano San Vito, le produzioni nei pressi dello svincolo autostradale di Sicignano. Una ventina di imprenditori locali ci investono decine di milioni di euro e il loro impegno per commercializzare il prodotto in tutta Italia.
Nell’azienda di Antonio Valitutto, 70 dipendenti, 1500 quintali all’anno di fragole di bosco prodotte, al primo posto nell’organizzazione produttiva locale. Fornisce i mercati generali di Bologna, Firenze, Genova, Bologna, la catena di supermercati Esselunga. Gli imprenditori agricoli del segmento sono organizzati una sorta di cooperativa di fatto dove ognuno produce per sé ma la collaborazione tecnica e commerciale è massima. Sono esperti imprenditori, in qualche caso specializzati, come Giovanni Quaranta, docente di economia e politica agraria presso l’Università della Basilicata.  
 "Il polo" della fragolina di bosco degli Alburni è organizzato secondo i principi dell’autonomia e dell’integrazione funzionale. C’è un "nucleo" composto dal fratello e dalla sorella di Antonio Valitutto, dove sono strettamente integrati produzione e commercializzazione, mentre quest’ultimo aspetto è trattato assieme con le aziende che conduce la moglie di Gianni Quaranta.
Nel campo delle fragole, lontano, dentro me. E mi dispiace solo che volando ho perso te…Ancora loro "I Camaleonti".
"Sono stato il primo a fare le coltivazione fuori suolo in Campania". Le fragoline sono coltivate in una soluzione di torba e pomice del Vesuvio ed alimentate, tramite tubicini comandati da un computer centrale, che miscela acqua e nutrienti. "Le dosi vanno variate, la sfida è tutta qui. Su questo ho innovato tanto perchè non smetto mai di studiare". Grazie a queste "diavolerie" agronomiche la produzione delle fragoline di bosco si è estesa lungo l’intero periodo dell’anno. "Produciamo da aprile fino a gennaio senza riscaldare le serre, usiamo solo accorgimenti agronomici: mettiamo la calce sopra le serre così da ridurre la luce. Poi giochiamo sulla riduzione delle dosi di concime. Prima intossicavamo la pianta, così facendo gli diamo vita". Questo è uno degli aspetti più importanti del "miracolo" della fragolina degli Alburni. "In Sicilia iniziano a dicembre e finiscono a maggio, in Trentino – come a Cuneo – vanno da giugno ad ottobre, A Napoli vanno da maggio a giugno. Noi siamo gli unici che arriviamo a coprire quasi tutto l’arco dell’anno".    
 "Capacità, spirito di sacrificio, l’impegno, studio ed aggiornamento", sono i concetti che hanno informato l’attività di Antonio Valitutto. Manovra con l’Mcm net4, il software che con il quale gestisce tutte le fasi della climatizzazione delle serre: lo produce la trevigiana Spagnol e costa più di 15mila euro: "Ventilazione, apertura e chiusura delle serre, le comando con un clic", racconta orgoglioso.  
E’ una storia di sacrifici. Come l’emigrato piemontese le "rubò" dalla Francia per impiantarle a Peveragno, provincia di Cuneo, che sul frutto ha costruito il suo piccolo miracolo economico, Valitutto le ha sottratte ai piemontesi e, come gli israelian nel deserto del Negev, le ha fatte crescere fuori dalla terra. "E’ troppo argillosa, con ristagni d’acqua", racconta. Non c’entra molto  "The Strawberry Statement" di  Stuart Hagmann,  " Fragole e sangue", film del 1970 sul sessantotto, ambientato nel centro (americano) del sessantotto, cioè a Berkeley. Gli studenti di fronte all’ineluttabile supremazia della ben organizzata polizia americana, su indicazione del leader (nero) si mettono a sedere in cerchio nella palestra cantando "Give peace a chance" di John Lennon, e continuando imperterriti anche mentre la polizia li prende di peso ad uno ad uno, strattonandoli e malmenandoli. Ma ci piace pensare che, come nel film, anche questa è una storia di resistenza nonviolenta e di testardaggine.

I numeri e l’economia
"I calendari di lavoro sono sempre più regolarizzati", racconta Gianni Quaranta. "Il fatturato è stimabile in almeno sette, otto milioni di euro. Con un indotto fatto di trasporti, concimi, ferro e plastica. Per arrivare a porci come vero e proprio distretto dovremmo cominciare a produrre in loco anche i cassettini. "Seimila quintali di fragoline prodotte vuol dire 600mila cassettini a mezzo euro l’uno è già un buon fatturato, e poi non lontana c’è la Piana del Sele", calcola Valitutto. "Le economie di scala sono ancora lontane".
La zona è destinata ad area di sviluppo produttivo. Nel Puc del comune di Sicignano è destinato alle attività produttive. "Qualcuno potrebbe anche mettersi a produrre i materiali per l’irrigazione, strappando agli israeliani quote di mercato significative, visto che si tratta di tecnologie di ultimissima generazione".
C’è anche la coscienza di stare in una zona destinata allo sviluppo. I lavori per l’ammodernamento dell’autostrada vanno spediti e da qui nascerà anche quella che porterà a Potenza e Metaponto. La logistica promette bene. In 25 minuti si potrà essere a Potenza e a Salerno.  
"Abbiamo anche l’orgoglio di avere attivato un meccanismo economico – racconta Gianni Quaranta – che ha una forte ricaduta sul territorio. Il 70% delle spese sono per la manodopera, che è tutta locale. Se non avessimo messo in campo l’innovazione spinta della fragolina degli Alburni oggi non avreste più sentito parlare. Poi il nostro è un caso da manuale per il recupero delle buone pratiche agricole di una volta…". A vedere Valitutto davanti al computer, che apre e chiude automaticamente le porte e le finestre delle serre non si direbbe. "Eh no. Non si tratta di tornare a fare le cose come una volta, ma di recuperarne il principio che non va perso. Come per i muretti a secco, usiamo il principio della flessibilità e la sostenibilità, no ai muri di cemento".  

Il marchio di qualità
"Si sta lavorando al marchio di qualità. Si sta lavorando per il disciplinare. Si parte dalle produzioni di Petina, sarà di tipo collettivo ed identificherà le produzioni dell’intera zona. "Il posto delle fragole" è anche uno dei più noti film di Ingmar Bergmann. La trama ci racconta di un tempo che scorre inesorabile e spesso non c’e ne rendiamo conto e nella maggior parte delle volte non ci fermiamo neanche a riflettere sulla vita trascorsa, sulle scelte fatte e sulle loro conseguenze future. Ma alla fine tutti i nodi vengono al pettine e capita allora che, in un certo momento della nostra esistenza, si arrivi a tirare le conclusioni e a valutare i successi e gli insuccessi ottenuti.
Onore quindi ad Antonio Valitutto e a Gianni Quaranta che, in questa zona, senza fare inutili chiacchiere, penalizzati dal comune di Auletta che non mette mano alla strada della Cropana, hanno fatto la loro rivoluzione.


Oreste Mottola